international analysis and commentary

Multipolarismo senza gravità

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Guardiamo agli eventi delle ultime settimane. La diplomazia internazionale si è attivata su tre fronti diversi che hanno coinvolto con intensità diverse i principali attori. Gli  europei focalizzati sui problemi interni all’eurozona; gli Stati Uniti con il viaggio in Asia del presidente Obama e la partecipazione ai vertici regionali dell’APEC e dell’ASEAN  si sono rivolti al Pacifico come loro priorità strategica ; nel Medio Oriente incendiato dalle rivolte, l’iniziativa diplomatica principale è stata invece assunta dalla Lega Araba, in particolare sulla Siria. 

Tre scenari diversi con protagonisti differenti. Per l’ Europa, stabilità e sicurezza significano oggi soprattutto sopravvivenza dell’eurozona. Altri attori sono ovviamente interessati alla sua tenuta, in primis gli USA e la Cina. Ma la responsabilità dell’euro non può che essere soprattutto europea. Dipende, è vero, anche dalla crescita e dal contesto economico-monetario globale, ma la crisi dell’euro viene trattata soprattutto come un affare intra-europeo.

Passiamo al Medio Oriente e in particolare alla Siria, la cui stabilità è un interesse comune. Anche qui tuttavia il compito dell’azione tocca  soprattutto ai diretti interessati. Sono infatti la Turchia e la Lega Araba ad aver intrapreso azioni dirette proponendo a Damasco un piano concreto, con inclusa una minaccia di ultimatum.

Infine abbiamo gli USA, rivolti verso l’Asia in ascesa – una regione dove la voce europea  è invece ancora molto debole, soprattutto sui temi politico-strategici.  

Per ogni teatro, dunque, i suoi players? Quindi l’ Europa agli europei, il Medio Oriente ai paesi arabi ed il Pacifico alla rivalità tra Cina e Stati Uniti? Certamente le cose non stanno in maniera cosi netta. Sulla Siria, l’Occidente si è impegnato nella politica di appelli e sanzioni; sull’Egitto, l’attenzione dell’Occidente  è ancora più forte; la Siria, a sua volta – per grado di coinvolgimento diretto dell’Occidente e degli attori non regionali – è un caso  diverso dallo Yemen, ad esempio. Nella stessa Asia, l’Europa economica è certamente assai attenta alla Cina, non solo per gli affari bilaterali ma anche per il ruolo che Pechino può avere nella stabilizzazione dell’eurozona.

Resta però un dato di realtà: nel mondo multipolare e centrifugo, a fronte della pluralità di players rilevanti, non esiste una sola agenda internazionale che li riguardi o coinvolga allo stesso modo. Nel mondo bipolare la struttura del sistema internazionale e l’agenda globale in gran parte coincidevano, e ciò rendeva possibile anche i vari ‘trade offs’ (ad esempio l’Atto di Helsinki, i vari accordi sul disarmo e così via) tra le due superopotenze,  USA ed URSS. Nel multipolarismo complesso, fatto di vecchie potenze, potenze emergenti e medie potenze in  ascesa, manca invece un’agenda unica che sintetizzi e  rifletta la struttura del sistema internazionale.  Le agende e le priorità  dei protagonisti sono molteplici e spesso separate: la ricerca di soluzioni e scambi politici è di conseguenza particolarmente complicata. Non esiste un’agenda multipolare e le agende settoriali e regionali tendono a prevalere perchè varia  il grado di coinvolgimento delle principali potenze. Manca, insomma, un vero centro di gravità. In questa situazione, parlare di responsabilità comuni e di un mondo di ‘responsible stakeholders‘ e ‘ ancora utopico. Responsabilità tra chi e su cosa? Soprattutto quando il concetto viene proposto da un Occidente in fase di crisi congiunturale e declino strutturale. Un patto  tra i players internazionali oggi più rilevanti (e bisognerebbe stabilire anzitutto quali siano esattamente) sulle responsibilità comuni andrebbe discusso e rinegoziato su nuove basi.

L’Italia, che malgrado la crisi ha  un suo capitale politico, economico e  culturale accumulato negli anni, ha ovviamente titolo e interesse a partecipare in modo attivo a questo dibattito nel mondo del XXI secolo. E ancor più a dare un contributo per far sì che l’Europa vi partecipi appieno.