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Bolsonaro e il Brasile nell’anno decisivo

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“Cambiare tutto perché tutto rimanga com’è”. È una parafrasi della celebre frase del principe di Salina nel Gattopardo la formula che forse meglio descrive la situazione politica del Brasile in un anno decisivo come il 2021. Decisivo perché, il Paese è alle prese con una pandemia che non dà tregua (il Brasile è il secondo paese al mondo con più vittime, 513mila al 28 giugno, dietro solo agli Stati Uniti) e perché nell’ottobre 2022 ci saranno le presidenziali che decideranno chi guiderà il gigante dell’America Latina sino a fine 2026.

Il presidente brasiliano Bolsonaro

 

Come scritto da The Economist sull’ultimo numero di maggio, la costante nella politica verde-oro è infatti quella di sempre, ovvero un presidenzialismo parlamentare viscoso che favorisce la corruzione, cosa che ha fatto oggi di Jair Messias Bolsonaro “un presidente sotto assedio” che “mentre la sua popolarità si squaglia, lancia appelli al clientelismo, al voto di scambio e alla vecchia politica”. Insomma, l’esatto contrario di quando, era l’autunno del 2018, lo stesso Bolsonaro attaccava la “vecchia politica” ed il “clientelismo del PT-Partido dos Trabalhadores” (il Partito dei Lavoratori di Lula e Dilma Rousseff) che aveva governato il Brasile tra 2013 e 2016, diventando agli occhi di molti brasiliani un simbolo della corruzione – benché questa rappresenti sin dall’epoca coloniale uno dei leitmotiv della politica locale.

L’ex militare entrato in Parlamento a inizio anni Novanta (politicamente dunque Bolsonaro era tutt’altro che “nuovo”) aveva approfittato dell’operazione “Mani Pulite” brasiliana, la Lava Jato, per vincere elezioni che, questa all’epoca la vulgata comune, “avrebbe vinto anche Paperino contro il candidato del PT, Fernando Haddad”. Per questo il “Mito”, così lo chiamano i suoi supporter, ebbe gioco facile, facendo leva su un populismo di stampo nostalgico nei confronti della dittatura, e promettendo di riportare “ordine e progresso” – il motto della repubblica brasiliana.

Da oltre un anno a questa parte, fa notare The Economist, Bolsonaro da Lula ha preso anche il metodo di mantenimento del potere. Ovvero usare il denaro pubblico come strumento per mantenere insieme i tanti gruppi parlamentari che appoggiano lui, primo presidente della storia democratica brasiliana a non essere associato a nessun partito.

Non c’è dubbio che ad indebolire il presidente sia stata soprattutto la pandemia e la sua gestione da parte del governo, da un mese messo alle corde da una Commissione Parlamentare d’Inchiesta al Senato. La Commissione ha nel mirino il penultimo dei quattro ministri della Salute che si sono alternati negli ultimi mesi, il generale Eduardo Pazuello, oltre allo stesso “Mito”. La situazione del resto rimane molto critica: la terza ondata si sta infatti aggravando con l’arrivo dell’inverno che a queste latitudini inizia il 21 giugno e, dopo la mancanza di ossigeno a Manaus causata dalla variante omonima e la carenza strutturale di posti in terapia intensiva un po’ ovunque nel Paese, soprattutto negli stati di Amazonas, San Paolo e Rio de Janeiro, le vaccinazioni procedono a rilento. O meglio ad un ritmo che non si discosta molto da quello che aveva la vecchia Europa all’inizio della primavera. Poco più di 70 milioni di persone hanno infatti ricevuto la prima dose in Brasile, circa il 40% della popolazione.

A pesare molto su Bolsonaro è il suo approccio iniziale negazionista sul Covid-19, definito una semplice “influenzina”, ma anche le polemiche continue sui vaccini con il governatore di San Paolo, Joao Doria e, soprattutto, il cattivo esempio dato di persona, lasciandosi vedere all’interno di grandi assembramenti sia in spiaggia che in decine di altre occasioni, sovente senza mascherina.

Alle polemiche continue si aggiunge la polarizzazione tra i supporter di Bolsonaro e quelli di Lula – rientrato nonostante l’età (75 anni) dopo la cancellazione di tutte le sue condanne della Lava Jato da parte della Corte Suprema Federale (STF). Ciononostante, il ruolo di preminenza del Brasile in America Latina rimane indiscutibile, soprattutto dal punto di vista economico. “Il Brasile non è una nazione ma è un mercato” sono soliti mormorare nel deep state verde-oro e, soprattutto, l’interesse globale per il Paese non ha mai accennato a diminuire, anzi. Non è un caso che The Economist abbia dedicato proprio al Brasile uno speciale, pubblicato il 5 giugno scorso, raffigurando in copertina il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, con un respiratore sul volto, una bombola d’ossigeno alle spalle ed un titolo molto esplicativo, “On the brink”, che potrebbe essere tradotto come “Sull’orlo (del collasso)”.

Già, perché numeri alla mano il Paese rimane una superpotenza mondiale agricola, nel settore della produzione di proteine animali, ma anche in quello minerario e nell’industria. Difficile trovare un altro Stato che sia insieme il secondo esportatore mondiale di minerali di ferro, che concentri il 98% delle risorse note sul pianeta di niobio (materiale ricercatissimo per qualsiasi componente elettronica), il quinto di bauxite e manganese, ma anche il maggiore produttore planetario di topazio e tra i leader nello sfornare smeraldi, rame, oro, stagno e nichel. Nella produzione di proteine animali, il Brasile è poi il più grande esportatore mondiale di carne di pollo, il secondo maggiore produttore di carne di manzo, il terzo di latte, il quarto di carne maiale e il settimo produttore di uova al mondo. In agricoltura la lista è troppo lunga per essere qui riprodotta mentre nell’industria e nella finanza non c’è luogo più sviluppato in tutta l’America Latina dello stato di San Paolo, dove hanno sede praticamente tutte le principali multinazionali del mondo.

Una potenza che tuttavia, nonostante le enormi potenzialità dimostrate sul campo, secondo l’analisi dell’autorevole rivista britannica sta vivendo un periodo nero. Secondo The Economist, infatti, oggi “il Brasile sta affrontando la sua peggiore crisi dal ritorno alla democrazia, nel 1985”, mentre le sfide da superare vanno dalla “stagnazione economica, al disastro ambientale (ai ritmi attuali il disboscamento amazzonico non è sostenibile)”, dall’“l’arretramento sociale all’incubo del Covid-19”. Il presidente Bolsonaro viene ritratto come il responsabile di aver peggiorato una situazione già sfavorevole anche prima della pandemia. “Con il Mito come medico, il Paese ora è in coma”, perché a detta degli inglesi il presidente avrebbe “abbandonato” il sostegno alle riforme liberali proposte dal ministro dell’Economia Paulo Guedes, il che potrebbe fargli perdere i voti per la rielezione.

Difficile fare previsioni su quanto accadrà nell’ottobre del prossimo anno, anche perché, con 117 richieste di impeachment, il futuro del Mito rimane in pugno al Parlamento, tra i più politicamente frammentati e soggetti alla corruzione al mondo;  ai tempi di Lava Jato, il 70% degli onorevoli aveva ricevuto almeno un avviso di garanzia.