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Avanti con Obama: Forward

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La maggioranza degli elettori americani ha deciso che il change promesso nel 2008 da Barack Obama richiede altri quattro anni per realizzarsi davvero. La vittoria alle urne è arrivata grazie a un messaggio di fiducia nel governo e nelle istituzioni, impegno civico, e ottimismo pragmatico nelle capacità dell’America di rialzarsi e rinnovarsi di fronte alle difficoltà. Lo slogan centrale della campagna democratica – Forward – deve tradursi in azione politica per mantenere le molte promesse fatte e finora mantenute solo a metà. Il secondo mandato del presidente democratico comincia in condizioni assai diverse da quelle del primo – dovrà infatti ora gestire la sua stessa eredità, miscelando innovazione e continuità, e poi lasciare un segno positivo più forte per il futuro.

Una prima considerazione che si può fare a caldo è relativa alle previsioni e all’interpretazione dei trend elettorali in un paese socialmente molto dinamico: le analisi più sofisticate basate su medie ponderate dei maggiori sondaggi si sono rivelate corrette. In particolare, l’ormai famoso blogger Nate Silver (www.FiveThirtyEight.com), lanciato dal New York Times, ha vinto la sua scommessa, fornendo poche ore prima del voto un quadro quasi perfettamente confermato dai dati finali. Più ancora dell’accuratezza del suo algoritmo, si deve ammirare il coraggio nell’esporsi molto più di altri con una previsione “secca” (80% di probabilità alla vittoria di Obama) sulla base della massa di dati disponibile a chiunque. Non si tratta soltanto di identificare le previsioni meglio azzeccate: il punto è che per capire un sistema politico sempre più complesso è cruciale avere strumenti di analisi precisi, sebbene certo non infallibili. Lo è per gli studiosi come per i consulenti elettorali.

Un secondo dato, importante per il prossimo futuro dell’America, sta nel rapporto tra presidenza e Congresso: la netta maggioranza repubblicana alla Camera implica per Obama un nuovo grande sforzo di compromesso con l’opposizione che è stato un tallone d’Achille della sua prima amministrazione. Il presidente appena rieletto si è subito presentato come “unificatore” del paese: del resto fece già altrettanto nel 2008, senza successo. Il vantaggio è che avrà ora le mani più libere, essendo meno preoccupato da considerazioni elettorali. Creare una maggiore coesione nazionale, soprattutto sulle principali questioni economiche e fiscali, sarà decisivo.

L’altra sfida immediata per Obama è la nomina delle centinaia di figure dirigenziali nell’amministrazione federale che spetta ad ogni presidente, secondo lo spoil system americano – anche quando la guida dell’Esecutivo non cambia. E questo parziale ricambio deve partire da alcune posizioni di vertice, come quella del Segretario di Stato, visto l’annunciato abbandono di Hillary Clinton.

Infine, ci saranno almeno tre dossier prioritari sulla scrivania del presidente già dai prossimi giorni.

Il primo è la gestione del fiscal cliff entro gennaio, cioè l’indispensabile accordo con il Congresso per tenere sotto controllo i conti dello Stato ed evitare l’esplosione del deficit. Di fatto, si dovranno aumentare le tasse, decidendo a chi chiedere i maggiori sacrifici in una fase comunque molto incerta per la ripresa economica.

Il secondo dossier urgente è probabilmente l’intreccio tra il programma nucleare iraniano (o meglio il rapporto USA-Israele nell’ottica del “problema Iran”) e la crisi siriana: c’è da decidere in tempi rapidi se e come intervenire in Siria per limitare i danni regionali e umanitari della guerra civile, mentre si tiene a freno la rincorsa iraniana al nucleare militare. Una vera quadratura del cerchio, visto che entrambe le questioni richiedono un’ampia collaborazione internazionale ma anche una forte leadership americana.

Sempre sul piano della politica estera, ma con riflessi potenzialmente importanti sulla situazione economica interna, c’è poi il rapporto con la Cina: Obama e il suo nuovo Segretario di Stato (in stretto coordinamento con il Tesoro, la Federal Reserve e il Pentagono) dovranno stabilire e coltivare buone relazioni pragmatiche con la nuova leadership cinese che sta emergendo dall’opaco processo di ricambio in corso a Pechino.

Avanti con Obama, dunque. Come ha detto egli stesso, c’è molto lavoro da fare.

 

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