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Obama e Romney divisi su Mosca: la guerra fredda non è finita

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Le due ex superpotenze rivali, anche dopo la fine della guerra fredda, non hanno certo rinunciato al loro ruolo di primo piano nella politica internazionale. Mosca ha cercato di preservare una sfera di influenza euro-asiatica. L’obiettivo può dirsi raggiunto per quanto concerne la maggior parte delle ex repubbliche sovietiche, legate al Cremlino dalla stipula di accordi economici e dalle forniture di gas; è molto più incerto, invece, nel resto della vasta regione.

Data la natura della politica estera russa e il crescente peso dello scenario asiatico nella geostrategia americana, non stupisce che durante il terzo dibattito tra i due sfidanti per la Casa Bianca si sia parlato, e non poco, delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

Mitt Romney aveva dichiarato qualche mese fa che la Russia era la principale minaccia per il proprio paese. Nel confronto con Barack Obama, il candidato repubblicano ha modificato la sua posizione, precisando che il primo elemento di pericolo per la sicurezza nazionale è l’Iran, ma che la Russia rimane un avversario geopolitico. Il presidente in carica, invece, pur essendo ben consapevole delle ambizioni egemoniche di Mosca, è sembrato convinto della necessità di un continuo dialogo, in particolare all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questo perché gli interessi russi sono presenti un po’ in tutta la regione: nel Nord Africa ma soprattutto in Medio Oriente, dalla Siria all’Iran. Obama considera la stabilità di quest’area assolutamente necessaria alla sicurezza degli Stati Uniti.

L’ambizione del ritorno all’antico status di potenza mondiale è stata perseguita con tenacia in particolare dal presidente russo Vladimir Putin, rieletto per il terzo mandato nel marzo 2012. Il contrasto tra obiettivi russi e americani ha trovato, subito dopo il 1989, il suo teatro naturale in Europa orientale, sfociando nell’allargamento della NATO (seguiti da quello della UE). Oggi, quel contrasto si manifesta anche nell’area mediterranea e mediorientale – regioni attraversate dalle transizioni arabe. E in questo quadro, già di per se conflittuale, si inserisce la corsa iraniana al nucleare.

L’accusa del Partito Repubblicano alla presidenza Obama è di essere stata troppo attendista, tanto da provocare il declino dell’influenza americana in Medio Oriente, lasciando ampi spazi di manovra a nuclei di integralismo che minacciano la precaria stabilità dell’area.

La Siria è il principale alleato mediorientale di Mosca, sede dell’unica base navale russa nel Mediterraneo (Tartus, eredità dell’URSS) e partner importante sia per le forniture militari sia per i giacimenti di gas, di cui il paese è ricco. Il governo russo, quindi, si oppone ad ogni tipo di intervento militare che possa condizionare il futuro quadro politico siriano, per paura di essere definitivamente escluso dal Mediterraneo e dal Medio Oriente.

Dopo l’intervento NATO in Libia,  deciso dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con l’astensione di Russia e Cina, aveva imposto la no-fly zone per proteggere l’opposizione, Mosca teme che una qualsiasi forma di condanna da parte del Consiglio possa essere nuovamente considerata un avallo a un attacco militare. Anche un’eventuale degenerazione degli scontri di frontiera tra Turchia e Siria potrebbe rappresentare un casus belli per la NATO: l’Alleanza, infatti, interverrebbe sulla base dell’articolo 5 del Trattato (legittima difesa). Le conseguenze di un attacco del genere sarebbero di portata imprevedibile: la Siria, per la Russia, sembra dunque diventata una linea rossa da non oltrepassare. 

Altro tema di confronto tra gli sfidanti nella corsa alla Casa Bianca è stato, come da previsioni, l’Iran e la minaccia nucleare. Il Commander-in-Chief, provocato da Romney, ha rassicurato gli elettori sul fatto che, fino a che lui sarà alla Casa Bianca, l’Iran non avrà le armi nucleari. Per scongiurare tale eventualità ha fatto approvare dall’ONU le più dure sanzione economiche che l’Iran abbia mai subito..

La risposta internazionale  al programma nucleare iraniano è stata un’ulteriore causa di dissidio tra Stati Uniti e Russia. La Russia, pur non vedendo realmente con favore un Iran nucleare, non può avallare alcun intervento militare nel paese: sarebbero molteplici le conseguenze negative sull’influenza russa nell’area. Teheran, infatti, potrebbe decidere di sostenere i ribelli islamici del Nord del Caucaso e l’Azerbaijan contro l’Armenia (alleata di Mosca), e soprattutto sospendere ogni cooperazione economica con la Russia. Un intervento militare in Iran, inoltre, potrebbe travolgere l’attuale regime: la nascita di un governo filo-occidentale è un’eventualità che il Cremlino non vedrebbe certo positivamente.

Queste divergenze di interessi non hanno comunque impedito alle due potenze di firmare l’8 aprile 2010, a Praga, il New Start (New Strategic Arms Reduction Treaty), un patto volto a proseguire la riduzione e la limitazione delle armi strategiche offensive – che ha la sua origine nel Trattato di non proliferazione delle armi nucleari siglato nel 1968.

Tuttavia, è proprio questo tipo di armamenti ad avere originato, anche negli ultimi anni, diversi motivi di tensione tra Mosca e Washington. Per prevenire o rispondere a eventuali attacchi conseguenti allo sviluppo del programma nucleare iraniano, infatti, l’amministrazione di George W. Bush aveva riproposto l’idea reaganiana di uno “scudo” anti-missile, stipulando accordi bilaterali per l’installazione di radar e missili in Polonia e Repubblica Ceca. Obama non ha accantonato del tutto il progetto, ma ha deciso di rallentarlo coinvolgendo altri paesi NATO e aprendo poi un canale di dialogo con Mosca. Un dialogo che però non ha dato i frutti sperati e che ha portato la Russia a  schierare nuovi missili a Kaliningrad – l’enclave tra Polonia e Lituania. Questo dossier, come quelli mediorientali, resta aperto dopo i quattro anni di presidenza Obama: starà comunque al prossimo presidente americano gestire un rapporto con Mosca che è tuttora ricco di incertezze.

 

 

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