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Karzai, Obama e il futuro ruolo americano in Afghanistan

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È stato necessario aspettare che Hamid Karzai facesse ritorno da Washington per vederci un po’ più chiaro sui colloqui che l’11 gennaio si sono tenuti nella capitale statunitense tra il capo di Stato afgano e il presidente degli Stati Uniti. La missione era molto complicata: da una parte Karzai cercava rassicurazioni per sé, il suo governo e il suo paese per quanto riguarda l’impegno militare americano. Dall’altro, il presidente afgano aveva bisogno di dimostrare di non essere un semplice strumento nelle mani di Washington, una debolezza che non gli viene rimproverata solo dai talebani. Doveva insomma fare il muso duro tendendo il cappello; fare l’amico e il solido alleato senza però far figurare tutto ciò come una svendita di sovranità. Alcuni segnali dicono che il tentativo potrebbe essere riuscito.

Appena rientrato dagli Stati Uniti, il presidente afgano ha affrontato di petto il tema delle elezioni che si devono tenere nell’aprile del 2014 e che riguardano, innanzitutto, proprio la presidenza della Repubblica cui Karzai ha già confermato di voler rinunciare, come impone la Costituzione. Le questioni in ballo sono tante, a cominciare dalla decisione del suo governo di tener buone le vecchie schede di registrazione degli aventi diritto che invece (più saggiamente) la Commissione Elettorale Indipendente (IEC) vorrebbe cancellare ricominciando da zero. Karzai però si è preoccupato di mettere soprattutto in chiaro una cosa: che gli americani “non interferiranno” nel processo elettorale e che si faranno avanti per dare una mano “solo se invitati”. Una netta affermazione di indipendenza.

Che Karzai e Obama abbiano parlato anche delle prossime elezioni è fuori di dubbio ma dal colloquio, in merito, non è trapelato nulla. In effetti è trapelato molto poco rispetto a tutti i temi sul tavolo. Il comunicato della Casa Bianca al termine dei colloqui è rimasto negli schemi delle frasi di rito lasciando alle ipotesi e alle speculazioni l’interpretazione dell’uscita pubblica di Ben Rhodes, vice consigliere per la Sicurezza del presidente, che, alla vigilia dei colloqui, aveva fatto capire che, nella strategia di Washington per il dopo 2014, ci sarebbe posto anche per una “opzione zero”. Obama, che ha fatto ritirare già un terzo dei 90mila uomini schierati in Afghanistan, ha probabilmente voluto mettere in chiaro con Karzai che l’America sta veramente pensando di andarsene e che dunque bisogna serrare i ranghi. Ma può anche essere che abbia voluto rafforzare l’immagine di un Afghanistan in grado di gestire la transizione, anche in presenza di un ritiro corposo (seppure non completo) degli americani. Un’ipotesi che non dispiace ai talebani, i quali hanno sempre fatto del ritiro americano la precondizione di ogni trattativa – anche perché quel che farà Washington farà poi Bruxelles, cioè il quartier generale della NATO.

Come che sia, un fatto è abbastanza chiaro. L’ipotesi di un ritiro delle truppe sempre più corposo non è stata per Obama soltanto uno slogan elettorale, come peraltro dimostra la sua scelta dei due nuovi ministri chiave: John Kerry agli Esteri e Chuck Hagel alla Difesa. Le posizioni di Kerry sul conflitto sono note; di Hagel sono state sottolineate, al momento della nomina, le polemiche con l’amministrazione Bush sull’Iraq e sulla sua preferenza a negoziare con l’Iran anziché spingere il regime di Teheran verso un conflitto, ma il senatore ha in più di un’occasione chiarito il suo pensiero sull’Afghanistan, specie dopo la morte di Bin Laden, affermando che l’unica strada da seguire è quella di una exit strategy.

La exit strategy è in effetti cominciata da tempo e non solo col ritiro – promesso e mantenuto – dei famosi 30mila soldati americani inviati col surge del 2009. Sebbene al Pentagono sia al Congresso in molti siano convinti che in Afghanistan si dovrà restare (e con una presenza non solo simbolica ma sostanziale) ancora a lungo, il comandante delle forze NATO in Afghanistan è stato incaricato di predisporre un piano di ritiro graduato: il generale John Allen avrebbe prefigurato di lasciare nel paese dell’Hindukush 15mila uomini, dislocati soprattutto a difesa delle basi. Ma sembra che il generale abbia poi rivisto le sue previsioni per il dopo-2014 al ribasso, prevedendo una forza compresa tra le 3mila e le 9mila unità, il che ha fatto ipotizzare una possibile presenza americana nel 2015 di circa 6mila soldati. I contrari a un ritiro troppo rapido stimano che ne sarebbero necessari almeno 30mila, visto che una sola delle 23 brigate dell’esercito afgano sarebbe in grado di operare in modo realmente autonomo.

Ma non è su questi numeri (che per ora sono solo ipotesi) che i parlamentari afgani hanno attaccato Karzai: il punto controverso è che, secondo Obama, i suoi soldati si ritireranno da un ruolo attivo di combattimento, delegando ai colleghi afgani tutta la responsabilità degli operativi sul terreno, non in estate ma già in primavera. È questo anticipo che ha colto di sorpresa i politici di Kabul, preoccupati dai tempi troppo stretti; Karzai ha replicato ai suoi critici che questa accelerazione non fa altro che rafforzare la sovranità nazionale. Intanto il presidente afgano ha spinto con forza verso Washington su altri due elementi altrettanto importanti in termini di sovranità nazionale: la definitiva giurisdizione afgana sui prigionieri di Bagram (per anni sotto sola tutela americana), e la fine dell’immunità per le truppe americane che resteranno in Afghanistan (un punto su cui l’accordo ancora non c’è). Nella prima uscita pubblica a Kabul dopo la visita a Washington, Karzai ha giocato le sue carte con astuzia, dichiarando che la presenza americana in Afghanistan dopo il 2014 dipende proprio da quest’ultimo elemento ma anche che Obama lo ha messo in guardia: o i soldati avranno l’immunità o gli americani se ne andranno del tutto. Dunque, agitando lo spettro della “opzione zero” Karzai ha poi passato la questione alla Loya Jirga, l’assemblea dei capi tribali che il presidente convoca nell’ora delle decisioni irrevocabili – ma solitamente quando ha già deciso cosa fare e ha bisogno di un plebiscito che ammanti le sue decisioni del consenso popolare.

È chiaro insomma che il presidente afgano riesco per ora a presentarsi come il mediatore ineludibile e l’unico arbitro in grado di garantire il difficile equilibrio tra sovranità nazionale e protezione straniera.