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L’estrema sinistra tedesca al tramonto?

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Il giorno successivo alle elezioni federali del settembre 2009 Die Linke era sulla cresta dell’onda. L’estrema sinistra tedesca aveva appena incassato dagli elettori il lauto dividendo (11,9%) di una legislatura di radicale opposizione al governo di Große Koalition tra socialdemocratici e cristianodemocratici. Un’opposizione dalla quale trassero giovamento anche i liberali dell’FDP (14,6%).

Nemmeno tre anni dopo, il quadro si è capovolto e tanto gli uni, quanto gli altri si ritrovano a galleggiare poco al di sopra della soglia di sbarramento, l’FDP tra il 4 e il 5% e Die Linke tra il 5 e il 7% (ma con appena il 3% ad Ovest ed un 18% ad Est). Per certi versi, la crisi dei liberali e quella dell’estrema sinistra si assomigliano: entrambi i partiti hanno una dirigenza federale profondamente divisa ed entrambi i partiti non sembrano nelle condizioni di spiegare al proprio elettorato in che cosa si distinguano dalle altre formazioni politiche e per che cosa davvero intendano lottare. Mentre il futuro dei liberali è incerto, la sinistra tedesca e la sua neoeletta leadership rischiano di scomparire del tutto dal panorama politico tedesco. Con lo spostamento progressivo dei socialdemocratici verso sinistra e la popolarità di ecologisti e pirati, a Die Linke sono inoltre venuti a mancare molti degli argomenti necessari per far leva sull’elettorato progressista.

La crisi dell’estrema sinistra viene comunque da lontano: fin da quando, nel giugno del 2007, Die Linke si trasformò da ticket elettorale ideato per le elezioni del 2005 in un partito vero e proprio. Allora gli osservatori più scettici dubitarono della stabilità del matrimonio di interessi tra il partito del socialismo democratico (PDS), guidato da Gregor Gysi ed erede del partito unico dell’ex DDR, e il piccolo drappello di deputati guidati da Oskar Lafontaine (WASG), formatosi tra il 2004 e il 2005 in dissenso con le riforme dello stato sociale volute dal Cancelliere Gerhard Schröder. Amalgamare l’anima orientale con quella occidentale sembrò d’un tratto un obiettivo a portata di mano con la serie di successi elettorali inanellati in diversi Länder occidentali nel 2008-2009, non da ultimo in quello della piccola Saar (terra natale di Lafontaine), dove Die Linke superò addirittura il 21%.

Poi arrivarono il ritiro temporaneo di Lafontaine dalla politica per ragioni di salute, la sostituzione sua e del co-presidente Lothar Bisky con un tandem fallimentare formato da Klaus Ernst e Gesine Lötzsch, e l’improvviso ritorno dello stesso  Lafontaine: a quel punto i dissapori tra compagni dell’Est e dell’Ovest, mai del tutto sopiti, sono riesplosi. Con la sua verve polemica, il piglio brusco ed impulsivo e l’intransigenza della sua linea politica, Oskar Lafontaine non è del resto mai stato gradito ai quadri della PDS, che in passato lo avevano accusato di voler utilizzare la WASG come grimaldello per riuscire a dettare la linea alla sinistra dell’SPD.

A lungo il legame di amicizia e di sincera collaborazione tra Lafontaine e Gysi è sembrato poter garantire un minimo di equilibrio e compattezza all’interno del partito. Ma al congresso federale tenutosi il 2 giugno scorso, anche lo stretto rapporto che univa Gysi a Lafontaine ha mostrato evidenti segni di cedimento. Dal palco di Gottinga, cittadina universitaria nella quale il 25 gennaio 2002 nacque la WASG, Gregor Gysi, noto in parlamento per le sue battute caustiche e pungenti, ha attaccato brutalmente l’ex leader del partito e le federazioni occidentali, accusandole di essersi comportate con l’arroganza tipica di quei Länder occidentali, che ai tempi della riunificazione volevano insegnare ai cittadini dell’Est come si stava al mondo. Gysi, attualmente presidente del gruppo parlamentare al Bundestag, sostiene da tempo gli sforzi della corrente realista (il forum del socialismo democratico, FDS), nostalgica del socialismo municipale ottocentesco e disposta a scendere a patti e a governare con i socialdemocratici a livello locale. Ad opporsi al pragmatismo orientale, che nei Länder dell’Est avrebbe avallato pesanti tagli all’occupazione nel settore pubblico, ci sono invece Oskar Lafontaine e i suoi fedelissimi delle federazioni dell’Ovest, fautori di una piattaforma programmatica che comprende l’abolizione del cosiddetto sussidio Hartz IV – introdotto dal governo Schröder e considerato eccessivamente punitivo per disoccupati e lavoratori precari – come anche il ritiro immediato dall’Afghanistan.

Uscita sconfitta da una serie di appuntamenti elettorali nelle regioni occidentali, l’ala massimalista non ha invece subito grossi contraccolpi al congresso federale, nel quale è riuscita ad impedire l’elezione alla guida del partito di Dietmar Bartsch, avversario storico di Lafontaine ed esponente di spicco della corrente riformista.

Il congresso ha così ripiegato su un tandem inedito e poco noto al grande pubblico: da un lato la trentaquattrenne orientale Katja Kipping e dall’altro Bernd Riexinger, cinquantasettenne sindacalista del settore pubblico del Baden-Württemberg. A prima vista, non sembra che i due possiedano le qualità comunicative ed organizzative necessarie per durare più di un mandato, ma chi li conosce personalmente assicura che, pur non facendo parte dell’ala riformista, lavoreranno per riunire il partito ed evitare una scissione. Scissione di cui si è comunque già parlato anche a Gottinga e che fa gola in particolare al partito socialdemocratico, i cui vertici hanno invitato la componente realista del partito a troncare con Lafontaine ingrossando le fila dell’SPD al Bundestag.

Per ora l’implosione è scongiurata, ma la sensazione è che se i risultati elettorali dovessero segnare la fuoriuscita dell’estrema sinistra da altri parlamenti regionali del paese – magari anche ad Est – le due correnti potrebbero scegliere presto la via della separazione consensuale.