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Il versante libanese della conflittualità regionale

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Il 2 novembre scorso, l’esercito libanese ha arrestato tre libanesi e un siriano, ritenuti coinvolti nell’attacco di poche ore prima a un autobus a Tripoli (nel nord del paese), nel quale erano rimasti feriti sei alawiti del quartiere di Jabal Mohsen.

Nei giorni successivi, l’esercito – l’unica istituzione nazionale che ancora riesce a catalizzare il consenso della maggior parte dell’opinione pubblica –  ha adottato stringenti misure di sicurezza e istituito diversi posti di blocco. Ciò ha garantito un livello accettabile di sicurezza e un apparente stato di calma, nonostante permangano forti tensioni fra Jabal Mohsen e il quartiere rivale di Bab al-Tabbaneh, abitato principalmente da sunniti che si oppongono al regime alawita siriano di Al-Assad.

All’ombra delle vicende regionali, la crisi politica che il Paese dei Cedri sta attraversando non sembra rientrare, nonostante il recente incontro fra i deputati del Partito nazionale libero guidato da Michel Aoun (il forte alleato cristiano di Hezbollah), e quelli del movimento Al-Mustaqbal (il Futuro), dell’ex premier sunnita Saad Hariri. La mancanza di risultati concreti  conferma che la crisi nata quasi dieci anni fa dopo l’omicidio di Rafiq Hariri non è ancora prossima a una soluzione, soprattutto se si considera il forte fattore d’instabilità al confine siriano e il coinvolgimento diretto di una parte della società politica e militante libanese – sunniti e salafiti da una parte, Hezbollah dall’altra.

L’onorevole Majdalani, deputato del movimento Futuro, ha ribadito, tra le priorità nazionali, la necessità per il Libano di non farsi ulteriormente travolgere dalla crisi siriana: il suo partito (come anche, a suo parere, buona parte della società libanese) è favorevole a un ritiro di Hezbollah dalla Siria, in quanto tale coinvolgimento ha già avuto grave ripercussioni di sicurezza, oltre ai negativi riflessi sull’economia e la vita dei libanesi.

Da parte sua, il Partito di Dio libanese, Hezbollah, ha accusato il movimento Futuro, assieme al Regno saudita, di tramare alle spalle della Resistenza, vale a dire appunto Hezbollah. C’è stato poi un duro attacco alle recenti dichiarazioni del segretario di Stato americano John Kerry, mentre in visita proprio nel Regno saudita, il quale ha sottolineato il ruolo autoritario di Hezbollah nella determinazione del futuro del Libano.

Venerdì 8 novembre, il quotidiano libanese As-Safir, vicino alle posizioni di Hezbollah e da sempre allineato con la causa palestinese, ha riferito di recenti messaggi del leader del partito, Hassan Nasrallah, ai quadri del suo movimento che guidano le battaglie in Siria a fianco delle forze di Al-Assad: la sua posizione è che non sono ancora stati sventati tutti i piani per colpire l’asse Siria-Hezbollah-Iran. “L’intervento diretto di Hezbollah in Siria”, ha affermato Nasrallah, “più che una necessità è stato un dovere. Se non fossimo, intervenuti il Libano sarebbe diventato un secondo Iraq”.

Oltre al deterioramento della situazione politica complessiva, a preoccupare il Libano e la comunità internazionale oggi è la grave situazione a Tripoli, nel nord. Lo sceicco sunnita libanese Salim Al-Rafi’i, leader del movimento salafita nel nord del Libano, ha recentemente messo in guardia dal radicamento dell’organizzazione jihadista “Stato Islamico in Iraq e Siria” (SIIS), attiva in entrambi i Paesi, appunto in quell’area, fortemente influenzata dal vicino conflitto siriano. Intervistato dal quotidiano libanese Al-Nahar, Al-Rafi’i, ha ipotizzato un coinvolgimento salafita diretto a fianco dei jihadisti locali che si oppongono al regime siriano, qualora non dovessero cessare gli attacchi da parte dei mujahidin del SIIS e del “Fronte Al-Nusra” (altra organizzazione jihadista attiva in Siria, e antagonista del SIIS).

Diversi segnali, come l’intenso dispiegamento dell’esercito libanese e le notizie sulla presenza del SIIS, presagiscono una prossima fase estremamente delicata e rischiosa per Tripoli.

Lo stato d’allerta è alto, del resto, anche nella Capitale Beirut. In occasione della Ashoura, il giorno sacro degli sciiti che cade il dieci del mese di Muharram (giovedì 14 novembre), e per timore di nuovi attacchi nel quartiere sud di Beirut, la Dahiye, roccaforte del movimento sciita libanese Hezbollah, il ministro dell’Interno libanese Marwan Charbel ha predisposto un intenso dispiegamento degli apparati di sicurezza, dichiarando al quotidiano londinese panarabo Asharq al-Awsat: “La Dahiye continua a rappresentare una delle aree più a rischio attentati”. Questo fa presagire settimane di fuoco per il paese, ma non può certo considerarsi una sorpresa: lo scorso 3 giugno, l’OGMO (Osservatorio Geopolitico Medio-Orientale), think tank italo-libanese con sede centrale a Roma, ha tenuto un convegno presso il Centro Alti Studi della Difesa dal titolo: “La guerra santa in Siria parte dal Libano”, anticipando di alcuni mesi la grave escalation che il Paese dei Cedri sta sperimentando in queste settimane.

Al riguardo, il generale Claudio Graziano, capo di Stato maggiore dell’Esercito, nell’occasione ha descritto il conflitto in Siria come una “situazione senza ritorno”, nella quale “l’intervento formale e dichiarato di Hezbollah genererà sicuramente un effetto sul Libano, sia che Hezbollah abbia successo sia che fallisca. Infatti, una milizia che ritorna avendo partecipato al successo della campagna si proporrà con rinnovato vigore sul piano politico. Una milizia che subisce una sconfitta, invece, potrebbe essere anche più complicata da gestire nei delicati equilibri libanesi”.

Su una simile lunghezza d’onda si è espresso il dott. Alfredo Mantici, responsabile del Settore analisi di “G-Risk” – società italiana specializzata nell’analisi dei rischi e nella gestione della sicurezza – e moderatore dell’evento, secondo cui non è possibile inquadrare correttamente il ruolo di tale organizzazione sciita in Libano, ragionando solo in termini di partiti politici, per quanto dotati di una milizia privata. Né si può liquidare Hezbollah come una semplice organizzazione terroristica. Al contrario, Hezbollah è finora riuscito a controllare il territorio libanese, istituendo “un vero e proprio sistema assistenziale, con scuole e istituzioni regionali”, in taluni casi più efficienti di quelle ufficiali. Secondo Mantici, Hezbollah si è impegnato direttamente e pubblicamente in Siria per poi raccogliere i frutti di questa mossa audace nel Libano di domani, presentandosi come un attore internazionale di primo piano, determinate nella risoluzione del conflitto siriano. “Pertanto – ha concluso Mantici – credo che il Partito di Dio stia giocando una carta prettamente libanese”.