international analysis and commentary

L’euro? Ancora no, grazie

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Praga è più bella ancora di quanto la ricordi, prima e dopo. E di quanto la rilegga, una volta di più, nelle pagine rosa di Angelo Maria Ripellino. In questo inizio d’ottobre, non sa di nebbia e di malinconia; il cielo su Malá Strana è azzurro, quasi romano. L’aria è secca, mentre camminiamo verso il Museo di Kampa, nel piccolo lembo oltre la Moldova. L’incontro è lì, in quelle sale dove l’ex segretario di Stato americano, Madeleine Albright, ritrova il suo nome da ragazza: Maria Korbel. Riannodando così il filo di una storia, anche sua. La prima donna ad avere guidato il dipartimento di Stato, figlia di un diplomatico cecoslovacco rifugiatosi negli Stati Uniti, è a Kampa, con noi europei, per gettare le basi di un futuro Aspen Institute Prague.

Tenere insieme Praga e Washington, Boemia e Colorado, non è impresa difficile. Per la Repubblica Ceca, l’America è ancora la grande alleata nella battaglia per la libertà dal sistema sovietico. L’America, vista da Praga, non è controversa. L’Europa lo era e lo è. La gravità della crisi dell’euro ha rafforzato le tesi scettiche alla Vaclav Klaus. Il presidente della Repubblica Ceca, scrivendo sul Wall Street Journal pochi mesi fa, ha interpretato il rischio default della Grecia come una conferma plateale delle proprie idee di sempre: la moneta unica – ha ribadito Klaus l’euro-scettico – è un “progetto pericoloso” perché genera (al meglio) tensioni insostenibili e finisce (al peggio) per azzerare la sovranità democratica dei paesi membri. Atene può uscire o subire, fallendo comunque.

Il mio vicino di tavolo al Museo di Kampa, un diplomatico di carriera, dice che Klaus esagera un po’ ma non tanto. L’opinione pubblica, dopo gli sforzi compiuti per l’ingresso nell’UE, nel 2004, è già molto delusa. La Repubblica Ceca ha tirato il freno, o di più, sull’adesione all’euro. In un suo recente documento, la Banca centrale ha messo nero su bianco che l’adozione dell’euro non dipenderà solo dalle riforme a casa; ma anche e soprattutto da “come l’area dell’euro affronterà le sfide che la riguardano e che ne mettono in discussione il funzionamento”. Cosa ragionevole, mi pare; ma che, rispetto alla lettera dei Trattati europei, introduce una condizione non prevista, dal momento che per nulla previsto era stato lo scenario – la crisi, rapida e traumatica, della moneta unica. Con i suoi costi: l’esperienza dei fratelli separati slovacchi (nell’euro ma euro-scettici) si fa sentire.

Mentre cominciano i brindisi, una giovane economista attira la mia attenzione sul fatto che il governo ceco ha ormai deciso di rinunciare a fissare obiettivi temporali per un eventuale ingresso nell’euro. Prima si parlava del 2010, poi si è parlato del 2014; oggi non se ne parla proprio più, sottolinea con un fare fra il rassegnato e il divertito. Perché la realtà, chiude salutandomi, è che tenerci la Corona conviene: ci aiuta un po’ nelle esportazioni; e la nostra economia, per rallentata che sia, continua a vivere di questo.

Lo stesso sta accadendo in Polonia. Presidente di turno dell’Unione Europea, Varsavia aveva inizialmente pensato di puntare le proprie carte su un’adesione all’euro attorno alla metà di questo decennio. Ancora a luglio di quest’anno, il primo ministro Donald Tusk aveva chiesto che la Polonia fosse ammessa ai vertici dell’Eurogruppo pur non essendo membro dell’euro. Il collasso della Grecia e i rischi di contagio hanno spazzato via istanze del genere: secondo Jan Vincent-Rostowski, ministro delle Finanze con studi e inclinazioni anglosassoni, l’adesione della Polonia alla moneta unica non va più data per scontata. Per ragioni economiche ovvie, rafforzate da ragioni politiche: per potere aderire all’euro, la Polonia dovrebbe modificare la Costituzione. Ma è un passaggio difficile da affrontare, anche dopo la vittoria di Tusk nelle elezioni di domenica scorsa. Nel frattempo, l’opinione interna si è raffreddata: meno di un terzo dell’elettorato, oggi, si dichiara disposto ad abbandonare lo zloty.

È rinata così, fra la Moldova e il Mar Baltico, una seconda Europa: nel senso che questa parte dell’UE sta tornando a pensarsi come tale, come un pezzo a se stante del vecchio continente, con un piede dentro e un piede fuori dall’euro. L’effetto centripeto messo in moto dall’allargamento è stato arrestato, spezzato, dall’implosione greca. È una seconda Europa che guarda ancora verso l’America di Maria Korbel, appunto; che crede (diffidandone un po’) che la Germania sia tedesca, prima che europea; e che sta cercando di crearsi, per ragioni geopolitiche ed economiche, una propria area di influenza nella Mitteleuropa e verso Est, verso l’Ucraina e i suoi vicini.  

A differenza di Londra, Praga e Varsavia mantengono però una buona dose di ambiguità sulla prospettiva di un’Europa “a più velocità”. David Cameron può ormai invocare l’unione fiscale fra i paesi dell’euro – come unica soluzione credibile a una crisi rischiosa per tutte le economie occidentali – proprio perché nella sua concezione la Gran Bretagna resterà in ogni caso al di fuori di un “nucleo duro” quasi federale: l’Europa a più velocità, dal punto di vista dei conservatori inglesi, è un buon compromesso (non lo era per Tony Blair, che ancora puntava a condizionare da Londra l’Unione Europea nel suo insieme). Per Praga e Varsavia, accettare la nuova equazione britannica è assai meno semplice: in entrambi i paesi, se la crisi dell’euro fosse superata, il problema di aderire alla moneta unica tornerebbe a proporsi. Ma in termini che, nel frattempo, saranno diventati molto più impegnativi di oggi.

La mia precisa sensazione, insomma, è che nella psicologia dell’Europa un tempo “sequestrata”, poi ritrovata, poi allontanata dalla crisi dell’euro, non esista solo la tentazione a pensarsi come un mondo sé; ma sia sempre in agguato anche un complesso di esclusione. Un complesso che noi italiani ben conosciamo: il timore di essere lasciati fuori, “out in the cold”. Ma a Kampa l’aria è ancora tiepida, quando il Museo chiude e torniamo verso Ponte Carlo.