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Obama, Israele e l’Iran

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Il 4 marzo il Presidente Obama ha tenuto il consueto discorso annuale di fronte all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), con un pubblico di circa 13.000 persone.  Il suo discorso, in un’America in clima elettorale, è stato monitorato accuratamente da tutti i media nazionali ed internazionali, ma soprattutto da quelli israeliani.

Il tono della convention di quest’anno era particolarmente pessimistico, e la posizione di maggioranza espressa dall’AIPAC può essere così condensata: l’Iran sta marciando speditamente verso l’acquisizione della bomba atomica; la Primavera araba si è rivelata essere un “inverno” minaccioso; i Palestinesi sembrano più interessati a realizzare l’unione con il partito rivale Hamas che a proseguire le trattative con Gerusalemme; e l’amministrazione Obama non è il partner più affidabile che Israele possa vantare in queste circostanze. L’AIPAC sembra, in qualche misura, rimpiangere Bush II in politica estera, senza però preferire i repubblicani ad Obama nella corsa alle presidenziali USA. Obama gode, infatti, ancora della maggioranza netta dei consensi tra gli ebreo-americani, indipendentemente dalle posizioni maggiormente pro-Israele assunte da tutti i candidati repubblicani, tra i quali la preferenza va a Mitt Romney.

Altri speaker alla convention, come Liz Cheney (ex funzionario del Dipartimento di Stato, e figlia del vicepresidente di G.W.Bush),  hanno attaccato direttamente il Presidente per il suo debole impegno a favore della sicurezza nazionale di Israele. Obama non ha potuto esimersi, dunque, nel suo discorso, dal fare riferimento alle critiche che gli sono state poste circa il suo “committment” verso Israele.

In primo luogo, il Presidente ha ricordato di essersi schierato a fianco di Israele, intervenendo direttamente su una serie di dossier spinosi: confermando l’aiuto militare diretto per milioni di dollari, mediando nelle tensioni sorte in Egitto intorno all’ambasciata israeliana al Cairo, bloccando e ponendo il veto su alcune risoluzioni del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite ai danni di Israele, e minimizando le ricadute diplomatiche dell’episodio della Gaza Flottilla. Un aiuto concreto degli Stati Uniti a un loro partner speciale che, però, non deve significare un automatismo nelle decisioni o una sovrapposizione netta degli interessi strategici israeliani e statunitensi.

La conferma della solidità della “relazione speciale” che lega i due Paesi  servita così al Presidente come premessa per elencare anche i limiti della convergenza di vedute strategiche: il messaggio centrale di Obama è che “le opzioni diplomatiche devono rimanere aperte nei confronti dell’Iran”, in concomitanza con le sanzioni, che stanno riducendo i margini d’azione del Paese e avendo un profondo impatto sulla sua società civile. Il Presidente ha rassicurato in ogni caso l’AIPAC e gli israeliani precisando di non puntare ad una “politica di contenimento” dell’Iran, ma invece a spingere Teheran ad abbandonare del tutto il suo programma nucleare.

E’ piuttosto diversa da quelle delle autorità israeliane la lettura proposta da Obama sui recenti sviluppi regionali: la “primavera araba” è sostanzialmente un fattore positivo, che ha ulteriormente emarginato l’Iran nel consesso internazionale e i massacri che stanno avvenendo in Siria hanno ulteriormente indebolito l’asse Hizbullah-Iran-Siria. I “toni di guerra” non servono a migliorare il clima e non devono essere adottati come strumento di propaganda, nonostante l’opzione militare rimanga come ultima risorsa in campo, qualora tutte le opzioni diplomatiche dovessero fallire.

Obama ha adottato un tono moderato ma ha cercato anche di trasmettere fermezza: sa che la maggioranza degli americani lo sostiene nel frenare la corsa verso un nuovo confronto militare in Medio Oriente. I recenti sondaggi pubblicati dalla CNN e altre fonti convergono in questa direzione, mostrando che il 51% dei cittadini USA vogliono che l’America resti fuori da uno scontro con l’Iran, anche in caso di un attacco preventivo israeliano. Alcuni generali statunitensi, marines e ufficiali di corpi d’elite, oltre a veterani delle recenti guerre in Afghanistan e in Iraq, hanno firmato un appello lungo un’intera pagina del Washington Post contro l’ipotesi di una nuova guerra.

Il discorso del Presidente non piace al pubblico dell’AIPAC, che si attendeva toni più risoluti. Non piace, soprattutto al premier Nethanyau, che nel suo discorso di fronte allo stesso uditorio ha espresso una posizione netta: “Israele è uno stato sovrano e il Primo ministro è stato eletto democraticamente per garantire la sua sicurezza e provvedere affinché sui suoi cittadini non gravi una minaccia perenne di distruzione”.

Le fonti israeliane hanno commentato in modo quasi sbrigativo l’intervento di Obama all’AIPAC: “i leader israeliani si sentono soli e scoraggiati”, titola Yediot Ahronot, il tabloid più popolare. Alcuni  membri del Likud, come Ayoub Kara, criticano la posizione americana sostenendo che “Israele è esposto in prima linea e dagli Stati Uniti la minaccia deve apparire diversa”; come dire, gli Stati Uniti credono di trovarsi a una distanza di sicurezza dal nucleare iraniano, ma in realtà “l’Iran è una minaccia globale, e non regionale.”

La retorica della minaccia di distruzione dell’Iran che incomberebbe su tutto il “mondo libero”, ovvero l’Occidente, è sposata praticamente da tutti i leader israeliani. Anche l’ex-Ministro degli esteri Tzipi Livni sostiene la stessa opinione, sebbene critichi Nethanyau per il suo opportunismo nello sfruttare la corsa elettorale americana a fini politici interni. A suo parere, la  relazione con gli Stati Uniti è “essenziale e solida e non può essere politicizzata”, il che vuol dire renderla “soggetta alla simpatia tra i leader o al colore dell’amministrazione che guida gli Stati Uniti. La posizione di Kadima è che l’Iran vada attaccato, ma non prima di aver ottenuto il consenso sostanziale di Washington, e quindi anche con maggiore flessibilità da parte di Israele nell’agenda e nella definizione dei modi e dei tempi di un’eventuale operazione.

Il Labour (Mifleget Ha’Avoda) è completamente escluso dai giochi: con soli 8 deputati ed essendo appena sopravvissuta a una scissione interna con il partito “Indipendenza” di Barak, la nuova leader Shelly Yachimovich preferisce riguadagnare consensi su temi sociali tenendosi fuori dal dibattito sull’Iran. Ugualmente, Meretz e i partiti arabi si tengono fuori dalla discussione. L’unica voce dissenziente riguardo ad un attacco preventivo dell’Iran viene dall’ala liberale rappresentata a livello di opinione pubblica dal quotidiano Ha’aretz e da una parte degli ufficiali delle forze armate, stretta intorno a Meir Dagan, ex capo del Mossad, che sono apertamente contrari. Questi ultimi sostengono che l’Iran avrà ancora bisogno di circa 18 mesi per ottenere una bomba nucleare e di altri due anni per ridurne il volume tanto da poterla caricare sui propri aerei o incorporarla ai missili Shibak 3 di cui attualmente dispone. Prima del 2014, quindi, la minaccia nucleare iraniana non costituirà un problema militare per Israele e, fino a quella data, esistono altri mezzi per rallentare la corsa nucleare iraniana: ad esempio il ricorso a virus informatici come STUXNET che attacchino il programma nucleare a livello informatico, oppure a operazioni segrete, come omicidi mirati di scienziati o altre azioni militari di piccola scala sul terreno, eventualmente concertate con la minoranza curda.  Dagan e altri sono forti anche del consenso diffuso dell’opinione pubblica che appare quanto mai impreparata al genere di allerta che le autorità vorrebbero imporle. Secondo un sondaggio della Brookings Institution (condotto da Shibley Telhami) l’81% dei cittadini sono contrari ad un attacco preventivo israeliano senza la collaborazione degli Stati Uniti, e il 34% in assoluto.

Tuttavia, i leader israeliani sanno che l’opinione pubblica  tende a sostenere il governo e affidarsi ciecamente alle sue scelte in materia di difesa e sicurezza nazionale – anche se si ricorda una sostanziale eccezione, con l’Operazione “Pace in Galilea” in Libano nel 1982. Inoltre la “dottrina Begin” a cui sia Barak che Nethanyau si rifanno apertamente – tesa ad evitare che qualsiasi altro Paese della regione  sviluppi armi di distruzioni di massa – ha già “pagato” in passato, nei casi delle incursioni aeree della IAF contro il reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981 e contro gli impianti segreti per l’arricchimento dell’uranio distrutti  in Siria nel settembre 2007 da appena 16 caccia.

I dirigenti israeliani sono ben consci del fatto che l’Iran ha le capacità per rispondere ad un’azione israeliana in modo assai più massiccio di quanto fosse il caso per i due paesi colpiti in passato; ma la sostanziale assenza di opposizione politica all’interno del Paese incoraggia il governo ad ascoltare le posizioni più favorevoli all’opzione militare. E’ molto significativo che il Presidente della Repubblica, Shimon Peres, avesse espresso circa un anno fa un’opinione contraria all’ipotesi dell’attacco, e ha ora invece sostenuto la linea interventista proprio di fronte all’AIPAC.

In questo quadro, interno e internazionale, il problema sta soprattutto nelle possibili ricadute di più lungo periodo: se ha ragione Ehud Eiranm nel suo articolo sull’ultimo numero di Foreign Affairs, le autorità israeliane non hanno nessun “piano B” rispetto ad un’operazione militare breve ed efficace. Cosa accadrebbe nel caso in cui una guerra con l’Iran dovesse trascinarsi per anni o trasformarsi in una “guerra del petrolio”? Come reagirebbero allora Stati Uniti e Europa, e quanto potrebbe reggere la compattezza della coalizione anti-Iran?

Sono variabili che non emergono nel dibattito interno israeliano, tutto focalizzato sulla retorica di un’America (e ancor più di un’Unione europea) che calpesta la legittima aspirazione israeliana all’autodifesa: quasi che nello scacchiere mediorientale vi fossero solo l’Iran e Israele a confrontarsi in un vuoto politico. Non è chiaramente così, e ci sono altre considerazioni strategiche che Washington dovrà tenere nel dovuto conto.