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Una piazza finanziaria euro-americana: borse e globalizzazione

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C’era un tempo, neppure troppo lontano, quando le borse erano regionali. Ancora oggi in Germania sopravvivono i mercati di Stoccarda e Berlino, ma il loro ruolo è di fatto limitato rispetto a Francoforte. Negli ultimi dieci anni i mercati finanziari hanno abbandonato progressivamente una segmentazione geografica, unendo le forze per offrire prodotti a un pubblico di investitori sempre più internazionale. L’ultimo accordo, annunciato nei giorni scorsi tra Deutsche Börse e NYSE Euronext, è la conferma che la globalizzazione è ancora viva e vegeta, ma provoca anche dubbi sul futuro ruolo dell’Europa nella regolamentazione della finanza mondiale.

L’intesa, che ha un valore di circa 10,2 miliardi di dollari, raggruppa i mercati azionari europei e americani. Il 37% del fatturato dipenderà dai “derivati”, il 29% proverrà dalle azioni, un altro 20% dal regolamento delle contrattazioni così come dalla custodia dei titoli. Il tentativo è di tagliare i costi, creare sinergie, competere con i piccoli mercati specializzati che in questi anni, grazie a piattaforme tecnologiche sempre più sofisticate, hanno visto la luce in giro per il mondo. Lo sguardo di Deutsche Börse e del NYSE Euronext poi è rivolto all’Asia, una regione in forte crescita anche in questo campo.

Le grandi banche europee o americane potranno in futuro vendere e comprare azioni, obbligazioni e derivati su uno stesso grande mercato, riducendo gli obblighi burocratici e finanziari. I più europeisti potrebbero essere delusi dagli ultimi sviluppi. Nel 2006 avevano esortato Deutsche Börse ed Euronext a una fusione che avrebbe creato un’alleanza tra le borse della zona euro. L’idea fallì: non solo Euronext si sposò con il New York Stock Exchange, ma nello stesso periodo Borsa Italiana finì nelle braccia del London Stock Exchange. Il grande mercato finanziario europeo rimase segmentato, nonostante la presenza di una moneta unica.

Oggi l’alleanza tra i principali mercati della zona euro diventa realtà, se è vero che con l’accordo firmato la settimana scorsa il mercato di Francoforte, gestito da Deutsche Börse, si unisce con le borse di Parigi, Lisbona, Amsterdam e Bruxelles, attualmente controllate da Euronext. Il tutto però avviene sotto un ombrello euro-americano. Da un lato i maggiori legami borsistici saranno certamente utili per rafforzare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. Nonostante lo sconquasso degli ultimi anni e il boom dei paesi emergenti, circa il 10% dell’export tedesco è diretto oltre-Atlantico.

Nel 2009, l’Unione Europea ha esportato verso gli Stati Uniti beni e servizi per 325 miliardi di euro. Nello stesso anno, gli Stati Uniti hanno venduto nella UE merci e servizi per 290 miliardi di euro. In un recente rapporto, la stessa Commissione Europea notava che le due aree economiche sono le più integrate al mondo, “anche per via di investimenti diretti da un lato e dall’altro dell’Atlantico per oltre 2.100 miliardi di euro”. Gli investimenti degli Stati Uniti nell’Unione sono tre volte l’ammontare degli investimenti americani in Asia. Gli investimenti europei in America hanno livelli otto volte superiori a quelli in Cina e in India.

Dall’altro lato, però, è lecito chiedersi se e come questo accordo borsistico influenzerà il braccio di ferro tra americani ed europei sulla necessità di migliorare la regolamentazione della finanza mondiale. Quanto peserà la divisione tra le borse europee nelle trattative con gli Stati Uniti? La presenza di una società che gestisce al tempo stesso i mercati di Francoforte e di New York è un aspetto positivo in questi difficili negoziati? O rischia invece di indebolire la posizione europea, tanto più se nel nuovo gruppo guidato da Reto Francioni e Duncan Niederauer avrà la meglio l’anima americana piuttosto che quella tedesca?

Mentre in campo commerciale la paura è sempre di assistere a una nuova ondata di protezionismo, a causa della crisi finanziaria che ha scatenato reazioni nazionalistiche in ogni parte del mondo, in campo finanziario tecnologie sempre più sofisticate e investitori sempre più internazionali stanno mantenendo in vita la globalizzazione nonostante il pessimismo di molti osservatori. Eppure, anche in questo campo il nazionalismo è in agguato. Alcuni senatori americani paventano che nel nuovo gruppo gli Stati Uniti perdano influenza, mentre i sindacati tedeschi temono che la Germania venga fagocitata.

In questo senso, dietro alla nascita del nuovo gruppo borsistico – e per il quale manca ancora un nome ufficiale – si nascondono due tendenze simultanee: il segno che il processo di globalizzazione, almeno in campo finanziario, continua ad avere la meglio, ma anche la minaccia di una paralisi del ruolo europeo nel grande dibattito sul futuro della finanza mondiale. Più che una semplice operazione societaria, la fusione tra Deutsche Börse e il NYSE Euronext è un test di prim’ordine sul futuro della cooperazione internazionale che va ben oltre la compravendita in borsa di azioni, derivati e obbligazioni.