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Russia: il BRIC anomalo

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Il rapporto tra la Federazione Russa e il gruppo noto come BRIC è per molti versi paradossale: la Russia ha fornito fin dall’inizio la seconda lettera dell’acronimo e dunque, a rigor di logica, dovrebbe far parte integrante del fenomeno delle economie emergenti, eppure ne riflette tutte le incoerenze e anomalie. Anzi, tra i russi non si considera realmente premiante il fatto di essere inseriti nel novero dei BRIC. Questo atteggiamento è probabilmente destinato a intensificarsi ora che tutti i membri di questo raggruppamento informale e controverso stanno oggi soffrendo, sotto i colpi di una perdurante e avversa congiuntura mondiale, di problematiche ormai evidenti e strutturali che sono insite nei rispettivi (peraltro diversi) modelli di sviluppo.

D’altro canto, tra i russi, nessuno riesce a considerare premiante il fatto che il suo paese sia “uno dei BRIC”. Pur ricordando che la Russia persegue la riaffermazione di uno status di grande potenza e opta quindi per una visione multipolare della struttura delle relazioni internazionali, quando vuole cercare un modello di progresso tecnologico di riferimento, a tutt’oggi, continua a guardare agli USA ed all’Europa Occidentale, principalmente perché si sente parte della esperienza culturale e storica soprattutto di quest’ultima. La stessa politica estera della Russia nei confronti degli altri paesi del club mostra aree di sostanziale incertezza. Sembra essere fallito il tentativo di fare del Brasile la testa di ponte della Russia in America Latina, mentre per l’India e la Cina è assai difficile mutare il fatto che ambedue sono tuttora viste da Mosca come concorrenti, piuttosto che come partner.

È anche vero però che, nell’attuale configurazione internazionale di potere, chiamarsi del tutto fuori da questo raggruppamento renderebbe la Russia più debole. Mosca lo sa e vi partecipa con il coinvolgimento che i propri interessi strategici le dettano: una partecipazione di controllo, potrebbe dirsi. Essere parte del club può tornare utile, davanti al rischio di perdere il treno delle “potenze egemoni”, future o immaginarie che siano. Questo evento è ormai considerato anche in Russia più che ipotetico; il magro incremento (1,6%) del PIL nel primo trimestre – di fronte a un’inflazione che viaggia al 7% – riporta a galla le carenze strutturali, politico-economiche del paese, note da sempre e mai risolte.

Vladimir Putin, diventato presidente per la prima volta 13 anni fa, ha salvato il paese dal caos economico ripescandolo dall’abisso dei 1.600 dollari di reddito medio annuo pro capite. La crisi finanziaria che colpì la Russia nell’agosto del 1998 posticipò di diversi anni la nascita di una classe media, mentre ingrassò le fila dei super ricchi. L’amara lezione che il crollo del prezzo del greggio inflisse all’Unione Sovietica convinse il presidente a creare di un Fondo di stabilizzazione da finanziarsi con il surplus sulle leggi annuali di bilancio originato dalla vendita di idrocarburi: prima della crisi, arrivò a contenere quasi 600 miliardi di dollari.

Tra le altre riforme, quella che riduceva le imposte sui redditi personali al 13% ebbe reali effetti macroeconomici. Questa misura, insieme all’impiego di parte dei proventi dell’export delle materie a sostegno dei redditi più svantaggiati, elevò il reddito medio annuo ad un ritmo non eguagliato neppure dalle altre economie emergenti. Notevole fu l’incremento di domanda interna che ne conseguì e tra il 2000 ed il 2007 la crescita annua media del PIL russo sfiorò l’8%, seconda solo alla Cina ed all’India. I dati economici cominciarono a mostrare una vitalità in settori diversi da quello degli idrocarburi. Si cominciò a parlare di “decoupling” dalle economie più sviluppate, che nel frattempo decrescevano. Dall’inizio del 2006 alla metà del 2008 parve certo che la Russia avrebbe presto potuto dire la sua in una condizione di parità con i paesi più avanzati. Oggi, invece, il 40% della popolazione dipende da proventi economici statali e sempre dallo stato dipendono oltre il 50% delle società quotate in borsa. Insomma, “un sistema sovietico adattato alle condizioni di mercato”, è stato osservato dagli analisti.

La “crisi americana” si abbatté nel corso del 2008 sulla Russia unitamente alla vorticosa discesa del prezzo del petrolio. L’anno successivo si assistette ad un crollo del PIL dell’8% – la peggiore performance economica tra i paesi del G20 – che ridimensionò la reale valenza economica della Russia, con enormi danni al settore privato. La Russia ha riguadagnato i livelli di capacità produttiva pre-crisi solo alla fine del 2011, ultima ad arrivarci tra le economie dei paesi BRIC. E per molti aspetti resta ancora il fanalino di coda del club; la previsione pessimistica della BERS le assegna per quest’anno una crescita non superiore all’1,8%, senza che l’inflazione rallenti.

La principale distorsione dell’impianto economico russo continua a dipendere dalla gestione delle sue risorse energetiche. Un ambito nel quale si può dire che “la cortina di ferro è rimasta a metà” e che non riesce ad ispirare una moderna politica di settore, come sostiene nel suo recente studio sull’argomento l’autore Thane Gustafson, professore di scienze della politica a Georgetown. L’Unione Sovietica non è mai stata uno stato petrolifero, la Russia lo è diventata. Nel 2001 il petrolio contava per il 34% dei valori dell’export, nel 2011 per il 52%. E se vi aggiungiamo le altre materie prime, si arriva agevolmente all’80%. Nel 2001 le esportazioni di petrolio e gas rappresentavano il 20% delle entrate fiscali, ora ne costituiscono la metà. Nei confronti dell’export di idrocarburi il sistema economico russo nel corso di undici anni è passato dalla tolleranza alla dipendenza.

Non si tratta della solita “maledizione del petrolio”, ma di problemi nella regolazione del settore, segnalano gli esperti. “Il petrolio era il nostro motore, è diventato il nostro freno”, ha detto tempo fa Aleksej Kudrin, vice primo ministro e ministro delle Finanze con Putin nel periodo d’oro. Come in passato, quello del prezzo delle fonti energetiche continua ad essere per la Russia il canale principale per la trasmissione di shock esterni al sistema economico. Il settore è sotto pressione anche a causa di problemi di ben altra dimensione. In primo luogo, la trasformazione dovuta all’exploit dei metodi di ricerca a tecnologia innovativa, che stanno rafforzando la posizione di paesi come la Cina – ora possiede le più ampie riserve di shale gas al mondo – e allungano l’elenco dei paesi produttori. Inoltre, a Bruxelles il sistema di fissazione dei prezzi di Gazprom è sotto investigazione da parte della Commissione europea. Il gigante russo ha dovuto piegarsi ad una rivisitazione del calcolo delle tariffe favorevole ai paesi clienti. Secondo stime fornite dal Financial Times, si tratterebbe di una perdita economica di circa quattro miliardi di dollari.

Un debole tasso di crescita complica la vera sfida del terzo mandato di Putin: quella di innalzare apprezzabilmente il reddito medio annuo, oggi pari a 13.900 dollari (circa il 40% della media dei paesi OCSE). Ma non sembra che, al momento, i programmi governativi siano capaci di far sfuggire il paese alla “trappola del reddito medio”: una situazione in cui, per fare ripartire la crescita, il paese dovrebbe intraprendere tanto impegnativi e profondi quanto difficili trasformazioni della struttura economica. Per schivare la consistente possibilità che il paese si avvii verso un periodo di stagnazione, il Cremlino sta premendo sul governo perché attui un intenso programma di investimenti strutturali. Una mossa che in molti, fra questi gli esperti del Fondo monetario internazionale, sconsigliano però come improduttiva.

Continua a sembrare impossibile creare in Russia, paese che è ai primissimi posti nella classifica mondiale dei super miliardari, una ampia “normale” classe di danarosa borghesia. Nel frattempo i russi che possono, preferiscono, come d’abitudine, portare fuori dal paese montagne di miliardi di dollari (122 negli ultimi due anni), anziché investirli in patria. “Ora che è diventata un’economia di un certo rilievo, la Russia ha dimostrato che manca della forza politica ed istituzionale per mettere in atto riforme che possano sostenere una crescita forte”, ha sentenziato tempo fa Ruchir Sharma, capo della divisione patrimoniale per i mercati emergenti di Morgan Stanley. I fatti sembrerebbero dargli ragione.