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Repubblica Democratica del Congo: i capitoli recenti di un conflitto pluridecennale

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Nonostante gli equilibri interni della Repubblica Democratica del Congo (RDC) siano tra i più rilevanti per l’intera regione centrafricana, lo spazio accordato dai media mondiali agli eventi che hanno segnato la sorte del paese rimane molto limitato. Qui si è consumato, nell’ultimo anno e mezzo, uno dei conflitti più cruenti che l’Africa abbia mai conosciuto.

Nella RDC (nota per parte della sua storia come Congo Belga e Zaire), all’inadeguatezza della classe politica – uno dei problemi più pressanti degli Stati centrafricani – si è aggiunta la mina dei conflitti inter-etnici: sono le cause di fondo di una guerra civile che, sebbene a intermittenza, ha ormai una durata pluridecennale.

In questo enorme paese di circa 75 milioni di abitanti, dopo l’indipendenza politica dalla ex-potenza coloniale (il Belgio, nel 1960) non si è mai formata una classe dirigente in grado di impedire o quantomeno controllare le spinte autonomistiche degli anni Sessanta, le lunghe crisi agro-alimentari degli anni Settanta, e i conflitti civili e etnici degli anni Novanta e Duemila. Oltre agli annosi problemi di produzione economica (la RDC è quasi in fondo a tutte le classifiche mondiali del PIL pro-capite) e di malnutrizione della popolazione rurale (oltre l’80% di chi vive in campagna soffre la fame), la mancata formazione di un’élite politica moralmente integra e politicamente attiva ha contribuito in maniera sostanziale al crollo verticale del paese. Personaggi come Moise Ciombe o come il colonnello Mobutu Sese Seko sono di certo da annoverare tra i responsabili delle crisi politiche ed economiche dei primi lustri di vita della RDC. A far degenerare la situazione hanno poi contribuito le tensioni fra le decine di ceppi etnici differenti i quali, ognuno con le proprie peculiarità, avanza rivendicazioni sociali, linguistiche o politiche. L’RDC rimane a maggioranza bantu, ma la sua straordinaria ricchezza culturale e frammentazione etnica non ha trovato una vera composizione politica. E l’instabilità interna si è a più riprese combinata con i conflitti in corso in alcuni dei paesi vicini, come Angola, Ruanda e Burundi.

Il movimento che più radicalmente ha trasformato le rivendicazioni etniche in opposizione al governo centrale è l’M-23 (Mouvement du 23 mars, movimento del 23 marzo). Ed è anche quello che è stato protagonista dell’ultima fase della guerra civile, durata sino al mese scorso. La data alla quale si rifà il nome del movimento è quella simbolo delle disattese speranze di integrazione etnico-culturale. Il 23 marzo del 2009, infatti, fu siglato un accordo tra il governo centrale e il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP, cioè l’armata di tutsi ruandofoni) per la fine del conflitto etnico, accordo poi clamorosamente disatteso da entrambe le parti che si arroccarono su posizioni intransigenti.

L’M-23 è nato da una costola del CNDP e ha condotto una forma di guerriglia lunga un anno e mezzo, con base nella provincia del Nord-Kivu e nel suo capoluogo Goma. La distribuzione demografica dell’etnia tutsi – il cui apice per densità è proprio a Goma, al confine con l’Uganda – ha reso subito problematica la difesa di tali territori da parte dell’esercito regolare, che ha progressivamente abbandonato le proprie posizioni. Il fatto poi che il presidente del regime ruandese Paul Kagame – anche lui di etnia tutsi – appoggiasse l’M-23 non ha aiutato; a chiudere il cerchio degli interessi in gioco ha contribuito infine il sottosuolo ricco di minerali preziosi (diamanti su tutti), che rende questa provincia una chiave geopolitica imprescindibile per il controllo di tutta la regione.

A capo dell’M-23 è l’oscura figura del generale Bosco Ntaganda, ricercato dal Tribunale penale internazionale dal 2008 per crimini di guerra. La tattica del generale è sempre stata chiara: guerriglia e imboscate asfissianti evitando le battaglie in campo aperto. La conformazione del territorio (foresta equatoriale) gli ha offerto indiscussi vantaggi da questo punto di vista.

La ritirata dell’esercito regolare da queste zone ha raggiunto un punto di massimo rischio nella primavera del 2013, quando l’M-23 sembrava poter puntare deciso su Kinshasa, la capitale. A questo punto, le diplomazie occidentali, solitamente poco solerti nelle questioni centrafricane, si sono finalmente attivate per porre fine all’escalation di violenza.

Memore del genocidio ruandese di 20 anni prima, nonché della scarsa efficacia del MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la république démocratique du Congo) a metà anni 2000, l’ONU ha fornito la cornice per un’operazione internazionale. Tra i paesi ad aver inviato contingenti spiccano Sudafrica e Tanzania, che molti analisti considerano come i principali fautori della fine del conflitto. I caschi blu (che dal 2010 operano nella missione MONUSCO – Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en RD Congo), hanno offerto un supporto decisivo al debole e stremato esercito congolese – tanto che in molti si sono domandati perfino se il supporto non fosse diventato un aiuto eccessivo, dunque in contravvenzione alle vigenti norme di diritto internazionale. I droni delle Nazioni Unite hanno comunque fatto il resto, rivelandosi efficacissimi contraltari alle strategie di Sultani Makenga, principale consigliere militare dell’M-23.

Il netto ma non rapido cambio di fronte ha progressivamente disperso le risorse dei ribelli, sia economicamente sia come disponibilità di uomini. La notizia della resa dell’M-23 – i cui vertici politici sono per ora fuggiti in Uganda – è stata annunciata dai comandanti militari il 5 novembre a Kampala, dopo che anche gli ultimi battaglioni avevano abbandonato Goma. Comunque, gli accordi di pace non sono mai stati ufficializzati e questo denota un persistente distacco tra il governo di Kinshasa e i leader dei ribelli. Il primo non vorrebbe concedere alcuna legittimazione a uomini macchiatisi di crimini contro l’umanità, mentre i secondi, forti dell’appoggio (secondo alcuni solo diplomatico, secondo altri ben maggiore) di Ruanda e Uganda, avrebbero chiesto addirittura l’immunità per il rientro in suolo congolese.

In questa fase del lungo conflitto, rimane comunque l’emergenza umanitaria, che non può in alcun modo essere scissa dalle vicende belliche. Con circa 800.000 profughi, decine di migliaia di morti in 18 mesi, e una dozzina di indagini da parte del Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità, la macroregione centrafricana ha dato ancora una volta prova della più acre violenza. In secondo luogo, la scia di distruzione che la guerra ha lasciato dietro di sé ha falcidiato le attività produttive: l’agricoltura, principale fonte di reddito della nazione, è drasticamente ridimensionata e non può garantire nemmeno il sostentamento di pochi.

Da un punto di vista più propriamente politico va riconosciuto però il fatto che la RDC è riuscita a riaffermare la propria sovranità anche sui gruppi etnici diversi dai bantu. La legittimazione dell’esercito sembra aver riunito le varie etnie sotto un unico comando, con il sostegno anche esterno dell’ONU.

I rivali nelle trattative di pace, cioè Ruanda e soprattutto Uganda, hanno goduto di un certo sostegno anche da parte degli Stati Uniti che dunque possono esercitare una qualche pressione; entrambi potrebbero ora svolgere un ruolo più costruttivo. Per questo alcuni osservatori credono che siamo arrivati ad un punto di svolta positivo nei conflitti centroafricani. Tuttavia, l’equilibrio rimane molto fragile sia nel paese che nella turbolenta regione circostante.