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Perché va fermato il contagio tra Mali e Algeria

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Le vicende del Mali – dove pochi giorni fa il fragile governo del presidente Traorè ha chiesto aiuto militare alla Francia contro le forze islamiste che minacciavano ormai la capitale – si sono trasformate a tutti gli effetti in una grave crisi internazionale, con molte ramificazioni.

Ciò è vero anzitutto nel senso che la comunità internazionale è direttamente coinvolta, a cominciare dalle Nazioni Unite (il cui rappresentante speciale per il conflitto nel paese è Romano Prodi). Ma lo è anche nel senso che le ramificazioni regionali della situazione in Mali sono tangibili e immediate: l’azione dei gruppi islamisti che hanno rapito dei lavoratori occidentali in un impianto energetico in Algeria come rappresaglia per l’intervento francese nel vicino africano è sfociata in uno scontro sanguinoso che ha coinvolto le forze ufficiali algerine.

I collegamenti tra l’Algeria e il Mali erano ben noti già prima degli ultimi eventi, se non altro perché vari gruppi islamisti che fanno riferimento diretto ad “al Qaeda nel Maghreb” rivendicano da tempo un’area a cavallo tra i due paesi. Ci sono legami anche con la Libia, dove alcuni tuareg che ora agiscono nel Nord del Mali – in parziale accordo con le componenti islamiste – lavoravano come mercenari per Gheddafi; proprio verso la Libia i militanti islamici sembrano aver chiesto un “lasciapassare” dopo i rapimenti (presso un impianto per il gas naturale proprio al confine con l’Algeria).

L’accelerazione della crisi ha reso dunque del tutto evidente che il rapido contagio regionale può arrivare fino alle coste mediterranee. E qui diventa più chiaro l’interesse dei paesi europei per quanto accade nel paese subsahariano – compresa la decisione del governo italiano (come di quello tedesco) di contribuire alle operazioni internazionali, per ora con una forma di supporto logistico. L’Algeria è un attore di notevole importanza come fonte di approvvigionamento energetico, soprattutto per l’Italia; inoltre, è un paese che non è stato investito dal 2011 dalle rivolte – e dalla relativa “transizione” – come Tunisia, Egitto, Libia. In ogni caso, la sua stabilità non può affatto essere data per scontata.

Le ragioni di fondo dell’azione in Mali stanno nel quadro regionale e nei possibili effetti-contagio. La missione militare intrapresa sotto la guida francese, che è subito passata dai raid aerei ad operazioni di terra, ha come obiettivo dichiarato aiutare il governo che siede nella capitale Bamako a difendersi dall’insurrezione islamista. Ma quel governo, guidato da un presidente ad interim, è derivazione di un recente colpo di stato e dunque gode di dubbia legittimità. La missione coinvolge, in teoria, una coalizione di paesi africani (praticamente tutti i vicini del Mali), che però devono ancora definire con precisione le modalità del loro impegno e che comunque possono contribuire in modo solo parziale alla stabilizzazione del paese per ragioni sia tecniche che politiche. È chiaro dunque che la responsabilità dell’intervento, nell’immediato, ricade su Parigi e i suoi alleati occidentali. Il problema sul terreno è non solo la debolezza oggettiva delle forze armate ufficiali maliane, ma anche la frammentazione del quadro politico-territoriale visto il tentativo in atto (soprattutto da parte dei tuareg) di dar vita a uno stato indipendente nel nord del paese.

Su questo sfondo intricato, ci sono almeno due punti fermi riguardo al Mali. Anzitutto, non si pone un problema di legittimità o legalità internazionale dell’intervento in quanto tale: l’ONU stava lavorando da mesi ad un qualche tipo di azione coordinata a livello multilaterale, e la Risoluzione 2085 dello scorso dicembre autorizza un intervento militare (sebbene lo definisca “a guida africana”).

Un secondo punto fermo è che una reale stabilizzazione del paese richiederà uno sforzo e una presenza internazionali consistenti e durevoli: le milizie islamiste sembrano avere buone capacità militari (essendo composte in parte di professionisti addestrati), e sul terreno si muove una molteplicità di attori – qui, per la verità, un’opportunità viene proprio dal fatto che i tuareg potrebbero non avere obiettivi del tutto compatibili con quelli dei gruppi più strettamente integralisti. In sostanza, non siamo di fronte a una sorta di blitz, ma all’apertura di un fronte regionale molto vasto.

È importante allora collocare questa complicata situazione nel contesto dei dibattiti in corso dagli anni Novanta sulle varie forme di “interventismo” occidentale nelle crisi locali. Il caso del Mali (e della sua rete di collegamenti regionali) conferma, se ve ne fosse ancora bisogno, che la forza armata è un’opzione spesso necessaria nei confronti di gruppi che usano a loro volta la forza. Ciò richiede però un impiego flessibile della superiorità militare di cui tuttora gode l’Occidente. Non si tratta, dunque, soltanto di “contro-terrorismo” (inteso come azioni mirate e magari clandestine di piccoli commando e forze speciali, o ancora di attacchi dei famosi droni senza pilota spesso usati dagli Stati Uniti): parliamo invece di operazioni militari anche su vasta scala, con tutti i rischi e costi che ne conseguono.

Quello militare è soltanto uno tra gli strumenti a nostra disposizione, certo, ma uno strumento sempre pronto ad essere attivato. E ciò prescinde dalle nostre propensioni (o perfino dai vincoli di bilancio) nella fase più acuta di una crisi, come quella che stiamo affrontando in questi giorni. Ci sono cicli di maggiore e minore riluttanza nei confronti degli interventi militari nelle società occidentali; ma gli eventi gravi e minacciosi cambiano sistematicamente le attitudini anche dei governi più restii ad impiegare la forza. Vale per l’America di Obama, che al più sembrava prefigurare un contributo di intelligence a sostegno della Francia (con ancora maggiore cautela che nel caso libico del 2011, dunque); e vale per l’Italia, che sta facendo la sua parte nell’ambito europeo e nel quadro ONU, sperando che davvero sia sufficiente un “supporto logistico”.

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Il Messaggero il 18 gennaio 2013.