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USA-Cina: né G2 né guerra fredda

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Nessun rapporto bilaterale genera un così alto grado di incertezza quanto quello tra Cina e Stati Uniti. Si oscilla dall’ipotesi del G2 – un condominio esclusivo che negherebbe ogni vera forma di multilateralismo – allo scenario opposto di una nuova guerra fredda, e quasi certamente di una guerra commerciale di cui si vedono le avvisaglie. Chi crede nel G2 sopravvaluta la capacità di Washington e Pechino di gestire dall’alto i destini di un mondo ormai molto complesso; chi crede nello scenario apertamente conflittuale applica lo schema classico dell’ascesa e declino delle grandi potenze, dimenticando però che la realtà della globalizzazione ha probabilmente (e c’è anche da sperarlo) modificato quella dinamica.

La verità sta, come spesso accade, tra i due estremi: gli elementi conflittuali ci sono realmente, ma l’esigenza della cooperazione è ben compresa su entrambe le sponde del Pacifico.

Il vertice Hu-Obama riflette in qualche modo tutte queste contraddizioni.

Parlando al Council on Foreign Relations di New York, il ministro degli Esteri cinese ha ricordato come i due presidenti si sono incontrati ben sette volte in due anni, ed è innegabile che questa relazione bilaterale quasi simbiotica sia ormai affiancata da una forte consapevolezza politica della posta in gioco. Il vertice di questa settimana resta però interlocutorio e delicato, perché incerta è l’evoluzione “macro” dei rapporti sino-americani. Il vantaggio è che, essendo le premesse degli ultimi mesi piuttosto negative, l’esito sarà probabilmente migliore perché prevarrà un certo pragmatismo.

Guardiamo prima al dossier valutario-finanziario. Hu Jintao ha definito il predominio internazionale del dollaro come un “prodotto del passato”, nella rara intervista concessa e Washington Post e Wall Street Journal. È chiaro insomma che la Cina vede un mondo non più incentrato sulla supremazia economica americana – e da questo trae importanti conseguenze politiche e strategiche, ma lo fa tuttora con prudenza. Il Segretario al Tesoro Timothy Geithner ha detto che la politica del cambio cinese è indifendibile – non può essere cioè difesa, soprattutto, di fronte alle pressioni protezionistiche del nuovo Congresso americano.

A dispetto di queste divergenze di fondo, un qualche tipo di compromesso verrà trovato, ma per due leader che guardano al proprio futuro politico nel 2012 fare vere concessioni è impossibile. La Cina è infatti alle prese con la successione alla quinta generazione del Partito Comunista – in teoria già pienamente organizzata ma comunque delicata  in una fase in cui, tra l’altro, non è più del tutto chiaro il ruolo delle forze armate nel definire le priorità internazionali del paese.

Obama, dal canto suo, sa che la rielezione dipende anzitutto da variabili economiche – e sul dossier cinese è stato finora percepito come troppo debole di fronte a quelle politiche “indifendibili” di Pechino, per cui non può ora mostrarsi cedevole proprio in una fase di ripresa senza occupazione. Va ricordato infatti che in America parlare di Cina significa, oggi, parlare del futuro economico del paese.

Alle tensioni finanziarie e commerciali si aggiunge poi il rischio di una cooperazione non sufficiente sulle pericolose questioni della sicurezza asiatica. È diffusa la percezione di una crescente assertività cinese, e Washington ha mandato chiari segnali di voler puntare di nuovo e fortemente sulle tradizionali alleanze regionali. Il problema di fondo è che le due super-potenze hanno adottato prospettive molto diverse sugli eventi degli ultimi mesi: la Cina ha visto la tensione regionale come il risultato delle politiche americane di contenimento, mentre gli USA attribuiscono l’instabilità proprio ai comportamenti cinesi che avrebbero interrotto una tradizione di prudenza diplomatica. Insomma, è anzitutto una questione di fiducia.

Su questo sfondo, se il vertice Hu-Obama servirà a ristabilire un po’ di fiducia, o almeno a rilanciare un percorso che vada in quella direzione, allora avrà dato un reale contributo a ridurre l’incertezza sulla più importante relazione bilaterale al mondo.

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