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Obama(care) nella tempesta

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A poco più di un mese dal lancio di Obamacare, l’operazione “riforma sanitaria” negli Stati Uniti appare un fiasco totale. Come noto, il sito web creato dal governo federale per permettere ai cittadini di acquistare una polizza assicurativa non ha retto. La piattaforma HealthCare.gov, che copre i residenti di trentasei stati (quelli che si sono rifiutati di gestire la riforma indipendentemente da Washington) ha registrato appena 27.000 iscritti. I rimanenti quattordici stati, più il Distretto di Columbia – i quali operano direttamente sulle proprie piattaforme digitali – ne hanno messi assieme poco più di 79.000. Un totale di circa 106.000 individui, che è di molto inferiore alle attese. La Casa Bianca aveva infatti previsto che, entro il primo mese, circa mezzo milione di persone si sarebbe assicurato attraverso questi nuovi meccanismi di mercato regolato – gli exchange – in cui selezionare e acquistare una copertura medica.  

I problemi dell’Affordable Care Act sono numerosi e gravi: da quelli tecnici, che stanno impedendo il pieno funzionamento del sito HealthCare.gov, alle lettere di cancellazione delle polizze arrivate a centinaia di migliaia di americani (in quanto tali polizze non soddisfano i nuovi requisiti di copertura imposti dalla riforma), fino ai possibili aumenti dei premi, anch’essi causati dagli standard più rigidi imposti dalla nuova legge. La difficilissima partenza di Obamacare sta così costringendo l’amministrazione, in un misto di smentite e imbarazzi, ai ripari più rocamboleschi.

L’unica buona notizia di queste ore è che la Casa Bianca ha finalmente smesso di minimizzare, sostenendo ad esempio di non essere stata a conoscenza dei problemi tecnici e promettendo di rimediare alla situazione al più presto. Dapprima, il ministro della Sanità, Kathleen Sebelius, aveva infatti provato a occultare la faccenda. Ma sotto grande pressione del pubblico, dei media e dei rivali repubblicani, il Presidente Obama ha finito per chiedere scusa agli americani per il malfunzionamento degli exchange. L’amministrazione ha infine ingaggiato aziende private per approntare le toppe tecniche, promettendo che entro il 30 novembre il sito sarà pienamente funzionante. Il tutto senza riuscire, però, ad essere convincente.

A tutt’oggi, il sito web non regge più di 20.000 accessi simultanei ed è probabile in realtà che non entri a pieno regime neppure a fine mese. Anche i call center federali, che stanno gestendo quegli utenti che preferiscono sottoscrivere una polizza al telefono (ma che comunque dipendono dallo stesso HealthCare.gov), non si stanno rivelando adeguati. Tant’è che le compagnie assicurative si sono offerte di vendere le proprie polizze direttamente al consumatore.  Una proposta che però non permetterebbe ai titolari di beneficiare dei sussidi previsti dalla legge: questi sono infatti calcolati dal governo sulla base del reddito dei singoli individui o famiglie e sono quindi ottenibili solo attraverso gli exchange.

Ai problemi incontrati da chi sta cercando di sottoscrivere una nuova polizza sanitaria, si sommano i problemi di chi una polizza ce l’aveva e sperava di mantenerla, ma che sta invece ricevendo inaspettate lettere di cancellazione – trovandosi così improvvisamente privo di copertura. Difficile stabilire quale possa essere il numero di persone colpite, ma non c’è dubbio che tanti americani temono ora di rimanere senza assistenza almeno temporaneamente. Tra l’altro, si è scoperto solo recentemente che, già nel 2010, l’amministrazione aveva messo in conto – riservatamente – che questa situazione avrebbe potuto verificarsi: era circolata allora una stima secondo cui milioni di americani non sarebbero riusciti a tenere la propria assicurazione sanitaria con l’avvento della nuova legge, proprio perché questa prevede parametri di copertura più esigenti che in passato. Pubblicamente, invece, il presidente ha continuato a ripetere fino al lancio di Obamacare che la riforma avrebbe permesso ai cittadini che lo avessero desiderato di mantenere il proprio piano assicurativo. 

Si stima infine che, tra i 19 milioni di americani che hanno un’assicurazione individuale (ovvero non offerta dal datore di lavoro), molti saranno costretti a pagare premi più alti.

Data questa situazione, non sorprende che la maggioranza repubblicana alla Camera, che da sempre si oppone alla riforma sanitaria, sia tornata vigorosamente all’attacco. Il GOP critica ora anche la vulnerabilità del sistema degli exchange, che non garantirebbe appieno la sicurezza dei dati sensibili che vengono trasmessi dai cittadini al governo e alle compagnie assicurative. I Repubblicani insistono inoltre su un’estensione della scadenza ultima entro la quale gli americani devono assicurarsi o altrimenti pagare una multa (scadenza fissata oggi al 31 marzo). Sono riusciti infine a far passare alla Camera, grazie alla maggioranza che detengono e al voto di 39 deputati democratici, una proposta di modifica della legge che permetterebbe a chiunque di tenere i propri vecchi piani assicurativi. Complessivamente, si tratta di un attacco su più fronti all’esistenza stessa dell’Affordable Care Act.

Obama ha controbattuto con la decisione di derogare alla legge: una misura amministrativa proroga così di un anno le vecchie polizze anche se non rispettano i nuovi standard. Il presidente ha inoltre minacciato di apporre il veto alla proposta di legge del GOP.

Ad ogni modo, ci sono indicazioni che, al di là dell’ostruzionismo perseguito dall’ala più dura e militante dei Repubblicani, il Tea Party guidato dal Senatore texano Ted Cruz, il GOP potrebbe anche decidere per una strategia di “non belligeranza”. I sondaggi suggeriscono infatti che il partito rischierebbe una ulteriore perdita di credibilità qualora continuasse a fare la guerra totale a Obamacare.

Dove sembrano annidarsi nuove e scoraggianti insidie è nel Partito Democratico e negli ambienti vicini alla Casa Bianca. Si prenda ad esempio il più recente intervento di Bill Clinton, da sempre un sostenitore entusiasta della riforma. L’ex presidente, invitando Obama a permettere la continuazione delle vecchie polizze, ha aperto la strada alla possibilità di dover rimettere mano alla legge. Senz’altro un tentativo in buona fede per dire agli americani che agli errori si può sempre rimediare, ma che rischia di apparire come una critica diretta all’operato dell’amministrazione in un momento di evidente e grave difficoltà.

Intanto, a parte il tradimento di 39 deputati alla Camera, alcuni senatori democratici – di cui almeno una dozzina sarà candidata nelle elezioni di medio termine del 2014 – stanno prendendo sempre più le distanze dalla riforma sanitaria. È questo il caso di Dianne Feinstein della California e di Mary Landrieu della Louisiana. Sulla scia di Bill Clinton e dei Repubblicani, entrambe hanno proposto il varo di una norma che consenta agli assistiti di tenersi le vecchie polizze – come Obama ha ormai deciso di concedere –, ma con un adeguamento automatico ai nuovi standard.

Un momento davvero delicato per il presidente e per la sua riforma sanitaria – sicuramente il più importante sforzo legislativo di questa amministrazione. Dal successo, o fallimento, di Obamacare pare dipendere sempre di più anche il futuro dello stesso Partito Democratico.