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Cina-Russia: i molti limiti della partnership senza limiti

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 L’incontro Xi-Putin del 21 marzo, tenutosi a Mosca, è certamente un fatto politicamente importante che conferma l’esistenza di una vera partnership sino-russa. Si tratta di una relazione strategica dominata senza dubbio dalla Cina, con un’economia (e una popolazione) circa dieci volte più grande di quella russa, oltre che con tassi di crescita e un potenziale nettamente superiori.

Xi Jinping e Vladimir Putin

 

Questo rapporto bilaterale è anche l’unico caso al mondo di un Paese che accetta di fatto una posizione di junior partner nei confronti di Pechino; va infatti notato che la Repubblica Popolare non ha praticamente alleati, e perfino la Corea del Nord non si considera affatto vincolata in alcun modo al suo grande vicino. Il motivo di questa scelta russa è piuttosto chiaro: Putin è in una situazione di grave difficoltà e deve accettare l’aiuto dell’unica potenza disposta a fornirlo – altri Paesi con cui Mosca intrattiene rapporti cordiali sono ben poco utili (ad esempio la Bielorussia), o poco influenti (ad esempio l’Algeria), o finora sopravvalutati (ad esempio la Turchia). Vi sono certamente molti governi disposti ad acquistare dalla Russia gas e petrolio (si pensi all’India), come anche armamenti; ma ciò non basta a costruire alleanze e neppure coalizioni flessibili.

 

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Insomma, la Cina è la grande scommessa per risollevare le sorti della Federazione Russa dopo il pesante “downgrading” subito con lo stallo militare in Ucraina e le sanzioni occidentali.

In tale contesto, Xi Jinping sta dettando le sue condizioni, che progressivamente tenderanno a subordinare l’intera economia russa (soprattutto le risorse naturali siberiane) alle esigenze cinesi. Sarà il prezzo da pagare per un sostegno peraltro ancora indefinito, visto che i due leader nell’incontro al Cremlino hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali assai ambigue: la loro intesa è “a tutto campo”, ma non è un’alleanza politico-militare (viene allora da chiedersi cosa sia); i due Paesi si considerano “grandi potenze confinanti”, ma questo è un dato geografico già noto in quanto alla vicinanza e un regalo retorico alla Russia in quanto allo status di “grande potenza”; infine, il “piano di pace” cinese per l’Ucraina, presentato a febbraio con i suoi dodici punti, è considerato una buona base negoziale, ma la Cina si riserva di mantenere una “posizione imparziale” nel conflitto. Si resta sinceramente perplessi di fronte a tante contorsioni verbali.

Come vedremo tra poco, una possibile spiegazione è che proprio a Pechino non abbiano in realtà le idee del tutto chiare sul prossimo futuro e vogliano tenersi le mani libere, da una posizione di relativa forza.

Intanto, alcuni osservatori hanno giustamente notato che si sta realizzando in pieno lo sganciamento della Russia dall’Europa, cioè la fine di una possibile visione “eurasiatica” complessiva. Vero, ma ciò non significa che l’Occidente abbia gettato Mosca nelle braccia di Pechino: nessuna specifica “concessione” europea o americana avrebbe potuto soddisfare l’ambizione putiniana di ricostruire un impero (russo-sovietico) perduto, se non altro perché parte di quell’impero è ormai saldamente ancorata all’Unione Europea oltre che alla NATO, in base alla libera volontà espressa da popoli sovrani. La stessa Ucraina è uno Stato riconosciuto non soltanto dall’ONU ma dalla stessa Federazione Russa con ben due Trattati bilaterali (1994 e 1997). Non è certo la comunità euroamericana, o il G7, ad aver deciso che la Russia invadesse un Paese vicino, e il modo in cui le forze armate russe lavorano per devastare quel Paese rende semplicemente impossibile un rapporto paritetico con l’attuale leadership di Mosca. In sostanza, l’effettiva visione “eurasiatica” che la Russia persegue non è compatibile con quella dell’Unione Europea né della NATO, e dunque non si è dimostrata un’opzione praticabile.

Del resto, il gruppo dirigente attorno a Putin ha spostato deliberatamente il baricentro internazionale del Paese: nel 2014 era membro del G8 (oltre che del G20) e fino a inizio 2022 aveva ancora un rapporto formalizzato con la NATO (pur non essendone membro); ora punta tutto sulla “partnership senza limiti” con la Cina. E’ davvero Mosca ad essersi gettata tra le braccia di Pechino; non sappiamo se per errore o per calcolo, ma comunque senza alcun bisogno di essere sospinta in quella direzione.

Se si tengono chiari questi punti, si può meglio valutare anche il più ampio quadro strategico che comincia ad emergere dalla partnership sino-russa, soprattutto riguardo al ruolo globale della Cina.

I due Paesi sono uniti dall’opposizione all’ordine americano-centrico, che infatti contestano ad ogni piè sospinto. Ma per sostituirlo con cosa? Il quesito è spinoso soprattutto per la Cina, che ha moltissimo da perdere in caso di una frattura delle famigerate catene globali del valore, poiché sono l’ingrediente essenziale dei suoi successi economici negli ultimi venti o trent’anni. La seconda economia mondiale ha oggi una traiettoria di crescita incerta in quanto il suo modello di sviluppo ha esaurito il proprio potenziale arrivando alla ben nota “trappola del reddito medio”; serve un diverso modello, che in ogni caso avrà bisogno dei mercati globali, e non potrà contare soltanto sull’amicizia fraterna con la Madre Russia.

 

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Si pone allora una grande sfida per il presunto ordine globale alternativo che Pechino vorrebbe costruire. Anzitutto perché dovrà includere almeno alcuni degli attuali alleati degli USA, con i loro ricchi mercati e le loro tecnologie; poi perché dovrà attirare i detentori di risorse naturali indispensabili in Asia, Africa e America Latina, che però traggono tuttora notevoli benefici da organismi internazionali come IMF e Banca Mondiale, oltre a voler conservare il loro accesso diretto ai flussi finanziari e tecnologici occidentali. La maggior parte dei Paesi che Pechino ha cercato di includere nella Belt&Road Initiative, ad esempio, hanno continuato sempre e comunque a giocare su più tavoli, rifiutando l’opzione di farsi chiudere in un’orbita esclusiva cinese.

In breve, il quadro non sembra così favorevole alle ambizioni globali di Pechino, se si guarda al di là di singoli episodi, per quanto rilevanti. E lo stesso Xi Jinping sa perfettamente che le prospettive economiche delle sue aziende (tali le considera, vista la natura del regime) dipendono in gran parte da un contesto internazionale “benigno”, che a sua volta dipende in pratica da un minimo livello di cooperazione o quantomeno di convivenza con gli Stati Uniti. Qui la guerra russo-ucraina ha molte lezioni da offrire, data la reazione assolutamente inaspettata di Washington, dell’Unione Europea, della NATO, del G7, e di una larga maggioranza dei membri dell’ONU. Se uno Stato minaccia apertamente una regola di fondo del sistema internazionale attuale, il contraccolpo è molto forte e duraturo. Ne consegue che, se la Cina ha bisogno del sistema internazionale, non potrà perseguire i propri interessi attaccandolo frontalmente.

Soprattutto a seguito della recente mediazione cinese per riavviare rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran – che peraltro erano già in corso sottotraccia da tempo e dunque non avevano bisogno di una vera mediazione – ci si può chiedere se Pechino sia ormai in grado di esercitare comunque un’influenza politica davvero globale.

La risposta è che sta indubbiamente tentando di farlo, anche nel continente africano, ma ciò accade dopo che le ambizioni cinesi sono state di fatto “congelate” nell’intero quadrante indopacifico, presumibilmente decisivo per trasformare la Cina in una potenza “sistemica” lungo le maggiori rotte marittime. Qui, infatti, nell’ultimo decennio vari Paesi-chiave per gli equilibri macroregionali hanno intensificato i rapporti di alleanza con Washington, proprio in funzione di contenimento della Repubblica Popolare. E’ stato così, dopo un periodo di incertezza e tra sforzi per salvare almeno i rapporti commerciali con la Cina, per il Giappone e la Corea del Sud, per l’ASEAN e l’Australia, e perfino per un “battitore libero” come l’India – che senza clamore sta accrescendo il suo livello di cooperazione con gli USA, ad esempio nel formato “Quad” (Quadrilateral Security Dialogue) assieme ad Australia e Giappone.

Dunque, la diplomazia cinese si muove realmente con maggiore dinamismo rispetto al recente passato, forte della potenza economico-commerciale e di una grande libertà di manovra in assenza di qualsiasi remora sui regimi politici con cui tratta. Non ne deriva però una garanzia di successo, se intanto gli stessi governi che incontrano gli emissari cinesi preferiscono tenersi alla larga da un rapporto formalizzato con Pechino e coltivano al contempo molti altri rapporti – si pensi all’Arabia Saudita.

Una considerazione conclusiva in tal senso si può fare alla luce del possibile ruolo diretto di Xi Jinping nella crisi ucraina: ben venga un eventuale dialogo con il presidente Zelensky che porti magari a qualche proposta concreta da presentare poi alla Russia – che infatti Kyiv ha subito apprezzato come ipotesi di lavoro – ma sapendo che un piano negoziale ancora non c’è. I diplomatici cinesi devono comprendere appieno che una lista di dichiarazioni generiche di principio, tra loro mutualmente contraddittorie, non fa un piano di pace. E’ davvero troppo poco per chi aspira a creare un “nuovo ordine mondiale”, soprattutto se pensa di farlo in tandem con la Federazione Russa.