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Oltre Ebola e Boko Haram, l’altro volto dell’Africa occidentale

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Da diversi mesi, l’Africa occidentale è oggetto di un’attenzione mediatica senza precedenti, soprattutto a causa di due eventi principali: l’epidemia di Ebola, che ha infuriato per un anno nella regione, e l’esplosione di violenza per mano degli estremisti islamici di Boko Haram. È legittimo essere preoccupati per queste tragedie ed è altrettanto necessario raccontarle. Ma concentrarsi esclusivamente su questi fenomeni produce un quadro eccessivamente preoccupante e assai incompleto della regione, che, vista da lontano, sembra incastrata nel mix riduttivo di malattie infettive e orde di fanatici.

Ciò rischia di alimentare una narrazione “afro-pessimista”, che richiama e fomenta i peggiori luoghi comuni. Anche se l’Africa occidentale mostra logiche complesse che possono spesso sfuggire a osservatori esterni, non è troppo azzardato affermare che sia Boko Haram sia Ebola sono soprattutto figli della povertà e dell’esclusione sociale, che permangono anche a fronte delle profonde trasformazioni in corso nella regione.

Per quanto riguarda l’Ebola, è importante ricordare che la propagazione di questa malattia è stata dovuta più alla debolezza dei sistemi sanitari locali, che ad pratiche religiose, alimentari o sessuali – come invece sostenuto da più parti. Se Sierra Leone, Liberia e Guinea, tra i Paesi di maggiore arretratezza in Africa occidentale, avessero avuto gli strumenti e le competenze per rispondervi più prontamente, l’epidemia non avrebbe assunto le dimensioni che abbiamo visto. Altrove, in Nigeria come in Senegal, le autorità e le strutture sanitarie hanno reagito con maggiore fermezza e sono state in grado di difendersi dalla crisi con estrema efficacia. 

Alla stessa stregua, le debolezze istituzionali e le ineguaglianze sociali hanno creato un terreno fertile, in altre zone della regione, per la nascita e l’espansione di Boko Haram. Questo gruppo è stato in grado di approfittare della debolezza dello Stato nelle zone remote e povere della Nigeria, e dell’esclusione di ampie fasce di popolazione dalla crescita economica degli ultimi anni. La rivolta di Boko Haram, che va oltre i confini nigeriani, ci ricorda inoltre che i Paesi della regione sono fortemente legati fra loro. La risposta militare coordinata a livello regionale, che oggi coinvolge Ciad, Camerun, Niger, Benin e Nigeria, dimostra però tuttavia da questo punto di vista, una certa maturità politica. Il fatto che questi Paesi si stiano organizzando attorno a interessi comuni segna una rottura con il periodo post-coloniale, dominato dalla netta prevalenza dell’interesse nazionale. In questa ora di crisi, sta emergendo una regione sempre più consapevole che non può e non deve tollerare l’emarginazione dei propri cittadini, pena l’intensificarsi della minaccia al proprio sviluppo e alla propria sicurezza.

Anche a fronte delle difficoltà degli ultimi mesi, non va comunque dimenticato l’altro volto dell’Africa occidentale, quello di un polo di rapida espansione economica, che non sembra rallentata né da Boko Haram, né dall’Ebola. Una regione che registra da anni tassi di crescita che variano tra il 5 e l’8%. Questo fenomeno è trainato dal gigante nigeriano e dalla Costa d’Avorio, che da due anni registra tassi di crescita vicini alla doppia cifra. Tale successo è ancora più solido giacché si basa su una diversificazione crescente delle economie della regione, dove il settore minerario ed estrattivo lascia sempre più il passo all’agribusiness, ai servizi e all’industria, i quali stanno crescendo a dei ritmi più sostenuti dei settori petrolifero e minerario – compresa la Nigeria, il più grande produttore di petrolio del continente. Con l’attività economica in grande aumento, i governi nazionali stanno facendo notevoli sforzi per incoraggiare un clima di investimento favorevole. Secondo l’ultimo rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, quattro Paesi della regione (Benin, Togo, Costa d’Avorio e Senegal) figurano tra cinque al mondo che hanno migliorato maggiormente il proprio clima di investimenti.

Il progresso non è solo economico, ma anche politico. Ne è illustrazione la rivolta popolare che ha costretto Blaise Compaoré a lasciare il Burkina Faso dopo 27 anni da Presidente. Un potente avvertimento ai leader della regione da parte di una popolazione pronta a scegliere i propri leader. Questo sentimento democratico, sempre più intenso in tutta la regione, costringe oggi chi detiene il potere a rendere conto ai propri elettori.

Senza dubbio, i Paesi dell’Africa occidentale stanno affrontando grandissime sfide, ma l’altro volto di questa regione, quello di una trasformazione politica ed economica senza precedenti, merita di essere altrettanto valorizzato. Nella misura in cui questa trasformazione si tradurrà in una riduzione delle profonde ineguaglianze di oggi e riuscirà a creare delle istituzioni più forti e credibili, la regione sarà anche meglio preparata a sconfiggere minacce come le future epidemie e Boko Haram.