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L’Europa, la Germania e la sindrome dei Curiazi

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La Germania è finanziariamente robusta ma non abbastanza da prendere sulle proprie spalle l’intera economia europea. È questo, nella sostanza, l’argomento usato dalla Cancelliera Merkel per sottrarsi alle pressioni internazionali. In concreto, vuol dire che, se Berlino estendesse la propria garanzia agli Stati membri in difficoltà (con forme di mutualizzazione del debito o con il rafforzamento del fondo salva-stati), non solo non risolverebbe i problemi degli Stati periferici dell’Eurozona ma metterebbe a repentaglio la sua stessa solidità finanziaria. All’apparenza, è un ragionamento impeccabile. Mutatis mutandis, lo stesso che deve aver assillato l’ultimo dei Curiazi mentre affrontava l’ultimo degli Orazi.

Come i tre fratelli di Alba Longa, i tedeschi e gli europei si sono infatti messi nei guai da soli, nel momento in cui hanno deciso di affrontare la crisi finanziaria in ordine sparso. Se avessero scelto una tattica più lungimirante, e avessero presentato fin dall’inizio un fronte compatto, non si sarebbero ridotti a riporre tutte le speranze nell’ultimo di loro rimasto in piedi.

Le cifre parlano da sè. Nel 2011, l’Eurozona aveva un deficit di bilancio complessivo del 4,7% ed un debito pubblico dell’87,2%. Una situazione di bilancio molto migliore di quella degli USA, che non sono ancora riusciti a domare il deficit (all’8,7%  nel 2011) ed hanno ormai un debito pubblico pari al 100% del PIL. Eppure, mentre l’Eurozona continua ad essere sotto schiaffo, gli investitori rinnovano la loro fiducia nell’economia americana, considerando i buoni del tesoro USA alla stregua di beni rifugio. E che dire del Giappone? Se i parametri fiscali fossero l’unico metro di valutazione, gli investitori sarebbero già dovuti fuggire a gambe levate da un’economia che ha ormai toccato il 200% del debito e che non cresce da quasi vent’anni. Eppure, sono ancora lì, accontentandosi di un maneggevolissimo 1% di interessi per i buoni del tesoro triennali – una cifra che farebbe l’invidia anche di Stati europei mediamente “virtuosi”, per non parlare di quelli più direttamente nel mirino dei mercati.

La differenza sta nel fatto che USA e Giappone sono degli attori politici ed economici coesi, con una politica fiscale centralizzata ed una politica monetaria autonoma. Il che basta grosso modo a rassicurare gli investitori sul fatto che prima o poi i loro crediti verranno rimborsati. I Paesi dell’Eurozona, invece, si sono messi di impegno, fin dai primi vagiti della crisi, nel sottolineare le loro divergenze economiche e ideologiche. Con il risultato che gli investitori hanno ben presto cessato di guardare all’Eurozona come ad un entità coesa e hanno cominciato a passare al setaccio la situazione dei singoli Stati membri. Nel farlo, si sono accorti in fretta che all’interno dell’Eurozona si erano accumulati una serie di squilibri e che i Governi non avevano nè gli strumenti nè la volontà politica per correggerli. E soprattutto, si sono accorti che gli Stati membri, incatenati fra loro ma incapaci di lottare assieme, erano un eccellente bersaglio per gli attacchi speculativi: praticamente, una scommessa vinta in partenza. Il resto è storia nota: da due anni a questa parte i Capi di Stato e di Governo sono riuniti praticamente in assemblea permanente per cercare di rispondere all’ultima crisi. Da due anni a questa parte, continuano ad approntare soluzioni “definitive” che regolarmente durano quel che durano, prima che i mercati tornino a sentire l’odore del sangue.

Un destino ineluttabile? In parte forse sì a causa dei difetti di costruzione della moneta unica, primo fra tutti il non aver affiancato al governo federale della moneta un governo dell’economia. Ma le classi dirigenti europee ci hanno messo del loro: anche senza trasformarsi dalla sera alla mattina in uno Stato federale, l’Unione avrebbe potuto fare molto di più e molto meglio per affrontare la crisi. Invece, fin dall’inizio, ha prevalso la linea dell’“ognuno per sè”. Così, mentre le circostanze richiedevano una risposta congiunta, a livello europeo, si è assistito al fenomeno esattamente opposto: alla ri-nazionalizzazione della politica europea ed anzi al riemergere prepotente degli egoismi e delle piccole furbizie nazionali. Adesso, è difficile dare torto alla Cancelliera quando dice che non si può chiedere alla Germania di salvare da sola l’economia europea. Ma il punto è che non si sarebbe mai dovuta trovare – o mettere –  nella condizione di doverlo fare.

Lo “scudo anti-spread” approvato dall’ultimo Eurogruppo è un primo tentativo di cambiare approccio. Il suo presupposto ideologico è che uno stato membro può essere attaccato dai mercati anche senza averne colpa; il che rappresenta una piccola rivoluzione copernicana rispetto alla visione finora prevalente. Grazie ad essa, il “fondo salva-stati” potrà intervenire a sostegno dei Paesi sotto attacco prima che i mercati li mettano in ginocchio.  Un primo barlume di solidarietà europea, insomma.

Siamo ancora lontani, tuttavia, da un autentico gioco di squadra.  Anche con lo “scudo anti-spread”, infatti, la linea resta quella di rafforzare le difese dei singoli “curiazi”, per fare in modo che possano resistere da soli alle pressioni del mercato. Al massimo, si può pensare di dar loro una “boccata d’ossigeno”, con gli interventi della BCE o del fondo salva-stati. Non è ancora contemplata, invece, la possibilità  di unire autenticamente le forze come avverrebbe, ad esempio, con una qualche forma di mutualizzazione del debito.

L’auspicio è che la creazione dello “scudo anti-spread” rappresenti un primo passo verso una nuova “dottrina strategica” – basata sul principio della responsabilità collettiva per la difesa dell’Euro – e non una concessione “una tantum” ai Governi in difficoltà.  In caso contrario, ci sarebbe poco da stare allegri, perché se non si appronta una linea di difesa realmente unitaria, i mercati continueranno ad avere gioco facile nell’attaccare, di volta in volta, l'”anello debole” dell’eurozona.

Il paradosso è che alcuni, nell’Albalonga monetaria europea, hanno cominciato a lanciare sassi contro i Curiazi in difficoltà. Fuor di metafora, è quello che stanno facendo i ministri di alcuni Stati “virtuosi” criticando Spagna e Italia e cercando di smontare le conclusioni dell’Eurogruppo. Forse sperano di salvarsi almeno loro; non sanno, o fingono di non sapere, che se gli Stati sotto attacco dovessero cadere, la crisi non farebbe prigionieri. Della città dei Curiazi gli archeologi non sono nemmeno riusciti a determinare con certezza il sito storico.