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Il regionalismo economico in Asia orientale e i dubbi sul dollaro

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La decisione di creare un’area di libero scambio (FTA) presa il mese scorso congiuntamente da Cina, Giappone e Corea del Sud rappresenta una novità di rilievo non solo sotto l’aspetto economico-finanziario, ma anche per gli equilibri strategici globali.

Il 14 maggio, a Pechino, si sono incontrati il presidente cinese Hu Jintao, il primo ministro nipponico Noda Yoshihiko e il presidente sudcoreano Lee Myung-bak. Questi tre paesi coprono da soli il 19,6% del prodotto lordo globale e il 17,8% degli scambi mondiali. La riunione ha avuto come esito la decisione di avviare le trattative per una FTA trilaterale entro il 2012. A metà giugno, a Tokyo, si è svolto il primo “colloquio operativo” per porre le basi del negoziato. Questo, secondo fonti cinesi, potrebbe prendere formalmente il via a novembre, a margine della riunione cambogiana dell’East Asia Summit.

Se da un lato assistiamo a un’inevitabile tendenza ad una crescita dell’integrazione economica tra i paesi dell’area, tale tendenza procede in modo caotico, producendo quello che è stato definito un effetto noodle bowl. Tra il 2000 e il 2010, ad esempio, il numero di accordi commerciali preferenziali (PTA) in Asia orientale è passato da uno a 45. Ne è derivata, in alcuni casi, una densa e complessa rete di regole in conflitto tra loro.

La situazione così creatasi è per molti versi paradossale: invece di facilitare gli scambi e le transazioni, l’intersecarsi di accordi settoriali provoca un aumento dei costi e un appesantimento burocratico. Il sistema risente di tensioni derivanti dalla competizione in questi ambiti tra Stati Uniti e Cina. L’esito di questa sfida è tuttora aperto: può produrre il consolidamento di un blocco regionale asiatico oppure di uno incentrato sui rapporti Asia-Pacifico. Il primo caso vedrebbe aumentare il divario culturale tra Oriente e Occidente, a tutto svantaggio della presenza e degli interessi americani: è la cosiddetta ipotesi panasiatica. L’ipotesi opposta è che sia l’area Asia-Pacifico – costruita sulla base del processo di integrazione suggerito dalla Trans Pacific Partnership – ad avere la meglio. Questa seconda ipotesi sembra meglio corrispondere alle esigenze della globalizzazione, ponendosi la TPP come un “esperimento di multilateralizzazione del regionalismo”. Sarebbe anche il modo più diretto per porre fine alla giungla dei diversi PTA attraverso la creazione di un’unica grande area di libero scambio tra quattro continenti (Asia, Oceania, America del Nord e America del Sud). In tal modo, inoltre, la lunga esperienza degli Stati latino-americani in materia di integrazione e abolizione di barriere tariffarie  potrebbe essere trasferita verso l’Asia.

È vero però che il multilateralismo della TPP ha un punto debole: risente della filosofia statunitense (dalla liberalizzazione economica generalizzata all’insistenza sulla difesa della proprietà intellettuale), senza contare la dimensione politica che sottintende. Questo spiega in parte le resistenze che questa iniziativa incontra in molti paesi asiatici, tanto è vero che solo una minoranza del blocco dell’ASEAN ha aderito formalmente all’iniziativa. La stessa adesione del Giappone, malgrado il passo avanti compiuto nel novembre scorso da Noda, resta sub judice. Per di più, la TPP si configura come un tentativo degli Stati Uniti di arginare la crescita dell’influenza cinese sul piano economico. La TPP è infatti concepita come strumento supplementare alla nuova strategia dell’amministrazione Obama fondata sulla centralità dell’Asia in materia di politica estera.

Molte capitali asiatiche guardano con favore ad un ombrello diplomatico-militare statunitense e lo confermano alcune prese di posizione in tal senso anche da parte di governi in passato più prudenti, come Hanoi e Manila; ma lo stesso non si può dire per le drastiche scelte di campo in materia di commercio che Washington vorrebbe imporre. D’altra parte, se il noodle bowl intorbida le acque della liberalizzazione e a volte nuoce alla penetrazione americana, risulta spesso il sistema più idoneo per salvaguardare gli interessi degli attori locali.

La partita è ancora tutta da giocare, ma certo in queste settimane è stato segnato un punto a vantaggio dell’ipotesi panasiatica attraverso l’avvio della FTA tripartita Cina-Giappone-Corea del Sud, che incarna il regionalismo di vecchio stampo. Non è per nulla detto che i negoziati giungano a buon fine: ci sono da scontare gli ostacoli frapposti dall’apparentemente irriformabile settore agricolo giapponese, i dubbi del settore industriale sudcoreano, il ruolo delle spesso elefantiache società statali cinesi. Pesa anche la diffidenza che separa Giappone e Corea del Sud, per cui i due paesi non sono mai riusciti a stipulare accordi commerciali; circostanza tanto più significativa in quanto Seul è attivissima su tutti gli altri possibili fronti, avendo recentemente stipulato accordi commerciali con la UE e gli USA. A rafforzare il messaggio, la Corea del Sud ha anche ribadito che la FTA con la Cina si farà a breve termine, a prescindere dalla eventuale intesa tripartita che non vedrà la luce prima del 2015.

Il fatto stesso che questo obiettivo (l’intesa a tre) sia stato individuato mostra tuttavia che la crescente dipendenza della Corea del Sud e del Giappone dalla Cina (che per entrambi i paesi è il principale partner commerciale) ha profonde implicazioni geopolitiche. Indica anche che il “metodo” cinese di sostegno all’integrazione regionale, basato sulla netta divisione tra sfera economica e sfera politica, è in grado di ottenere buoni risultati anche nei rapporti con gli alleati più fidati degli Stati Uniti, oltre che nelle “aree grigie”. Nonostante alcuni contrasti politici e tensioni sul piano della sicurezza, la marcia per l’integrazione economico-commerciale prosegue insomma il suo cammino.

Proprio alla luce dell’importanza geopolitica di tali accordi, pesa però su ogni strategia asiatica l’incognita della Corea del Nord. Questa finora ha mostrato di giocare con disinvoltura la carta della provocazione, ma se si sentisse abbandonata dal suo unico puntello (la Cina) e davvero minacciata dalle convergenze Pechino-Seul (soprattutto in una fase di transizione interna come quella attuale) potrebbe essere tentata da soluzioni estreme. Non è un caso che il tema Corea del Nord sia stato ignorato al vertice tripartito di Pechino. Ma forse è stata una conferma del “metodo cinese” che predica la separazione tra economia e politica, nonché un indizio del fatto che anche Seul e Tokyo stanno entrando in questo ordine di idee.

D’altra parte, se la FTA tripartita è ancora da costituire materialmente, ha già preso l’avvio un processo di integrazione finanziaria che si muove lungo due corsie. Anzitutto, dal 1° giugno lo yuan, che finora era direttamente convertibile solo con il dollaro, può essere scambiato anche con lo yen sulla base di una parità fissata – sia pure in modo alquanto farraginoso – senza tenere conto del valore del dollaro. Ciò, oltre a facilitare le transazioni commerciali diminuendone i costi e i margini di rischio legati alla fluttuazione del biglietto verde, ridurrà tendenzialmente il ruolo del dollaro nell’area più dinamica dell’economia mondiale. In secondo luogo, Giappone e Cina hanno cominciato ad acquistare reciprocamente i propri buoni del tesoro (e a loro si unirà presto la Corea del Sud): mostrano dunque la precisa intenzione di procedere verso una diversificazione delle riserve valutarie, svincolandosi dal dollaro.