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Pechino e le controversie nel Mar Cinese meridionale

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Mentre l’attenzione mondiale si concentra sulle dispute tra Cina e Giappone nel Mar Cinese orientale per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu, Pechino continua a dimostrarsi aggressivo anche nel Mar Cinese meridionale nei confronti dei paesi dell’ASEAN (la Association of Southeast Asian Nations, composta da Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam).

Con una legge del 1992, il parlamento cinese (l’Assemblea nazionale del popolo) ha dichiarato in modo unilaterale che le isole Paracel, le isole Spratly, le isole Pratas, il Macclesfield Bank e lo Scarborough Shoal del Mar Cinese meridionale appartengono alla Cina. Si tratta, in tutti questi casi, di isole (per lo più deserte) che sono reclamate da almeno un altro paese del Sudest asiatico. Dal punto di vista economico e strategico questi territori hanno un grandissimo valore: si pensa infatti che sui fondali del Mar Cinese meridionale ci siano ricchissimi giacimenti: dai 4 mila ai 25 mila miliardi di metri cubi di gas naturale e circa 30 miliardi di tonnellate di petrolio, senza contare che si trovano lungo battutissime rotte commerciali marittime, e che le acque che le circondano sono molto pescose.

Negli ultimi mesi soprattutto Filippine e Vietnam hanno fatto dichiarazioni ufficiali in aperto contrasto con le posizioni cinesi, ma ad esse non sono seguiti atti concreti, soprattutto perché a nessun paese conviene arrivare allo scontro militare: gli investimenti tra Cina e ASEAN, nei primi sette mesi del 2012, valevano già 100 miliardi di dollari. Secondo l’agenzia statale cinese Xinhua, che ha riportato le parole del vicepresidente Xi Jinping, nel 2011 gli scambi commerciali hanno raggiunto la cifra record di 362,8 miliardi di dollari. La Cina è il primo partner commerciale dell’ASEAN, e i paesi dell’ASEAN rappresentano il terzo partner commerciale della Cina. È pertanto molto difficile che i singoli paesi vogliano rischiare di perdere questo enorme volume di affari.

Eppure, l’ultimo incontro ASEAN-Cina dello scorso luglio è stato un fallimento: i ministri degli Esteri non sono riusciti a trovare neanche l’accordo per redigere un comunicato finale congiunto, visto che la Cambogia (unico stretto alleato di Pechino), si è rifiutata di inserire nel documento finale un riferimento al Mar Cinese meridionale. Per parte loro, gli Stati Uniti hanno dichiarato più volte che non intendono prendere posizione appoggiando le pretese di un paese piuttosto che un altro, ma di fatto cercano soluzioni internazionali che vadano a danno di Pechino.

È dall’8 aprile che si protrae, in quello che le Filippine chiamano Mar filippino occidentale (trovandosi nella loro “Zona economica esclusiva”), un braccio di ferro nei pressi del Scarborough Shoal che ha portato le navi di Cina e Filippine a confrontarsi a viso aperto e ha causato reciproche ritorsioni economiche. Le tensioni si erano allentate alla fine di maggio, quando entrambi i governi avevano imposto un divieto di pesca nella zona. Ma nei mesi di agosto e settembre Pechino ha continuato a pattugliare lo scoglio con le sue navi, rianimando la controversia. Per questo il segretario per gli affari esteri filippino Albert del Rosario ha dichiarato che “se la Cina continua a violare i diritti delle Filippine nell’area, saremo costretti a pensare a come rispondere”. Un’influenza forse decisiva sulla direzione che prenderà la controversia sarà esercitata in effetti dagli Stati Uniti, visto che negli ultimi dieci anni hanno versato a Manila 512 milioni di dollari in aiuti militari e hanno festeggiato alla fine del 2011 il 60esimo anniversario della firma del trattato di reciproca difesa.

Simile la situazione tra Cina e Vietnam. Intorno alle isole Paracel e Spratly sia Pechino che Hanoi hanno offerto unilateralmente alle società petrolifere internazionali di cominciare delle trivellazioni. Le quali, però, hanno bisogno di garanzie politiche e legali, prima che possano cominciare seriamente attività operative in joint venture. Quando, lo scorso giugno, il gigante energetico cinese CNOOC (China National Offshore Oil Corporation) ha lanciato un programma di esplorazioni all’interno della zona economica esclusiva del Vietnam, PetroVietnam ha chiesto alle società internazionali di non partecipare. La tendenza è dunque quella ad esercitare un veto reciproco sullo sfruttamento delle risorse.

La mossa più azzardata da parte della Cina, che più ha preoccupato i paesi dell’ASEAN, è stato il passaggio amministrativo dallo status di contea a quello di prefettura di Sansha, città che si trova sull’isola Woody (appena 13 chilometri quadrati), nelle isole Paracel, dove vive una piccola comunità di pescatori. Dopo che il Vietnam (il 21 giugno) ha fatto passare una legge in cui riaffermava il suo legittimo diritto al possesso delle isole Paracel e Spratlys, la Cina (in luglio) ha costruito un municipio, ha eletto un sindaco e inviato una guarnigione militare a Sansha.

Così, mentre la tensione nel Mar Cinese meridionale si alza, con la Cina che insiste che le dispute territoriali possono essere risolte solo al livello bilaterale, il ministro degli Esteri indonesiano Marty Natalegawa ha cercato all’Assemblea generale dell’ONU di mettere tutti i paesi del Sudest asiatico d’accordo su un codice di condotta per trattare le dispute territoriali. La speranza è di preparare il terreno alla buona riuscita del prossimo summit dell’ASEAN, che si terrà a novembre in Cambogia. La proposta indonesiana è in linea con la posizione degli Stati Uniti, che attraverso le parole del segretario di Stato Hillary Clinton sono tornati a chiedere che le dispute vengano risolte secondo i “Six-Point Principles”: basati sulla Convezione sulla legge del mare delle Nazioni Unite, secondo Washington essi potrebbero contribuire a  “ridurre le tensioni e ad affrontare le dispute senza minacce, coercizioni e uso della forza”. Mentre non tutti i membri dell’ASEAN sono ancora d’accordo su questa linea, Pechino sembra avere un obiettivo chiaro: non fare concessioni su alcuna singola controversia territoriale ed evitare, appunto, le sedi multilaterali.