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Hezbollah: una metamorfosi a metà in un paese fragile

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La metamorfosi politica di Hezbollah degli ultimi anni è una delle novità più interessanti che si registrano nell’infuocato teatro mediorientale. Il “partito di Dio”, fondato nel 1982 da gruppi sciiti all’indomani dell’invasione del Libano da parte di Israele, è ancora oggi considerato una vera e propria organizzazione terroristica da parte di paesi quali gli Stati Uniti, Canada, Egitto, e naturalmente Israele. È di poche settimane fa l’ultimo tentativo da parte del premier israeliano Netanyahu di fare pressioni sull’Unione Europea affinché l’organizzazione libanese venga inserita nella lista dei gruppi terroristici, come è già il caso per Hamas. L’Unione Europea ritiene però il partito un interlocutore politico legittimo, distinguendolo dal braccio armato del movimento che in passato si è macchiato di orrendi crimini. Dopo la fine della guerra del 2006, Hezbollah ha parzialmente abbandonato i toni minacciosi e belligeranti dei decenni precedenti, e ha fatto molto per presentarsi come un attore politico responsabile e affidabile. Eppure gli ultimi eventi – un ruolo attivo nella crisi in Siria a favore della sopravvivenza del regime di Assad e l’inasprimento delle relazioni tra Israele e Iran (alleato e finanziatore di Hezbollah) – hanno messo a dura prova l’immagine moderata che il partito si è costruito con tante difficoltà.

Il nuovo corso politico di Hezbollah ha attraversato un momento importante nell’ultimo mese, da quando il mondo musulmano è stato attraversato da violente proteste e scontri a causa della diffusione di un cortometraggio blasfemo su Maometto. L’uscita della pellicola è infatti coincisa con la storica visita di Papa Benedetto XVI in Libano. Molti osservatori si aspettavano che il partito approfittasse del clima incandescente per ricompattare i ranghi e cavalcare la protesta. Nei giorni della visita del Pontefice, Hezbollah ha invece partecipato a tutte le fasi dell’evento: i suoi sostenitori, a fianco dei cristiani, hanno accolto il Papa con grande entusiasmo, ribadendo che la convivenza multietnica e pluriconfessionale è l’unica strada che può garantire la pace e la tranquillità del Libano. A molti ha fatto impressione vedere membri del partito musulmano sventolare striscioni e bandiere all’arrivo del Papa in aeroporto. Solo dopo la partenza di Benedetto XVI, il partito guidato da Hassan Nasrallah ha organizzato manifestazioni nel Libano del Sud per condannare la pellicola antimusulmana. Era chiaramente un’occasione che si sarebbe potuta facilmente prestare a strumentalizzazioni e durante la quale invece i portavoce di Hezbollah, si sono soffermati sul bisogno di restare uniti e di non cedere alle provocazioni.

La guerra in Siria è però una sfida enorme che impone a Hezbollah un difficile tentativo di equilibrio. In uno dei suoi ultimi discorsi pubblici, Nasrallah ha invocato la calma tra gli sciiti libanesi e ha difeso il ruolo dell’esercito libanese, ultimo garante dell’unità nazionale. Ha però anche esaltato il ruolo siriano in occasione dell’invasione israeliana del Libano nel 2006, sottolineando come Damasco sia stato il principale sostenitore della resistenza di Hezbollah ed esprimendo la propria solidarietà ad Assad. Una solidarietà che non è rimasta sul piano retorico: numerose fonti di intelligence sostengono che Hezbollah abbia fornito assistenza militare all’esercito siriano sotto varie forme e continui a farlo.

Questo nuovo corso politico è, tra l’altro, molto apprezzato dai vertici delle forze armate italiane che da circa sei anni si trovano nel Libano meridionale nell’ambito della missione UNIFIL 2 dell’ONU – schierando oggi il contingente più numeroso tra i paesi contributori. “Hezbollah si sta lentamente sdoganando dalla Siria”, ha dichiarato il generale Gaetano Zauner, comandante del contingente di stanza a Shama. “Ora che sembra essere diventato un partito responsabile e indipendente potrebbe giocare un ruolo davvero cruciale per la pace in questo martoriato territorio”. Secondo il generale, se la politica di Hezbollah non muta, il modello multietnico e pluriconfessionale libanese può diventare un valido esempio per tutti i paesi del Medio Oriente: “Se riusciamo a esportare il modello Libano e l’idea che in questi territori l’unica possibilità è la convivenza pacifica – continua il generale – non solo otterremo un successo di prestigio per il nostro paese, ma rafforzeremo anche gli interessi che storicamente vantiamo in questo territorio. Naturalmente se l’atteggiamento di Hezbollah dovesse cambiare, sarebbe tutto più difficile”. Dello stesso avviso è il generale Paolo Serra, capo missione e comandante delle Forze UNIFIL in Libano, il quale riconosce quanto il nuovo corso di Hezbollah abbia reso meno gravoso il compito delle forze delle Nazioni Unite. Il generale ritiene anche che “La crisi siriana non ha avuto alcun eco nei territori controllati da UNIFIL, perché sia il governo locale, sia Hezbollah hanno dimostrato grande maturità. La neutralità proclamata all’indomani dello scoppio della crisi sembra essere rispettata anche da quelle componenti più radicali che un tempo invece avevano partecipato attivamente agli scontri interni al paese”. Tuttavia, l’attuale equilibrio in Libano potrebbe velocemente venire meno e in questo caso anche il riposizionamento di Hezbollah sarebbe messo in discussione. Sono diverse le cause che potrebbero far ripiombare il paese nell’instabilità: prima di tutto, una componente minoritaria ma influente di Hezbollah contesta l’attuale svolta moderata. Il Partito di Dio continua a essere molto amato tra la popolazione sciita, ma non sono pochi gli osservatori che rilevano come con il passar del tempo aumentino sempre di più i gruppi radicali che contestano apertamente la politica conciliante di Hezbollah e rimpiangono la retorica e le azioni contro Israele. Inoltre, questi gruppi vorrebbero che il partito riuscisse a imporre un nuovo censimento nazionale (l’ultimo è stato effettuato nel 1932) in modo da ufficializzare la predominanza numerica della popolazione sciita in Libano e di seguito chiedere il cambiamento dell’attuale Costituzione. La Carta, infatti, che fu redatta nel lontano 1926, prevede una vera e propria spartizione delle più alte cariche dello Stato tra i gruppi confessionali: il presidente della Repubblica deve essere espressione dei cristiano-maroniti, il presidente del Parlamento dei musulmani sciiti, mentre il capo del governo dei musulmani sunniti.  C’è poi il grande problema dei profughi palestinesi: in Libano dimorano oltre 400.000 profughi in una rete di 12 campi sparsi dal nord al sud del paese. Le difficili condizioni dei “fratelli palestinesi” e le loro rivendicazioni contro Israele, un tempo uno dei leit-motiv della retorica di Hezbollah, potrebbero con il tempo minare la stabilità politica del partito. Infine vi è l’incertezza legata al futuro dell’Iran e della sua corsa verso l’atomica: se Israele e Stati Uniti decidessero un’azione unilaterale per scongiurare l’atomica iraniana, è difficile immaginare una neutralità di Hezbollah. Il sostegno del partito di Dio ai pasdaran iraniani potrebbe riaccendere gli scontri tra il Libano e Israele e trasformare in una nuova polveriera questo paese in cui per la prima volta, dopo oltre 30 anni, una generazione di bambini s’iscrive a scuola senza aver mai visto la guerra.