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Il futuro dell’Egitto tra spinte popolari e ruolo dell’esercito

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Il 2011 sarà ricordato da molti come l’anno in cui le popolazioni arabe hanno mostrato al mondo intero la loro capacità di ribellarsi ai regimi dittatoriali che per decenni avevano trasformato milioni di cittadini in sudditi.

È però opportuno chiedersi se vi sia il rischio che a trarre i vantaggi di queste lotte siano quanti hanno interesse a creare regimi populisti.

Il primo paese a esplodere è stata la Tunisia, ma quanto accaduto in Egitto ha avuto certamente un effetto maggiore all’interno della vasta regione araba. Anche se nel trentennio in cui Hosni Mubarak è stato al potere l’Egitto ha certamente perso importanza nel contesto regionale, questo paese resta comunque un attore centrale delle dinamiche del Medio Oriente. Ecco perché si guarda ora con tanta attenzione e preoccupazione a quanto accade nei dintorni di Piazza Tahrir, l’epicentro della grande rivolta.

Per capire se nel nuovo Egitto potrebbe instaurarsi un regime populista è necessario ricordare chi sono stati i protagonisti della sua storia recente e chi sono ora i protagonisti della transizione. Osservando le strade che hanno ospitato la rivolta, numerosi commentatori occidentali sono rimasti stupiti dall’imponente componente giovanile, sebbene fosse un dato ben noto che nell’intero mondo arabo la metà della popolazione ha meno di trent’anni e il 60% di questi giovani è senza lavoro. La combinazione di questi due elementi faceva infatti prevedere che questa montante insoddisfazione giovanile alla quale il vecchio Mubarak non riusciva a dare risposta sarebbe prima o poi esplosa. La difficoltà stava nel capire se il regime sarebbe stato in grado di reprimere per l’ennesima volta il malcontento, magari proprio con misure di tipo populista. In effetti, minando le possibilità di un reale dibattito pubblico e semplificando il quadro politico, per tre decenni il presidente Mubarak ha insistito nel presentarsi come l’unica alternativa al caos. In particolare, tra i suoi avversari politici, gli islamismi sono sistematicamente descritti come il male assoluto.

Cercando di esaltare il suo passato come soldato al servizio della patria, il deposto raìs non ha mai dato vita a vere discussioni all’interno delle istituzioni politiche, presentando la sua visione come l’unica possibile. Un altro tratto populista è stato un certo anti-americanismo di facciata, utilizzato a intermittenza a soli scopi interni.

Nella sostanza, tuttavia, il regime di Mubarak non può definirsi propriamente populista, soprattutto per la sua scarsissima carica comunicativa (drammatica nei confronti dei giovani) e la sua incapacità di conquistare un vero sostegno popolare, anche soltanto tra alcuni strati sociali. Come è emerso chiaramente nella rivolta del 2011, il regime non è stato, del resto, in grado di fornire risposte pratiche ai bisogni materiali della maggioranza degli egiziani.

Se questa è l’eredità del passato, il 25 gennaio è stata una data storica, ed è quasi impossibile pensare che si possa tornare indietro: ma è evidente che gli ambienti conservatori tentano almeno di limitare la democratizzazione, ripristinando la stabilità e i privilegi delle vecchie élite. È possibile, in altre parole, che in Egitto si instauri un regime semi-autoritario che faccia appello ad alcuni strati della popolazione, cercando di fatto di escludere gli elementi più innovativi e dinamici dalla reale gestione del potere.

È un dato oggettivo che il grado di partecipazione politica è aumentato dagli eventi del gennaio 2011: la caduta di Mubarak ha infatti spinto settori fino ad ora esclusi dalla vita politica a prendervi parte. È successo tanto alle donne che a esponenti di movimenti religiosi. In particolare, dopo anni di azione clandestina, la Fratellanza musulmana ha dato vita a Libertà e Giustizia, il primo vero e proprio partito nato dal movimento islamista. A questi si sono aggiunti anche i copti e i salafiti, rappresentanti, quest’ultimi, della corrente più estremista dell’Islam sunnita.

Gli eventi delle ultime settimane hanno anche mostrato che la rivoluzione è entrata nella sua seconda fase, quella che vede il confronto tra la piazza e l’esercito che gestisce ora il potere. Da quando, l’8 luglio scorso, i manifestanti hanno assediato nuovamente Piazza Tahrir, il motto “l’esercito e la gente, una mano sola” sembra ora non essere più valido e quanti portano avanti il sit-in di protesta giurano di non andarsene fino a quando i militari non daranno una risposta materiale alle loro richieste. In questa fase, le richieste restano ancora soprattutto politiche, e non sono state formulate vere e proprie rivendicazioni economiche. Si chiedono lavoro e salari minimi, ma per il momento non si affronta il dilemma tra nazionalizzazione o liberalizzazione delle imprese statali.

In tale contesto, non bisogna dimenticare che nei decenni trascorsi la Fratellanza musulmana è riuscita a sopperire a molte deficienze del regime, adoperandosi per i settori meno abbienti e facendo perno su richiami ideologici religiosi legandoli appunto a esigenze materiali.

Quanti sperano che il nuovo Egitto sia in grado di intraprendere un reale percorso di sviluppo economico e sociale temono che quanti gestiranno nei prossimi mesi il paese cerchino di soddisfare solo alcune richieste popolari con politiche di breve periodo, senza adoperarsi per innescare un reale processo innovativo.

Il nuovo regime potrebbe essere intenzionato a implementare politiche populiste, attraverso le quali soddisfare alcune richieste popolari di breve o media durata, senza pensare agli effetti che tali manovre potrebbero avere nel lungo periodo. Anche se una delle domande centrali della rivoluzione del 25 gennaio è stata la fine del sistema di corruzione, non è quindi da escludere che per ottenere il sostegno popolare, il nuovo regime conceda favori, anche economici, servendosi di risorse statali. Qualora innescate, difficilmente queste dinamiche sarebbero in grado di dare vita a un reale processo di sviluppo. In aggiunta, oltre a peggiorare le già precarie condizioni economiche in cui versa il paese, questi strumenti non invoglierebbero neanche i cittadini a partecipare più di tanto alla vita politica del paese. 

Al momento attuale, vista anche l’assenza di assemblee parlamentari atte a discutere tali questioni, il paese vive una fase di stallo, nella quale il settore pubblico procede molto lentamente. Molti funzionari non si accollano la responsabilità di autorizzare spese o concedere autorizzazioni di vario genere.

Pochi, in piazza, sembrano al momento preoccuparsi direttamente del futuro rapporto tra stato e mercato. A farlo sono però migliaia di cittadini, forse meno attivi nelle strade, che vogliono ora che il paese si rimetta in moto. Per ora nessuno di loro è sceso in strada pubblicamente a mostrare queste esigenze, ma nelle strade è percepibile un malcontento di questo genere, diffuso tra la classe media e in ambienti industriali. Questi sperano che la situazione si normalizzi, che il paese si stabilizzi, che figure politiche sostituiscano i militari nella gestione del paese e che la gente torni a lavorare e l’economia a girare. Il settore del turismo, uno dei più fruttuosi per il paese, è in crisi, ma non è il solo ad avvertire le conseguenze della rivoluzione. Negli ultimi mesi, alcune aziende sono state costrette a fermare la loro attività, aggravando il problema della disoccupazione, soprattutto giovanile.

Al momento attuale, le forze più dinamiche vogliono dare vita a uno stato a guida civile nel quale il ruolo dell’esercito sia limitato a quello di garante e protettore della stabilità – e non a caso il modello di riferimento resta quindi la Turchia. Molti attivisti sono comunque preoccupati delle vere intenzioni dell’esercito, che attualmente gestisce anche buona parte dell’economica e potrebbe inserire qualche articolo nella nuova Costituzione che agevoli un tale ruolo. Sembra proprio questa una delle motivazioni che spingono l’esercito a trovare punti di contatto con la Fratellanza.