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L’Egitto in stato confusionale: istituzioni e consenso

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Alla vigilia del turno di ballottaggio presidenziale del 15 e 16 giugno, la Suprema Corte Costituzionale (SCC) ha dichiarato incostituzionale non solo la legge che avrebbe decretato l’esclusione dalla competizione elettorale di Ahmed Shafiq, premier dell’ultimo governo Mubarak, ma anche il regolamento elettorale con il quale si sono svolte le elezioni parlamentari. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) ha  quindi sbarrato le porte del Parlamento, emanando una dichiarazione costituzionale complementare che ha in parte modificato la carta approvata con il referendum del marzo 2011.  Il nuovo documento ha accresciuto le prerogative dei militari, riducendo in parte i poteri del nuovo presidente – che secondo i dati resi noti dalla maggioranza dei media egiziani dovrebbe essere Mohamed Morsi, il candidato della Fratellanza Musulmana. Il presidente non avrà comunque il potere di modificare quel decreto legislativo.

Secondo la maggioranza dei giuristi, la sentenza che ha portato allo scioglimento del Parlamento è in linea con la giurisprudenza egiziana, visto che, pur con tempistiche molto più dilatate, già nel 1987 la SCC aveva  dissolto il Parlamento eletto nel 1984 e nel 1990 uno insediatosi nel 1987.  La legge elettorale utilizzata lo scorso novembre non garantiva infatti agli indipendenti le stesse possibilità di successo dei candidati membri di liste partitiche. Mentre i nomi dei primi erano presenti solo nelle schede con le quali si eleggeva un terzo dei deputati, quelli dei secondi potevano comparire sia in questa prima scheda che in quella riservata alle liste, utile per assegnare i due terzi dei seggi parlamentari.

Ad essere in discussione non è quindi il merito delle sentenze, quanto la tempistica, soprattutto in quasi perfetta coincidenza con la reintroduzione dello stato di emergenza. In questo quadro, le sentenze hanno infatti influenzato il processo di transizione, portando molti media locali e internazionali a parlare di un “golpe bianco”. Secondo Gianluca Parolin, professore del dipartimento di legge dell’università Americana del Cairo, gli ultimi eventi mostrano in realtà l’esistenza di “una linea di continuità tra quanto accaduto in questi giorni e quanto l’Egitto vive dalla caduta del presidente Hosni Mubarak.”

Le sentenze della SCC fanno emergere poi una serie di interrogativi tecnici e politici. Anzitutto, cosa succederà all’Assemblea Costituente che era appena stata eletta? Può essere considerata valida un’assemblea  scelta da un Parlamento dichiarato anticostituzionale? Chi riscriverà la legge elettorale per votare nuovamente il Parlamento? E davanti a chi presterà giuramento il prossimo presidente? Qualora toccasse a Morsi, come si comporterebbe il leader islamista: giurerebbe di fronte alla SCC riconoscendo, di fatto, quella sentenza che, impugnata dalla sua maggioranza parlamentare, ha portato allo scioglimento del Parlamento?

Anche se queste questioni restano per ora sospese, quello che è chiaro è che nelle ultime settimane si è in parte rimodellato l’assetto delle istituzioni politiche egiziane. 

Come hanno notato molti osservatori, il CSFA ha ulteriormente rafforzato la sua posizione, ponendo le basi per manetnere un forte ruolo politico dopo l’instaurazione del nuovo presidente e rendendosi completamente autonomo dal controllo civile. In aggiunta, si è riservato importanti prerogative legislative, prima fra tutte la gestione del nuovo processo costituzionale. I militari si sono anche attribuire il potere di veto su eventuali decisioni di entrare in guerra, e il successore di Mubarak non potrà indicare il nome del ministro della Difesa (che sarà invece scelto dal CSFA) nel formare il governo. Secondo quanto scrive su Foreign Policy Nathan Brown, professore di scienze politiche all’università George Washington, visto che il presidente si insedierà mentre è in vigore una Costituzione temporanea, una volta redatto il nuovo documento sarebbe opportuno ripetere le elezioni – e in effetti Le autorità militari hanno già dichiarato che il futuro Parlamento sarà eletto un mese dopo l’entrata in vigore della nuova Carta.  

Nel frattempo,  scrive sul sito del quotidiano Al Ahram Chibli Mallat, professore di legge dell’Università dello Utah, già candidato alla presidenza libanese, le recenti decisioni “hanno di fatto reso l’Egitto un paese inosservante dei minimi standard di democrazia, visto che le sentenze si basano sulle dichiarazioni del governo militare e non sulla Costituzione approvata originariamente dal referendum del marzo 2011”.

E mentre molti si preoccupano per una sorta di riflusso della transizione egiziana, ci sono anche coloro che  si sentono rassicurati dalle ultime evoluzioni: come ha scritto il Jewish Time, “Il colpo militare egiziano è ormai completo”, e sebbene ciò possa essere negativo per la democrazia egiziana, “potrebbe aiutare il rapporto tra Israele ed Egitto.”