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Libia: minacce e trattative

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Sono passati più di 100 giorni dall’inizio della strana guerra di Libia. E il colonnello Gheddafi minaccia ancora da Tripoli di colpire l’Europa – “le vostre case, i vostri uffici e le vostre famiglie” – se i raid della NATO non cesseranno. Dichiarazioni del genere aiutano se non altro a chiarire il contesto: il raìs, colpito da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale, abbandonato da parte dei suoi e indebolito dalle sanzioni economiche, è alla ricerca di una soluzione politica. Minaccia perché è debole non perché sia forte. Minaccia per trattare.

Da parte loro, i paesi della NATO che partecipano alla strana guerra di Libia combattono soprattutto contro se stessi. In America, Barack Obama fa fatica a difendere un impegno che, per gran parte del Congresso e dell’opinione pubblica, non rientra negli interessi vitali degli Stati Uniti. In Francia, la guerra voluta da Sarkozy sta diventando un boomerang per l’inquilino dell’Eliseo. Sopravvive il nemico esterno (Gheddafi) e risorge il nemico interno (Strauss-Kahn): sono giorni difficili per un presidente debole e di fatto già in campagna elettorale. A Londra, costi e tempi della missione in Libia sono utilizzati dalle gerarchie militari per protestare, fin troppo apertamente, contro i tagli al bilancio della difesa. E a Roma si sa: l’impresa di Libia divide, anche se in modo un po’ finto, la maggioranza di governo. Per cui anche la NATO, allo stesso modo di Gheddafi, vorrebbe trattare. Ma vorrebbe trattare, anzi lo sta facendo, con tutti meno che con il colonnello.

Il terzo attore – il Consiglio di Transizione creato a Bengasi e già riconosciuto quale governo legittimo della Libia da alcuni paesi, inclusa l’Italia – sta arrivando alla stessa conclusione. Dopo 100 giorni di una guerra che gli oppositori di Gheddafi non sanno combattere sul terreno e che la NATO non può vincere solo dall’alto, il Consiglio ha circoscritto le sue ambizioni: sembra disposto a trattare con i potenti di Tripoli un accordo nazionale, un patto transitorio di governo, se Gheddafi e suo figlio Saif prenderanno la via dell’esilio forzato. Scenario che il mandato di arresto internazionale rende più difficile ma non impossibile. L’Unione Africana, che sta tentando da settimane una sua mediazione, va ancora più in là (o più vicino): la via di uscita vagheggiata è il ritiro di Gheddafi e della sua famiglia in un’oasi, controllata, della Libia stessa.

Mentre i raids della NATO continuano – e mentre continuano le proteste di Cina e Russia per il modo in cui gli occidentali hanno stiracchiato il mandato dell’ONU – gli occhi di tutti guardano qui: a una possibile trattativa politica che fermi la guerra tenendo in gioco larga parte del potere a Tripoli (il precedente dell’Iraq ha dimostrato i costi di epurazioni su vasta scala), salvando la faccia agli occidentali e salvaguardando l’unità del paese. Insomma: una soluzione capace di evitare la spaccatura in due della Libia e la sua “somalizzazione”. Il problema è che, per riuscire, dovrà essere una trattativa avallata dalle tribù che ancora appoggiano Gheddafi. Ma senza Gheddafi.

Un tipo come Gheddafi potrà mai trattare la propria buonuscita? Molti ne dubitano. Nonostante i primi incontri della settimana scorsa in Tunisia con gli emissari del colonnello, una strategia di uscita concordata – si dice – non esiste. E non è realistico sperarvi, quando il raìs controlla ancora Tripoli e dintorni. C’è però una visione più ottimistica, secondo cui la campagna militare sta finalmente raccogliendo qualche frutto, rafforzato dall’ingresso in scena dei berberi nelle montagne di Nafusa, a cento chilometri da Tripoli. Soprattutto, l’anello dei fedeli a Gheddafi, anche nella capitale, si sta restringendo: aumentano le defezioni fra i militari. La speranza occidentale e del Consiglio di Bengasi è che il regime sia prossimo ad implodere. La speranza del raìs, naturalmente, è opposta: è di riuscire a tenere le proprie posizioni più di quanto riusciranno a fare gli Stati Uniti e i paesi della NATO, indeboliti da divisioni politiche interne, dai vincoli dell’austerità e dalla stanchezza dell’opinione pubblica.

Chi cederà prima? Nell’immediato, una vera e propria implosione del potere di Gheddafi assomiglia a un miracolo o a una illusione. Ma se il terzo attore, il Consiglio transitorio di Bengasi, proporrà alla parte di Tripoli una condivisione credibile del potere per il “senza Gheddafi” – credibile anche perché garantita dalla coalizione internazionale – gli incentivi politici e non solo militari a liquidare il raìs aumenteranno. Se il colonnello si persuadesse di questo, del fatto che il tempo non gioca in realtà a suo vantaggio, potrebbe anche cercare una via di uscita oggi per non perdere tutto, vita inclusa, domani.

Questo ragionamento sui rapporti di forza (o sulle debolezze rispettive, sarebbe forse meglio dire) porta a una conclusione rilevante, anche per la politica italiana sulla Libia. I paesi che hanno deciso di intervenire, giusto o sbagliato che fosse, hanno ormai tutto l’interesse a non dare l’impressione di cedere, se vogliono aumentare le possibilità di una trattativa politica che ponga fine alla guerra. Dopo di che, lo indicano i piani in discussione alle Nazioni Unite, i compiti di peacekeeping passeranno a contingenti turchi, giordani, o africani.

Una pace comunque imperfetta non potrà includere in nessun caso la permanenza di Gheddafi al potere. Dovrà offrire un futuro alla gente della Cirenaica; ma anche rassicurare, sul proprio destino, i cittadini della Tripolitania. In assenza di queste condizioni, la spartizione violenta della Libia, con tutti i suoi rischi, diventerà inevitabile.