international analysis and commentary

La zona di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico: problemi e prospettive

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Forse come reazione ai progressi, in verità non molto esaltanti ma pur sempre significativi, fatti dai negoziati che vanno sotto il nome di Trans-Pacific Partnership (TPP, per brevità) ai quali gli Stati Uniti si sono associati dal 2008, l’Unione Europea ha ideato nel 2010 e lanciato nel 2013 la proposta di un Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP, sempre per brevità). Essa  si può considerare l’iniziativa più importante dell’Europa unita per due motivi: perché l’abbattimento di barriere doganali imprime sempre uno shock positivo alle economie dei paesi che lo decidono, dando così un contributo alla crescita europea, e perché l’UE sarà indotta a rivedere la sua architettura istituzionale monetaria e, per certi aspetti, anche quella fiscale, inducendo gli Stati Uniti a fare lo stesso se si vorrà dare vita a un meccanismo che consente una competizione corretta. Il mondo è in allerta per un dollaro debole con un’economia in crescita e un euro forte con un’economia che stenta a crescere; come lo è per una politica fiscale americana azzardata e una analoga politica europea “austera”.

L’UE non può decidere di entrare in un’area di libero scambio con gli USA con una FED che può intervenire sui cambi e acquistare titoli di Stato e una BCE che non può farlo; né tenere divari nei tassi dell’interesse ufficiali che inducono il dollaro creato in eccesso a trasferirsi nell’area euro, apprezzandone il cambio. Occorre perciò coordinare le politiche monetarie affinché le parità monetarie tra le due monete non si discostino dalle ragioni di scambio per generare un habitat di fair competition. Né si può inoltre competere con un paese che non ha limiti nel rapporto deficit pubblico/PIL, mentre nell’UE vi sono limiti rigorosi che generano politiche deflazionistiche. Anche in questa materia è necessario uno stretto coordinamento.

Se non si fa questo, l’area di libero scambio, dopo un periodo iniziale che darà un impulso alla crescita, condurrà a perdite che supereranno i benefici, creando nuove fratture nelle relazioni transatlantiche. Se non si intende coordinare le politiche si potrebbe anche pensare, nonostante il clima culturale non sia più favorevole a una cooperazione rafforzata, a una soluzione come quella creata nel dopoguerra prima del raggiungimento nell’ottobre 1947 del General Agreement on Tariffs and Trade (GATT, ora WTO), preceduto pochi mesi prima dall’operatività della Banca Mondiale prevista dall’Accordo di Bretton Woods e dal Piano Marshall, seguito da un centro di coordinamento domiciliato a Parigi presso l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Ossia prevedere interventi correttivi degli effetti delle liberalizzazioni in mercati imperfetti dove la concorrenza opera in un’area monetaria non ottimale, cioè caratterizzata da divari strutturali di produttività che, come noto, portano a far diventare più ricche le aree ricche e più povere quelle già povere o quelle benestanti ma in difficoltà.

Ovviamente non è necessario che tutti questi problemi gravino sulle trattative TTIP, ma la necessità di una loro soluzione deve essere chiara nella visione che orienta le due grandi aree in materia di scopi economici e geopolitici perseguiti con gli accordi negoziati. L’esperienza europea deve insegnare pur qualcosa a tutti. Affinché la competizione si svolga correttamente le condizioni del mercato non devono essere alterate dagli effetti di politiche economiche divergenti o di architetture istituzionali che inducono a una competizione distorta.

Il raggiungimento di una partnership negli scambi e negli investimenti non può prescindere da una di queste soluzioni: coordinare politiche e istituzioni oppure compensare le distorsioni causate dal mancato coordinamento. Le mie preferenze vanno alla prima.

Vi è inoltre un  problema di comunicazione. La Commissione pubblicizza l’iniziativa come un accordo che dà un beneficio certo per imprese e famiglie, specificando che le prime esporteranno 187 milioni di euro in più e le seconde beneficeranno di 545 euro in più all’anno. Non è bastata l’esperienza negativa fatta nel mercato comune europeo a moneta unica nel promettere con il documento Delors-Cecchini maggior benessere e occupazione per dissuadere i vertici europei dal vendere illusioni sotto forma di stime quantitative precise che dipendono dal coordinamento o meno delle politiche e da altri fattori. Dovrebbero invece dire che il raggiungimento dell’accordo pone problemi di aggiustamento la cui soluzione richiede un preciso impegno. L’area di libero scambio di beni e capitali che va sotto il nome di TTIP è benefica perché sostituisce alla volontà delle autorità quelle del mercato, creando un sistema di maggiori libertà individuali. Niente di più e già basta. Ma, affinché non conduca a nuove tensioni politiche è necessario prevedere gli strumenti correttivi delle eventuali distorsioni derivanti da diversità istituzionali monetarie e reali e di posizionamento geopolitico.

Aspen Transatlantic Dialogue
Pivot to Europe: options for a new Atlantic century
Venezia, 04/10/2013 – 05/10/2013