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Tempo di elezioni in Egitto: il cambiamento difficile tra voto e boicottaggio

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Con l’avvicinarsi delle elezioni della Shura, la camera bassa del Parlamento egiziano, previste per novembre, parole come riforma, cambiamento e democrazia dominano i quotidiani locali – oltre alle precarie condizioni di salute dell’attuale presidente Hosni Mubarak.

Nelle ultime settimane, un sasso nello stagno della politica egiziana è stato gettato da Mohammed El Baradei (ex presidente della AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che ha invitato i gruppi di opposizione a boicottare proprio le imminenti elezioni. Non tutti però la pensano come lui nelle fila dell’opposizione, e la situazione resta dunque incerta.

Dopo dodici anni di assenza dal paese, a febbraio El Baradei si era dichiarato pronto a partecipare alla corsa presidenziale prevista per il 2011, a condizione che il governo approvasse una nuova costituzione in grado di garantire una competizione leale e onesta. Attraverso la sua “Associazione nazionale per il cambiamento”, El Baradei ha iniziato a raccogliere firme per una petizione di riforma in cui si avanzano al governo sette richieste. Tra queste, la fine dello stato di emergenza, in vigore da ben ventinove anni, un emendamento costituzionale che garantisca votazioni realmente competitive e multipartitiche, e la creazione di un’apposita agenzia che ne controlli lo svolgimento.

A fine agosto l’appello era già stato firmato da più di 800mila persone, ma il regime continua a fingere di ignorare la questione senza dare risposta alle richieste.

Ecco perché a fine agosto El Baradei è tornato all’attacco dal suo profilo Twitter, con un post che invita tutti i partiti di opposizione a boicottare le elezioni parlamentari.

Anche se in Egitto i gruppi di opposizione partecipano formalmente alle elezioni dal 1976, questi non sono mai stati in grado di fare effettivamente sentire la propria presenza in Parlamento e influire sul processo legislativo: il partito di Mubarak, che alla scadenza del quinto mandato avrà tagliato il traguardo dei trent’anni al vertice del potere, controlla totalmente il paese. Le elezioni del 2005, per esempio, sono state del tutto fraudolente: agenzie umanitarie internazionali hanno denunciato non solo azioni intimidatorie da parte della polizia, ma anche il suo continuo ricorso alla violenza. Oltre a dominare tutte le istituzioni e le strutture amministrative del paese, infatti, il regime non si fa scrupoli a usare misure repressive proprio grazie alla giustificazione del continuo stato di emergenza. Paradossalmente, l’esistenza formale di un’opposizione (ininfluente) finisce per conferire legittimità a un sistema che si vuole presentare come democratico e pluralista.

Ecco perché altri leader dei partiti e dei movimenti d’opposizione, tra i quali il Fronte democratico e Kifaya, hanno già aderito all’appello di El Baradei. Tra questi non poteva mancare Ayman al Nour, il leader del Ghad che alle scorse elezioni presidenziali ottenne il 7% dei voti e finì in carcere. Questi gruppi ritengono ormai di non avere nulla da perdere ritirandosi dalla competizione elettorale, e soprattutto non intendono legittimare con la loro presenza l’ennesima farsa che il regime si appresta a mettere in scena. A condividere il loro pensiero è anche il forum delle organizzazioni umanitarie indipendenti, un gruppo di undici organizzazioni che da tempo difendono gli attivisti politici che finiscono vittime di atti di intimidazione e persecuzione da parte del governo. In un appello lanciato a metà agosto anche questo network chiedeva garanzie di trasparenza e integrità per le prossime elezioni, ma neanche la loro istanza ha ricevuto risposta.

Non tutta l’opposizione però è in linea con la proposta del boicottaggio, e alcuni gruppi importanti hanno declinato l’invito di El Baradei. Mounir Abdel Nour, segretario generale del partito liberale del nuovo Wafd (ultima incarnazione del tradizionale partito nazionalista della borghesia, sempre schierato su posizioni antibritanniche) ha dichiarato al Misri al Yaoum, quotidiano liberale egiziano, di voler partecipare alle elezioni per poter chiedere fino alla fine che queste siano regolari e per poterne controllare lo svolgimento dall’interno. Secondo il leader del partito di sinistra Tagammu, Refaat el Saeed, non partecipare vorrebbe solo dire lasciare più spazio al regime, consentendogli di manipolare il processo politico con ancora maggior facilità.

Dopo una lunga discussione interna, anche i Fratelli musulmani, che negli ultimi mesi hanno dato grande appoggio all’iniziativa di El Baradei mobilitandosi per la raccolta firma della sua petizione, hanno deciso di partecipare alle elezioni. Sorprendendo tutti e facendo correre i suoi rappresentanti come indipendenti, nel 2005 la fratellanza si aggiudicò 88 dei 444 seggi in palio, cioè quasi il 20%: un successo mai ottenuto prima. Ecco perché questo storico movimento, fatti i conti, non se la sente di ritirare la candidatura dei suoi 150 rappresentanti.

El Baradei sa bene che un boicottaggio sarebbe efficace solo qualora tutti i partiti di opposizione aderissero al suo appello, ma non per questo si arrende o smette di ripetere che le restrizioni politiche del governo di Mubarak rendono impossibile qualsiasi tentativo di riforma nazionale. “Noi lavoriamo in un sistema politico illegittimo e il regime non ha risposto a nessuna delle nostre richieste. È giunta l’ora di mandare un messaggio al regime dicendogli di fare le valigie e andarsene” ha dichiarato a inizio settembre.

El Baradei si è anche detto pronto a lanciare una campagna di disobbedienza civile di massa, cosa che fino ad ora non aveva mai proposto. Non ne ha ancora annunciato i tempi, ma ha parlato di una mobilitazione organizzata che miri espressamente a scuotere la stabilità del regime.

Dati gli enormi ostacoli oggettivi posti allo svolgimento del processo democratico, il boicottaggio si può considerare uno strumento politicamente giustificabile – e potenzialmente efficace qualora le diverse componenti dell’opposizione riuscissero a coordinarsi. La proposta di El Baradei potrebbe insomma essere il minore dei mali per un’evoluzione realmente democratica del sistema politico egiziano, e forse un un’utile arma politica per influenzare un regime che sembra davvero impervio al cambiamento.