international analysis and commentary

Le strategie regionali di USA e Cina nel dopo-Kim Jong Il

139

La priorità attribuita dall’Amministrazione Obama alla regione Asia-Pacifico sottintende un approccio che – specie nell’enfasi data alla sfida rappresentata dalla Cina – fa riemergere tematiche e comportamenti che ricordano la guerra fredda. La strada imboccata rischia pertanto di suonare come un “ritorno al passato”, ma paradossalmente lo shock provocato dalla  scomparsa del “caro leader” nordcoreano Kim Jong Il potrebbe essere l’occasione di utili aggiustamenti.

La Cina, finita l’epoca del low profile, ha scelto di accrescere la sua forza d’urto militare, specie nei settori a più alta concentrazione tecnologica – caccia di ultima generazione, portaerei e sottomarini. Come ha ribadito nel suo ultimo discorso dal tono muscolare (8 dicembre) il presidente Hu Jintao, una grande potenza, pur animata da intenzioni pacifiche, non può esimersi dal prepararsi allo scontro armato e in particolare “deve accelerare la trasformazione della sua marina”. L’ostentazione di forza militare è affiancata da un canale diplomatico  dello stesso tenore. Per quanto riguarda il Mar Cinese meridionale, ad esempio, le rivendicazioni sulle zone contese crescono di intensità, sommandosi a  concrete iniziative circa lo sfruttamento delle risorse dei fondali marini. Nel contempo Pechino tiene duro sulla sua posizione di escludere terze parti, ovvero gli Usa, dalle eventuali trattative.

Su questo quadro si innestano molteplici iniziative. Tra le più recenti, la visita del ministro della difesa cinese alle Seychelles e l’inizio del pattugliamento congiunto del Mekong. Alle Seychelles, si sono affrettati a specificare i cinesi, non verrà creata alcuna base militare permanente: l’accordo, in fase di  negoziazione,  mira soltanto a  garantire un supporto logistico alle navi impegnate nel pattugliamento antipirateria nel Golfo di Aden. È comunque una prova del crescente interesse cinese verso l’area dell’Oceano Indiano, vitale per gli approvvigionamenti energetici. Rappresenta inoltre un passo qualitativamente diverso – data la ambigua collocazione politica delle Seychelles – rispetto agli accordi in precedenza stipulati con Gibuti e Oman, Paesi legati all’Occidente. Quanto al pattugliamento comune del Mekong, cominciato ai primi di dicembre, è un obiettivo che da tempo i cinesi cullavano  e che indica la loro capacità di penetrazione politico-militare in un’area dove confluiscono le ambizioni di grandi e medie potenze. Il vertice dei Paesi del Mekong (oltre alla Cina, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam) del 20 dicembre ne ha costituito un’importante conferma.

Washington ha dovuto ovviamente elaborare risposte adeguate, che tenessero a freno l’assertività cinese, salvaguardassero gli interessi americani, e rassicurassero gli alleati sulla capacità di Washington di svolgere un ruolo di potenza globale. Tale risposta ha un nome: containment, rimbalzato più volte durante il Grand tour di Obama a novembre, da Bali a Honolulu. Sono tre i principali risultati della kermesse: l’accettazione da parte del Giappone dell’idea di Trans Pacific Partnership, cavallo di battaglia della Casa Bianca per un’area Asia-Pacifico secondo gli auspici americani; l’accordo con Canberra per la presenza permanente di 2500 marines nella base di Darwin, in nome del principio che potrebbero essere necessari interventi rapidi e mirati nell’area; la scoperta dell’Indonesia, il gigante dell’ASEAN, come partner privilegiato.

Messo in moto l’ingranaggio, non ci si è più fermati. Solo per fare alcuni esempi recenti: la visita di Hillary Clinton in Birmania col relativo sdoganamento di un regime fino a ieri messo all’indice; l’abbozzo di un inusitato terzetto Usa-Giappone-India, quasi un cordone sanitario democratico contro l’avanzata dei cinesi e del Beijing consensus; il tentativo – dai dubbi risultati date le smentite di Nuova Delhi – di creare un coordinamento militare con India e Australia; infine, il 20 dicembre, l’ufficializzazione dell’accordo tra Tokyo e la Lockeed-Martin per l’acquisto di 40 caccia “invisibili” F-35. Quest’ultimo è un passo essenziale (e molto oneroso, visto che ogni caccia costa 65 milioni di dollari), per la trasformazione delle forze armate nipponiche in un autonomo strumento di controllo degli equilibri regionali, in grado di competere, senza bisogno dell’ombrello americano, con l’aeronautica cinese.

Se a ciò si aggiungono le pressioni sulla Corea del Sud per un maggiore impegno nel campo della difesa e gli intensi contatti con molti altri Paesi dell’area, da Singapore alle Filippine, in cerca di facilities e basi per le navi americane, il quadro della strategia di containement sembra davvero completo. Dopo il decennio di “guerra” a un nemico non convenzionale come il terrorismo, l’America è approdata – o meglio tornata – ad una dottrina che si concentra sugli avversari convenzionali (potenze impegnate ad allargare la loro sfera di influenza) e che fonda convergenze o vere e proprie alleanze sul principio della difesa della libertà di navigazione.

Non mancano però alcuni ostacoli e ripercussioni negative: cementare alleanze a guida americana  rischia di favorirne altre di segno opposto. Washington, per muoversi  in Asia, conta sulla  storica diffidenza che suscita  l’ipotesi di un’egemonia cinese, ma in un clima di schieramenti contrapposti gli Stati Uniti perderebbero definitivamente il Pakistan – col quale il dialogo è sempre difficile – a favore di Pechino. D’altra parte, le diffidenze regionali non riguardano certo soltanto la Cina: con uguale ed anzi con maggiore forza sono suscitate dal ricordo dell’imperialismo nipponico. Tutti i popoli della regione faticano a fidarsi fino in fondo del Giappone, e più di tutti faticano i coreani: anche l’ultimo incontro al vertice (18 dicembre) tra il presidente sudcoreano Lee Myung-bak e il primo ministro giapponese Noda Yoshihiko ha rivelato che certe ferite non si sono ancora rimarginate. Insomma, nella prospettiva di Obama Seul e Tokyo sono i piedistalli della presenza americana in Asia orientale, ed è apparso normale che, dopo la morte di Kim Jong-il, per prima cosa si sia avviato un lavoro di coordinamento a tre con sudcoreani e giapponesi; ma resta problematico costruire qualcosa di davvero solido con questi partner.

La morte di Kim Jong Il riapre i giochi e pone sul tavolo nuove opzioni. Pur potenzialmente la più pericolosa per l’Asia orientale, la crisi che ruota intorno alla Corea del Nord e ai suoi piani nucleari appariva per molti versi congelata. La strategia americana di contenimento della Cina partiva anche da questo presupposto, e dunque il momento è obiettivamente delicato. Non è però escluso che proprio l’imprevedibilità degli sviluppi nella penisola coreana inducano tutti a maggiore prudenza – e dunque minore “assertività”. Insomma, i margini per una costruttiva gestione dei problemi continuano a sussistere.