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Tunisia: dove punta la transizione?

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A due anni di distanza dalle prime elezioni democratiche dell’ottobre del 2011 che consegnarono la guida del paese a Ennahda (partito d’ispirazione islamica), la Tunisia si trova ancora oggi impegnata in una difficile transizione politica ed economica.

Il clima di proteste e di violenze ingenerato anche dagli omicidi politici di Chokri Belaid e di Mohamed Brahmi non ha fatto altro che alimentare una vera e propria paralisi politica ed economica, che scaturisce in effetti da molteplici fattori. Vi sono anzitutto quelli più squisitamente politici, relativi alle divisioni interne ad Ennahda, come anche tra questa e l’ala secolarista formata dal socialdemocratico Ettakatol e dal centrista Congrès pour la République (CpR) – i quali formano la cosiddetta troika al potere a Tunisi. Le opposizioni imputano in particolare al governo la responsabilità di non saper costruire un serio dialogo politico-sociale, non saper gestire efficacemente la politica economica e non garantire adeguati livelli di sicurezza, sia sul piano interno sia su quello frontaliero. Eppure i malumori non mancano nemmeno all’interno della stessa compagine governativa: dopo le dimissioni del ministro dell’Educazione Salem Labiadh – avvenute lo scorso luglio a seguito dell’omicidio di Brahmi, deputato laico e di sinistra dell’Assemblea Costituente –, anche i due alleati laici chiedono maggior collegialità nelle decisioni nonché azioni più incisive per accelerare e portare a termine il processo di transizione attraverso la riscrittura della nuova Costituzione. I lavori procedono infatti a rilento – lì dove non sono proprio del tutto bloccati a causa dei veti incrociati delle varie parti. Ettakatol, d’altro canto, starebbe valutando l’ipotesi di costituire una nuova formazione politica di centro-sinistra insieme a Partito del Lavoro tunisino, Alleanza democratica e Nidaa Tounès (quest’ultima in grande ascesa nei sondaggi nazionali e principale forza secolarista di opposizione).

Per superare l’impasse sono stati avviati  negoziati, con la mediazione di alcuni importanti attori della società civile come l’Union Générale Tunisienne du Travail (UGTT), l’Union Tunisienne de l’Industrie, du Commerce et de l’Artisanat (UTICA), Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH) e l’Office National de l’Artisanat Tunisien (ONAT) – ossia il cosiddetto “quartetto” incaricato appunto di aprire un dialogo tra maggioranza e opposizione. Il tentativo non ha finora condotto a significativi passi in avanti. Solo nella giornata del 5 ottobre, e quasi a sorpresa, la mediazione dell’UGTT sembra aver portato ad un risultato concreto: avvio di un dialogo nazionale con le opposizioni e dimissioni del governo a guida Ennahda con l’obiettivo di formare un esecutivo non politico ad interim che traghetti il paese alle elezioni. . Le parti dovranno approfondire i punti della road map tracciata e approvata di concerto da Ennahda e Nidaa Tounès. Questa è articolata in tre punti fondamentali:

  1. Dimissioni dell’attuale esecutivo entro tre settimane, formazione di un governo ad interim non politico e individuazione di una data delle elezioni entro il termine massimo di sei mesi (primi mesi del 2014);
  2. Completamento dei lavori della Costituzione e di una nuova legge elettorale in seno all’Assemblea Nazionale entro tre settimane;
  3. Avvio di un dialogo tra tutte le forze dell’arco costituzionale mediato dal quartetto nel tentativo di guidare nel miglior modo possibile la transizione;

L’accordo politico dovrebbe, inoltre, prevedere un cambio ai vertici della Presidenza della Repubblica con Moncef Marzouki che dovrebbe passare la mano al leader di Nidaa Tounès, Béji Caïd Essebsi, primo premier tunisino nell’immediato post-Ben Ali. Una sostituzione da cui Ennahda dovrebbe poter ottenere la possibilità di nominare il nuovo primo ministro.

Lofti Zitoun, rappresentante islamista in sede negoziale, ha fatto sapere che il partito “non ha posto condizioni e ha accettato di aprire subito il confronto con le altre forze politiche” ma, allo stesso tempo, ha lamentato una certa parzialità con la quale l’UGTT ha condotto i negoziati in questi mesi.

 Questa programmazione ha trovato il pieno appoggio politico dei principali partner internazionali di Tunisi: l’Algeria di Abdelaziz Bouteflika – anch’egli impegnato in una revisione degli equilibri nazionali in vista delle elezioni presidenziali – gli Stati Uniti e l’Unione Europea, tutti interessati a scongiurare uno scenario egiziano. In particolare Bruxelles, per mezzo del proprio rappresentante per la sponda sud del Mediterraneo, lo spagnolo Bernardino Leon, ha auspicato una maggiore stabilizzazione del paese che potrebbe sbloccare fondi e progetti per svariati miliardi di dollari.

Garantire un certo livello di stabilità politica diviene ancora più urgente se si pensa, infatti, alla necessità di attrarre investitori stranieri per risanare e rilanciare l’esanime economia nazionale. La montante instabilità politica e sociale ha influito negativamente non solo sulle previsioni di crescita – riviste al ribasso dagli maggiori osservatori, e fissate ad esempio intorno al 2,9% dall’Economist Intelligence Unit –, ma anche sugli altri indicatori economici: lotta alla disoccupazione (soprattutto quella giovanile che ha toccato punte del 20% tra i giovani under-trenta), all’inflazione (schizzata al 6% il dato più alto dal 2011) e alla corruzione, attrazione di investimenti diretti esteri (-1,3% nel primo trimestre dell’anno in corso) e ristrutturazione delle finanze pubbliche dovranno essere i punti chiave dell’agenda di politica economica di qualsiasi nuovo esecutivo tunisino.

Tensioni politiche e insostenibilità economica sono infine connesse a doppio filo alle questioni legate alla sicurezza interna e a quelle delle frontiere. Sono, infatti, sempre più numerosi i casi di attentati da parte di salafiti armati, jihadisti e qaedisti infiltrati lungo il confine condiviso con l’Algeria, tra i Monti Chaambi e il wilayat di El-Oued. Situazioni, queste, che hanno spinto il governo tunisino ad inserire lo scorso 28 agosto il partito salafita di Ansar al-Sharia nella black list delle organizzazioni terroristiche. In tutte le aree transfrontaliere e in particolare nell’area del Jebel ech-Chaambi sono state contestualmente avviate importanti offensive militari: il ministro degli Interni, Lotfi ben Jeddou, ha comunicato che gli ultimi blitz effettuati da polizia e militari hanno portato all’arresto di oltre 300 terroristi, legati alla formazione jihadista Al-Murabitun, dislocati nel sud della Libia e pronti a combattere il jihad in Siria. Il dilagare dei fenomeni di criminalità, intanto, ha finora prodotto perdite stimate attorno a quattro miliardi di dollari.

La possibilità di uscire dall’impasse offerta dall’applicazione e dal rispetto del dialogo nazionale, spingendo tutti gli attori politici sulla strada della collegialità e del confronto, è dunque un’opportunità che la Tunisia non può perdere e a cui tutto il mondo arabo guarda con attenzione e speranza.