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Perché la vittoria di Obama potrebbe diventare una sconfitta

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Le dimissioni di Hosni Mubarak cambiano l’assetto strategico del Medio Oriente. Innescano infatti una serie di conseguenze, che potranno mettere a rischio il ruolo privilegiato degli Stati Uniti. “La sorte dell’influenza regionale dell’America nella regione è in gioco, essendo legata alla transizione egiziana”, spiega Steve Clemons, stratega della “New American Foundation” di Washington. Per comprendere quale sia la posta in gioco per Obama bisogna tenere assieme i tre cerchi del possibile riassetto regionale.

Il primo, e più ristretto, riguarda l’Egitto: il più importante alleato arabo dell’America in Medio Oriente, sarà teatro per lunghi mesi di una transizione politica destinata a farlo concentrare sull’agenda di politica interna. La Casa Bianca, di conseguenza, avrà più difficoltà a contare sul Cairo come partner politico nel processo di pace in Medio Oriente e come argine contro l’influenza iraniana. È prevedibile che il Consiglio militare guidato da Hussein Tantawi – ora al governo – mantenga il trattato di pace con Israele e gli impegni presi da Hosni Mubarak nella lotta al terrorismo jihadista; ma saranno gli aspetti politici del ruolo egiziano a restare in balia delle dinamiche interne. Per Zvi Mazel, ex ambasciatore israeliano al Cairo, serviranno “almeno 2 o 3 anni” per avere un governo egiziano di nuovo in grado di esercitare quel ruolo stabilizzatore in Medio Oriente finora esercitato da Mubarak. E 2-3 anni, in questa regione, equivalgono ad un’era geologica. Senza contare il rischio di una vittoria nelle urne dei Fratelli Musulmani, che complicherebbe tutto. Rafforzando i timori di Israele sulla sorte della pace firmata da Menachem Begin e Anwar Sadat a Camp David nel 1979.

Il secondo cerchio è quello degli alleati arabi di Washington, il cosiddetto fronte dei “Paesi moderati”, composto – oltre che dall’ Egitto – da Arabia Saudita, Giordania, monarchie del Golfo e Marocco. “Obama deve tener presente che ai sauditi e giordani non sono piaciute le immagini del Cairo”, osserva il sociologo di Princeton Michael Walzer, lasciando intendere che per i sovrani di Riad ed Amman, che temono ormai di essere rovesciati come è accaduto a Mubarak, l’America di Obama appare come un rischio, mentre fino a 20 giorni fa era una solida alleata. La brusca telefonata con cui il 29 gennaio il re saudita Abdullah ha ammonito Obama a “non umiliare Mubarak” è la cartina tornasole di un dissenso che potrebbe allargarsi durante la transizione egiziana. D’altra parte, senza più il raìs in sella i sauditi possono ambire ad assumere un ruolo di maggiore rilievo in Medio Oriente. Fino all’ipotesi di diventare il capofila di quel fronte “arabo moderato” accomunato – da Rabat a Kuwait City – dalla volontà di arginare l’influenza dell’Iran – un Iran in procinto di dotarsi di armi nucleari.

Ma è il terzo cerchio geostrategico a porre i rischi più evidenti per la Casa Bianca. Qui in gioco ci sono Russia e Cina: le grandi potenze rimaste alla finestra durante le guerre e paci americane in Medio Oriente degli ultimi 20 anni, dalla prima guerra del Golfo in poi. La Russia, del tutto silente durante la crisi egiziana, è la meglio posizionata per sottrarre terreno a Obama: i suoi legami energetici con la Turchia, militari con la Siria, scientifico-nucleari con l’Iran e umani con Israele (oltre 1,5 milioni di abitanti dello Stato Ebraico sono russi, inclusi diversi leader politici e parlamentari) le danno molte carte da giocare. Senza contare che Omar Suleiman, il capo degli 007 egiziani – considerato la spia più potente del Medio Oriente –  ha studiato all’Accademia Frunze di Mosca nel bel mezzo della Guerra Fredda. Il premier Vladimir Putin, che da ex agente del KGB ha sempre mirato a tenere un piede in Medio Oriente, si trova oggi nella condizione di poter riguadagnare terreno rispetto all’America; se, come sembra appunto probabile, gli Stati arabi cominceranno a fidarsi di meno della Casa Bianca.

Nel Golfo, come nel resto dell’Africa, la minaccia per Washington viene invece dai massicci investimenti economici cinesi, che seguono la mappa delle risorse energetiche “in maniera molto aggressiva” assicura Kenneth Lieberthal, direttore del China Center della Brookings Institution. Tanto più che Pechino potrebbe anticipare Mosca nel corteggiamento di Riad: i rapporti della Cina con l’Arabia Saudita si sono rafforzati proprio negli ultimi mesi, data l’esigenza di Hu Jintao di ridurre la dipendenza dalle importazioni petrolifere iraniane. Con uno strano scherzo della storia, il varo delle nuove sanzioni dell’ONU contro il programma nucleare di Teheran, sommato alla caduta di Mubarak, potrebbe insomma indebolire il rapporto fra America e Arabia Saudita, dando una carta in mano alla Cina.

La sovrapposizione fra tentazione russo-cinese di guadagnare terreno in Medio Oriente e Maghreb, timori sauditi e giordani sulla solidità dell’alleanza con Obama e incertezza sull’esito di una transizione egiziana affidata ai militari e minacciata da al-Qaeda descrivono le molte incognite che Barack ha sul “Resolute Desk” dello Studio Ovale. E che riguardano non solo il futuro dell’Egitto ma anche dell’influenza americana nel Medio Oriente.