international analysis and commentary

Cairo on my mind: le illusioni di Teheran

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Anche in Iran, come nel resto del Medio Oriente, si parla del Cairo e si pensa al proprio paese. Ma a Teheran questa visione auto-referenziale e strumentale ha raggiunto livelli che sarebbero umoristici, se non si trattasse di questioni drammaticamente serie che hanno a che vedere con libertà e dignità umana.

Il regime iraniano – con una presa di posizione dello stesso Leader Supremo, Khamenei – ha salutato la ribellione dei cittadini egiziani come una nuova, entusiasmante fase della inarrestabile ascesa dell’Islam radicale in tutto il mondo musulmano. Anzi, addirittura come una ripetizione/imitazione della rivoluzione iraniana del 1979.

Sappiamo che regimi come quello iraniano possono raggiungere livelli di estrema “disinvoltura” nel loro rapporto con la realtà. Ma questa volta la pretesa di paternità rivoluzionaria ha così pochi punti di contatto con i fatti reali da sollevare dubbi sulla utilità anche propagandistica di simili affermazioni.

Una delle caratteristiche più significative e sorprendenti della protesta egiziana, infatti, è che l’islamismo, pure presente in modo consistente in Egitto, non ne è stato né l’iniziatore né il protagonista. Non sono stati certo gli islamisti a fare dimettere Mubarak; e non sembrano loro, oggi, i vincitori.

È comprensibile, e giustificato, che il regime iraniano guardi con interesse verso il Cairo; può infatti sperare in futuri sbocchi politici tali da indebolire l’allineamento della politica estera egiziana con Washington. Sia i decenni di sostegno americano a Mubarak, sia le reazioni della amministrazione americana – così incerte da scontentare sia il regime che la protesta – fanno prevedere che comunque vadano le cose, il legame Washington-Cairo non sarà più lo stesso. Ciò, naturalmente, viene visto con favore a Teheran: l’Iran vorrebbe potere contare, nella dura contrapposizione a Washington, quanto meno sulla neutralità di un paese importante come l’Egitto.

La piazza egiziana tuttavia – e più in generale quella piazza araba che da Sanaa a Tunisi, da Amman ad Algeri chiede di essere ascoltata e respinge regimi in teoria diversi ma simili per corruzione e mancanza di democrazia – non è certo ispirata dagli insegnamenti di Khomeini. E non aspira a procurarsi regimi clerical-militari, come è oggi quello iraniano.

La realtà, quindi, non prevede il contagio iraniano in Egitto. La realtà è opposta: il regime iraniano ha una grande paura del “contagio egiziano”. Se infatti vogliamo tracciare paralleli iraniani (sempre tutti da prendere con più di un grano di sale) allora quello più calzante, come sostengono i dirigenti del Movimento Verde in Iran, non è con il 1979 ma con il 2009 e le massicce proteste del dopo-elezioni.

La stessa spontaneità della protesta, la stessa indignazione contro un regime disonesto e indecente, lo stesso protagonismo dei giovani, lo stesso uso dei nuovi strumenti di comunicazione per una mobilitazione rapida.

Va aggiunto, però, che nessun iraniano ammetterebbe mai di trarre ispirazione da fatti e modelli di un qualsiasi paese arabo. In un certo senso, anche l’opposizione iraniana ha formulato una pretesa di copyright: così come Khamenei dice che gli egiziani si sono ispirati alla rivoluzione khomeinista, l’opposizione sostiene che la piazza egiziana si è in realtà ispirata alla protesta iraniana del 2009.

Anche se è vero che l’affermazione del Movimento Verde ha basi più solide di quella del regime, i democratici iraniani farebbero forse bene a riflettere in modo meno unilaterale, cercando magari di imparare qualcosa dagli egiziani.

Alcuni punti, in particolare, sembrano importanti. Primo: la protesta egiziana ha avuto caratteristiche molto più interclassiste di quella iraniana (che non era in realtà limitata ai “quartieri alti”, ma era comunque più circoscritta). In altri termini, la composizione e gli slogan della protesta al Cairo hanno indicato che il regime egiziano era più debole di quello iraniano per quanto riguarda l’appoggio degli strati più umili della popolazione. Come ha riferito il New York Times in una corrispondenza del 10 febbraio dal Cairo, “invece di parlare di democrazia, la protesta ha messo l’accento su questioni più immediate, come il salario minimo” e sul fatto che “le risorse del paese sono state rapinate dal regime.” A Teheran viene usata una combinazione di repressione e populismo molto diversa dal “pattern” che ha caratterizzato il potere in Egitto. Drammaticamente più povere di quelle iraniane, le masse egiziane non hanno chiesto “dov’è il mio voto?”, ma “dov’è il mio pane”, scendendo in piazza fianco a fianco con giovani di classe media, intellettuali, professionisti, che chiedono libertà e democrazia. Secondo punto: in Egitto, la protesta si è focalizzata contro la corruzione, tema per definizione unificante. Infine, non si è vista molta ideologia nelle strade del Cairo. Non sono serviti riferimenti storico-ideologici, come invece resta vero in Iran, dove i dirigenti del Movimento Verde continuano a prendere come esplicito riferimento Khomeini (in una ipotetica “versione democratica”, quella di una rivoluzione “tradita” dai burocrati e dai profittatori).

In conclusione, la protesta egiziana – rispetto al 2009 iraniano – appare più nuova, più “a spettro ampio”, più capace di costruire alleanze trasversali e anche di essere motivo di ispirazione in altri paesi.

Fatte tutte le distinzioni, resta comunque il dato fondamentale: al Cairo come a Teheran la democrazia ha battuto un colpo, smentendo tutti i relativismi e le interpretazioni sostanzialmente razziste, secondo cui “gli arabi” e “i musulmani” sarebbero intrinsecamente alieni a libertà e democrazia, prodotti occidentali difficilmente trapiantabili nelle aride terre mediorientali.

Gli esiti della protesta egiziana potranno essere diversi da quelli auspicati dai democratici di tutto il mondo; potrà infatti consolidarsi un regime militare. Da parte sua, il regime iraniano continuerà in quella dura repressione che sta trasformando la teocrazia in un regime clerical-militare. Teheran può fare leva su una base di appoggio grazie al funzionamento di un capitalismo corporativo e assistenziale e grazie a un populismo ad alto tasso di demagogia. A differenza del regime egiziano – puro potere – il regime iraniano ha una base ideologica che continua comunque a costituire un punto di riferimento.

Ma grazie ai coraggiosi cittadini di Teheran (2009) e del Cairo (2011), dittatori, oligarchi e corrotti in tutto il Medio Oriente, e anche oltre, non dormiranno più sonni tanto tranquilli.

Con le dimissioni di Mubarak la via è tracciata. Gli occidentali, sia europei che americani, farebbero bene a rendersi conto che puntare su una stabilità fittizia è un errore. Si tratta di regimi e formule che potranno ancora sopravvivere per un certo tempo. Ma che sono senza futuro.