international analysis and commentary

Washington e il Medio oriente: l’ora dello “smart power”

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“We must use what has been called smart power – the full range of tools at our disposal. With smart power, diplomacy will be the vanguard of foreign policy,” è quanto dichiarò Hillary Clinton nel gennaio 2009, in occasione del suo confirmation hearing al Senato. Affermazione con cui era (ed è) difficile dissentire, soprattutto sull’onda dell’interventismo militare di George W. Bush. Il problema è che, in alcuni casi, quella “avanguardia della politica estera” deve essere lasciata ad altri; in sostanza, non sempre gli Stati Uniti sono la soluzione migliore ad ogni problema. Del resto, sia il Segretario di Stato che il Presidente hanno sistematicamente riconosciuto il dato di fatto che vi sono limiti importanti alle capacità americane di fare la differenza in ogni situazione.

Ebbene, il momento dello smart power è davvero arrivato per l’America in Medio oriente, a seguito degli eventi tunisini e soprattutto egiziani. In una fase così incerta, sostenere le aspirazioni democratiche di altri popoli significa anzitutto non ostacolarle: questa è la base di una politica estera che si possa tradurre come “intelligente” (smart), e forse efficace rispetto agli stessi obiettivi americani.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano a disposizione il potente strumento dei massicci aiuti elargiti all’Egitto negli ultimi decenni, e che faranno leva su tale strumento per influenzare in qualche misura la delicatissima transizione in atto. Ma è un errore di prospettiva pensare che l’unica politica americana verso la regione sia una qualche forma di intromissione e di interferenza diretta, e che vi sia solo un’alternativa netta tra l’interventismo e l’impotenza. In realtà, se Washington si astiene semplicemente dal sostenere una parte in causa – ad esempio Mubarak – siamo di fronte a una precisa scelta strategica, cioè a una linea di politica estera. Magari prudente, a rischio di apparire oscillante; ma forse intelligente. Detto in altri termini: a volte il miglior uso della diplomazia è il restraint, cioè la capacità di fare un passo indietro ed evitare di causare danni.

Del resto, molti studi (ad esempio quello recente di Richard Youngs, direttore del FRIDE) mostrano chiaramente che la “promozione della democrazia” è un modo di pensare e un atteggiamento complessivo, più che una scelta secca da compiere di fronte a fatti drammatici. È vero che i casi acuti si verificano, e di certo ogni amministrazione americana deve pur prendere una decisione nella concitazione degli eventi; ma ciò che conta di più è l’applicazione di alcuni principi generali sui tempi lunghi. Ad esempio, il principio secondo cui un regime autoritario che non riesce a gestire quasi nessuna forma di dissenso è destinato a divenire “disfunzionale”, presto o tardi.

Sono temi che Barack Obama, oltre al suo Segretario di Stato, ha ripreso spesso – in modo molto eloquente nel discorso di accettazione del Premio Nobel, nel dicembre 2009:

“[…] there has long been a tension between those who describe themselves as realists or idealists – a tension that suggests a stark choice between the narrow pursuit of interests or an endless campaign to impose our values. I reject this choice. I believe that peace is unstable where citizens are denied the right to speak freely or worship as they please; choose their own leaders or assemble without fear. Pent up grievances fester, and the suppression of tribal and religious identity can lead to violence. […]So even as we respect the unique culture and traditions of different countries, America will always be a voice for those aspirations that are universal.”

Gli egiziani che chiedono una qualche forma di cambiamento sostanziale per le strade del Cairo – come i tunisini e prima di loro gli iraniani – non hanno probabilmente bisogno dell’aiuto diretto dell’America, e anzi preferiscono farne a meno per complesse ragioni storiche e culturali. Eppure, Washington può far sentire la propria voce – meglio se sommessamente, per una volta – a favore delle aspirazioni universali dei popoli e degli individui. Ciò non vuol dire ignorare le considerazioni di Realpolitik che consigliano, nel caso dell’Egitto, di non perdere un punto di appoggio relativamente stabile in un mare regionale di instabilità e ostilità: si tratta però di riconoscere che un Mubarak ormai apertamente contestato, o un suo successore che fosse tenuto al potere solo dalla forza dell’esercito, non sarebbero più un partner affidabile. In fondo, un messaggio-chiave lanciato da Obama nel suo famoso discorso del 2009 al mondo islamico, pronunciato proprio al Cairo, alludeva a un difficile bilanciamento: l’obiettivo era creare relazioni basate su  mutual interest and mutual respect. Insomma, Realpolitik temperata da una sensibilità sia per le specifiche caratteristiche locali sia per i principi universali.

Un “presidente-intellettuale” come Obama, che si trova già costretto a fare dell’equilibrismo politico sul piano interno – spesa pubblica per sostenere l’occupazione, ma anche contenimento del debito – non sarà sorpreso di doversi esercitare nella stessa arte anche in politica estera. Altrimenti, a cosa serve lo smart power?