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Perché il populismo non ha spazio in Germania

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Nonostante ripetuti segnali di allarme su una crescente Politikverdrossenheit – ovvero il malcontento pubblico nei confronti della politica, che in altri paesi ha prodotto vere e proprie ondate di antipolitica – la Repubblica federale tedesca fino a oggi è rimasta sostanzialmente immune da fenomeni conclamati di populismo.

Se prendiamo in considerazione le sfide che la Germania ha dovuto affrontare negli ultimi venti anni della sua storia, ossia nello spazio temporale che ha visto emergere in altri paesi europei forti movimenti e partiti riconducibili all’agitazione di tematiche populiste, si rimane stupiti di come il sistema politico della Repubblica federale sia stato in grado di arginare questa tendenza ormai comune a molte delle democrazie dell’Europa occidentale. E oggi il riferimento a indicatori economici positivi non è sufficiente da solo a spiegare la mancata insorgenza di fenomeni populisti significativi.

Anche il buono stato di salute dell’economia dipende infatti da una serie di fattori che hanno contribuito all’instaurazione di una democrazia tutto sommato stabile. In primis nel suo sistema partitico. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il sistema partitico tedesco – forte di una legge elettorale con alta soglia di sbarramento – ha assunto le sembianze di sistema a due partiti e mezzo (i democratico-cristiani della CDU, i social-democratici della SPD ed i liberali della FDP) che, a parte la breve parentesi della prima Grande Coalizione dal 1966 al 1969, ha visto la CDU e la SPD alternarsi al governo con l’alleato “pivot” dei liberali. Tale configurazione ha resistito fino all’inizio degli anni Ottanta, quando il partito dei Verdi ha fatto irruzione nel sistema partitico tedesco, e si è ulteriormente ampliata con le prime affermazioni nei Länder dell’ex Germania dell’est, del partito della PDS (oggi Linke).

Nonostante queste importanti innovazioni, il sistema ha dimostrato di avere una certa flessibilità, unita ad una dose non indifferente di pragmatismo. Da una parte, si è assistito, a livello federale, alla nascita di una sorta di bipolarismo, con alleanze sia moderate (cristiano-democratici + liberali) che “progressiste” (socialdemocratici + Verdi). Al tempo stesso, la creazione di inedite alleanze a livello locale (cristiano democratici + Verdi o socialdemocratici + post-comunisti) ha dimostrato la flessibilità del sistema.

A mettere in luce il carattere pragmatico del sistema partitico e politico tedesco, è stata poi la modalità con cui è stata gestita la delicata fase della Grande Coalizione tra il 2005 e il 2009. In una situazione in cui la convergenza dei due partiti maggiori avrebbe potuto aprire a movimenti e partiti di protesta (era già successo nel caso della prima Grande Coalizione, con il relativo successo de partito di estrema destra dell’NPD alle elezioni del 1969), la CDU e la SPD hanno saputo offrire un’immagine di collaborazione e di confronto leale. Dopo la vittoria della CDU nel 2009, però, il quadro è cambiato in fretta. Ma sempre dentro una sostanziale tenuta del sistema: le recenti elezioni regionali hanno visto arretrare i partiti tradizionali, senza però che il sistema politico ne soffrisse davvero.

Le difficoltà della coalizione governativa – dovute al complicato rapporto tra la CDU e i liberali della FDP e manifestatesi fin dai primi mesi del nuovo governo – sono venute pienamente alla luce in occasione della crisi libica. Le elezioni regionali nel Land del Baden Württemberg hanno confermato la grave sofferenza dei due partiti di governo, che hanno perso entrambi oltre il 5% dei voti. Veri trionfatori di quelle elezioni sono stati i Verdi, che hanno saputo sfruttare – in un clima emotivo fortemente segnato dalla crisi di Fukushima – non solo la loro storica opposizione al nucleare, ma anche la lunga ed organizzata opposizione espressa dalla cittadinanza nei confronti di Stuttgart 21, un progetto di rinnovo urbano che ruota attorno alla creazione di una nuova stazione ferroviaria, di cui viene fortemente messa in dubbio la sostenibilità ambientale ed economica.

Un altro motivo di difficoltà per la compagine governativa è stato creato dal caso di Karl-Theodor zu Guttenberg, il popolarissimo politico della CDU considerato come possibile sfidante interno di Angela Merkel, già ministro della Difesa del governo, costretto a dimettersi nel mese di marzo a causa delle rivelazioni concernenti il plagio della sua tesi di dottorato.

Questi ed altri fattori di crisi dei partiti di governo non hanno per ora aperto grandi spazi di manovra per manifestazioni di tipo populista. Il malcontento e la protesta hanno infatti continuato ad esprimersi con travasi di voti nei confronti dei partiti dell’opposizione – in primo luogo i Verdi e la Linke – o verso movimenti sociali le cui tematiche sono state poi intercettate, come nel caso di Stuttgart 21, dal voto espresso per i Verdi.

Questo non significa, però, che tendenze populiste siano completamente inesistenti all’interno dei partiti tedeschi.

Tra i partiti all’opposizione, la Linke è stata spesso tacciata di populismo, e non soltanto dalla SPD, a causa di una piattaforma politica ed elettorale basata sulla contrapposizione tra il popolo e “quelli lassù in alto” (“die da oben”) e per la proposizione di misure (come quella dell’introduzione del salario minimo) che mirano ad intercettare lo scontento di fasce della popolazione – soprattutto nei nuovi Länder – maggiormente toccate dalla crisi economica e dai tagli allo stato sociale. Anche la retorica di cui fa uso la dirigenza del partito per la presentazione dei propri obiettivi e della piattaforma ideologica, finisce non di rado per attirare accuse di populismo. Le recenti polemiche anti-israeliane, interpretate da parte dell’opinione pubblica come espressioni di un certo anti-sionismo, non hanno certo contribuito a smorzare i toni della polemica nei confronti della Linke.

Nemmeno la SPD è rimasta immune da accuse di populismo. Nel corso dell’estate dello scorso anno, il “caso Sarrazin” ha infatti dimostrato come, anche all’interno del partito socialdemocratico, ci sia spazio per attori populisti. Thilo Sarrazin, noto politico della SPD, già ministro delle Finanze del Land di Berlino e membro del direttivo della Deutsche Bank, è stato infatti al centro di una polemica durata per settimane (e non ancora conclusa) per aver pubblicato un libro dall’emblematico titolo “La Germania si distrugge da sé”, in cui viene fortemente criticata l’immigrazione islamica in Germania, così come il modello d’integrazione culturale degli immigrati nella società tedesca. Al di là delle polemiche suscitate dall’esposizione delle tesi di Sarrazin, e del “tira e molla” dei vertici del partito sull’espulsione di Sarrazin dalla SPD, il caso ha evidenziato l’emergere di tensioni su questioni che in altri paesi hanno fatto la fortuna dei partiti populisti.

Che queste non siano ancora sfociate nella nascita di partiti o movimenti prevalentemente incentrati su tematiche populiste è merito di un sistema partitico stabile e flessibile, della costante e storica preoccupazione dei partiti tradizionali di farsi carico delle questioni che in altri paesi sono state lasciate a partiti di protesta e, in tempi più recenti, della capacità di risposta del sistema politico alla crisi economico-finanziaria. È però inevitabile che elementi e soggetti populisti comincino a trovare spazio all’interno del sistema dei partiti. Tutto sta nel vedere come e se questi ultimi si faranno carico di arginarli.