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Vince Obama: sospiro di sollievo in Europa

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Tanti europei hanno vissuto con interesse, partecipazione ed empatia il voto di Oltreoceano. Possono dirsi soddisfatti, perché l’America ha scelto come, secondo le inchieste, in larghissima maggioranza avrebbero fatto i cittadini del vecchio continente. È un orientamento non caratterizzato dall’entusiasmo, forse eccessivo, di quattro anni fa, ma stavolta piuttosto razionale: l’opinione pubblica, e con essa i media e la classe politica europea, considera sostanzialmente Barack Obama più vicino al proprio modo di essere, e più capace di garantire la ritrovata intesa di fondo tra le due sponde dell’Atlantico.

I principali media europei hanno seguito in maniera continua e intensa quello che considerano senza ombra di dubbio l’evento politico più importante dell’anno. La relativa copertura e l’offerta di notizie sono state massicce in tutta l’UE; solo l’avvicinarsi ai confini orientali dell’Unione ha coinciso con una leggera diminuzione di interesse per l’avvenimento (oltre che con l’aumento dei simpatizzanti dichiarati per Mitt Romney), dovuto a un minore coinvolgimento di quei paesi con il tradizionale mainstream giornalistico occidentale. In ogni caso, esclusivamente in Russia e negli stati legati alla sua sfera di influenza i mezzi di comunicazione – spesso di proprietà e indirizzo governativo – hanno relegato in secondo piano la sfida per la Casa Bianca.

È stato il premier belga il leader europeo ad aggiudicarsi la particolare corsa post elettorale alle congratulazioni: a dire il vero, la telefonata del  socialista Elio di Rupo è arrivata addirittura prima che lo stesso Romney ammettesse la sconfitta. Poco dopo, anche il conservatore David Cameron si è felicitato con l'”amico” rieletto, sottolineando una tendenza davvero paradossale in Europa, se paragonata alla netta frattura politica che il voto ha fatto registrare all’interno degli Stati Uniti: il consenso per Obama supera le tradizionali differenze di schieramento ed è maggioritario in tutti i paesi del continente. Gli effetti sono stati notevoli sui grandi media: le testate progressiste hanno fatto valere un sostegno naturale e caloroso, e sempre meno critico all’avvicinarsi del voto, per il presidente uscente; quelle conservatrici hanno assunto una linea super partes. Lo stesso vale per la politica: è praticamente impossibile trovare, tra le figure principali dei partiti conservatori europei, qualcuno che si sia schierato apertamente con il candidato repubblicano. Un atteggiamento certamente alimentato dai poll americani, che all’inizio della campagna non davano speranze a Romney.

“Un’eccellente notizia per la Francia, per l’Europa, per il mondo; abbiamo sfide comuni, approcci comuni e valori comuni: siamo vicinissimi agli Stati Uniti”: sono le parole del ministro dell’Economia Pierre Moscovici, giunte poco dopo le più sobrie congratulazioni del presidente François Hollande. Tali espressioni di gioia possono risultare sorprendenti se pronunciate da un socialista francese – ma va ricordato che, oltre a una completa ricucitura dei rapporti franco-americani dopo gli anni di Bush, Parigi può anche contare sul sostegno di Washington per cercare di ammorbidire le politiche economiche di Berlino.

Ma stupisce forse ancor più l’appoggio che giunge dalla Germania.Angela Merkel, durante la campagna elettorale presidenziale, ha deciso di derubricare i contrasti tra le visioni economiche di Berlino e Washington a “normale amministrazione diplomatica”. D’altronde, la Cancelliera ha resistito senza problemi alle pressioni americane per una revisione della linea del rigore nella risposta europea alla crisi, che però sono state numerose e ripetute. E così, le richieste di Romney per un incontro con la leader tedesca sono state sempre seccamente rifiutate: Berlino ha preferito conservare il capitale diplomatico fin qui accumulato grazie al riavvicinamento tra i due paesi verificatosi negli ultimi quattro anni – dovendo poi tenere conto dell’orientamento plebiscitario a favore di Obama dell’opinione pubblica in Germania. In ogni caso, il ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle, si è affrettato a puntualizzare che “anche in America ormai hanno capito che è finito il tempo della politica del debito”: sul tema centrale della politica economica europea, Berlino ribadisce dunque che non concederà aperture significative (almeno fino alle elezioni del 2013).

Tra i meno entusiasti, nonostante le apparenze, i governanti del Regno Unito. Senza menzionare la vicinanza ideologica, almeno in economia, tra Tories e Repubblicani, Londra sta soffrendo la revisione del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti: decisivo durante l’amministrazione Bush, ma sacrificato da Obama nel nome di una definitiva ricucitura con la “vecchia Europa”. Inoltre, la posizione britannica è isolata a Bruxelles: Londra si trova perciò nell’obbligo di reinventare il proprio ruolo di intermediazione tra le due sponde dell’Atlantico. Ecco perché David Cameron, nel suo cordialissimo messaggio, ha immediatamente cercato di indossare una tale veste, sottolineando la necessità di un nuovo trattato commerciale tra UE e USA.

Per quanto molto più freddamente – nessuna congratulazione di primo mattino, nessun entusiasmo sui media – anche da Mosca il risultato elettorale è visto con cauto ottimismo. Le relazioni tra i due ex nemici, mai semplici, sono in qualche misura migliorate negli ultimi anni, grazie al “reset” impresso da Obama. Le questioni irrisolte non sono comunque poche, a cominciare dall’ulteriore espansione della NATO a Est e dallo schieramento di missili americani in Europa centro orientale: a questo proposito, Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev non possono dimenticare che Romney, qualche settimana prima del voto, ha definito la Russia “la principale minaccia per gli Stati Uniti” (seppur rettificando queste sue parole qualche giorno più tardi).

Tale posizione aveva del resto ricevuto apprezzamenti soprattutto in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, paesi che tendono a guardare con maggiore diffidenza alla politica estera russa – e i cui governi, infatti, non sono tra quelli in prima fila nei festeggiamenti post-elettorali per Obama. Ad irritare davvero il Cremlino, in effetti, è soprattutto la (supposta) attività di finanziamento dei gruppi di opposizione condotta da Washington; ma in questo caso la vittoria del candidato repubblicano non avrebbe offerto nessuna garanzia di discontinuità, benché la popolarità di Obama sia davvero malsopportata dal presidente della Federazione Russa.

La riconferma di Obama è stata salutata con favore dall’opinione pubblica in tutti i paesi del continente, anche se con differenti intensità. Ma non solo: il sostegno giunto dalla maggior parte delle cancellerie, anche quelle conservatrici, ha evidenziato, in un momento di durissima crisi economica e di complicate questioni politiche da risolvere a livello comunitario, la decisa volontà da parte europea di evitare le “distrazioni” diplomatiche che un avvicendamento alla Casa Bianca avrebbe comportato.

Nel complesso, le relazioni transatlantiche sono attualmente soddisfacenti, e l’approccio pragmatico e collaborativo mostrato dagli Stati Uniti nella crisi libica e nei rapporti con Iran e Siria è più che apprezzato in Europa. Benché in molti pensino che la vittoria di Romney non avrebbe sostanzialmente cambiato questa situazione, la continuità diretta offerta da un secondo mandato democratico è dunque considerata più che preferibile.

 

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