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Le persistenti sofferenze della Grecia

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Nel Paese che è stato epicentro della crisi dei debiti sovrani europei, il 2013, settimo anno di recessione consecutivo per l’economia greca, ha offerto ben poche buone notizie. I dodici mesi appena trascorsi si chiudono con un’ulteriore riduzione del 4% del reddito interno (ultime previsioni Eurostat), cioè il peggior risultato tra i membri dell’UE. In questi sette anni il pil ellenico si è contratto, in termini reali, di oltre un terzo, e questo è un altro record negativo europeo dallo scoppio della crisi.

A tale scenario già più che preoccupante si sommano due formidabili impedimenti sulla strada di una prossima ripresa. Anzitutto un livello di disoccupazione eccezionalmente alto (27,8%), riscontrabile nel nostro continente solo in Spagna e in alcune aree dell’ex Jugoslavia. Il secondo problema è un debito pubblico che, alla fine del terzo trimestre, ammontava ad oltre il 171,8% del prodotto nazionale (rispetto al 151,9% registrato dodici mesi prima e al 122,4% del 2008), nettamente superiore anche al livello medio degli altri paesi dell’Europa mediterranea, e secondo al mondo solo al Giappone in termini percentuali.

Questo è il quadro attuale, nonostante i draconiani tagli alla spesa pubblica effettuati dai governi di coalizione che si sono succeduti in questi anni come contropartita per i prestiti internazionali. Anche nel 2013 gli effetti recessivi della contrazione fiscale, uniti alla debolezza del settore privato greco, hanno più che controbilanciato i risparmi del settore pubblico, rendendo sempre più complicata la prospettiva di una stabilizzazione del debito ellenico.

Ulteriore elemento di preoccupazione è la possibile persistenza del calo dei prezzi. L’inflazione, sistematicamente più alta che nel resto dell’eurozona da diversi anni, ha contribuito a rendere meno competitive le merci greche sui mercati esteri e ad appesantire la bilancia commerciale del paese. Nel 2013 è stata registrata una diminuzione dello 0,9% – evidente segnale della debolezza dei mercati dei consumi e del lavoro: Ora c’è il concreto rischio di una spirale deflazionistica che oltre a deprimere ulteriormente consumi ed investimenti, renderebbe ancor più insostenibili i debiti (pubblici e privati) aumentandone il valore reale.

Unico dato positivo dell’anno concluso è la forte riduzione, nei conti pubblici, della spesa per interessi: Atene ha infatti beneficiato del dimezzamento dei tassi applicati ai prestiti ricevuti nell’ambito del piano di salvataggio europeo, passati da una media del 6% ad un ben più sostenibile e “solidale” 3%, con un risparmio di oltre 6 miliardi di euro.

Alla luce di questi dati risulta evidente come la situazione economica greca resti estremamente grave e le rimanenti possibilità di ripresa siano strettamente legate alle condizioni degli aiuti dell’Unione. La Grecia, infatti non è ancora nella condizione di finanziare se stessa autonomamente a cifre sostenibili, ed è comunque molto improbabile che si verifichino nel corso dell’anno le condizioni per un ritorno del paese sul mercato dei bond, come ipotizzato dal ministro delle Finanze Stournaras. Ad oggi, difficilmente il governo riuscirebbe a emettere titoli di Stato pagando meno dell’8%, l’attuale tasso dei bond greci a 10 anni sul mercato secondario: un interesse di tale entità vanificherebbe ogni risparmio finora effettuato.

D’altro canto, si tratta dello stesso paese che dal maggio 2010 è dovuto ricorrere a due maxi-prestiti da parte degli altri stati europei, e del FMI nel corso degli ultimi quattro anni. Si trattò di 110 miliardi nella prima occasione e 130 pochi mesi dopo, quando fu trovato anche un accordo con il pool delle banche creditrici per ottenere da queste una rimodulazione dei prestiti con un aumento dei tempi di rimborso e una riduzione dei tassi applicati.

Le previsioni macroeconomiche per il 2014 dipingono un quadro solo leggermente meno fosco: il prodotto interno, secondo governo e  UE, dovrebbe tornare a crescere, seppur di un modesto 0,6%. Le stime più prudenti dell’OCSE indicano invece una nuova contrazione nell’ordine dello 0,4%. In ogni caso, le cifre non presuppongono un’inversione di tendenza tale da portare qualche sollievo al mercato del lavoro; anzi, al già eccezionalmente alto numero di disoccupati si sommeranno i nuovi 11.000 licenziamenti dei dipendenti pubblici previsti dai piani di austerità formulati dall’esecutivo sotto la pressione dei creditori.

La terribile situazione della Grecia e i suoi risvolti sociali e politici, a ben sette anni dallo scoppio della crisi, si dimostrano sempre più una clamorosa smentita dell’efficacia delle cure fin qui proposte alle nazioni della periferia europea. Anche le organizzazioni internazionali che fin qui le avevano propugnate sono state costrette a prenderne atto, seppur con colpevole ritardo.

È emblematico in questo senso il rapporto del Fondo monetario internazionale (Country Report No. 13/154, 5 giugno 2013). Pur concedendo tutte le attenuanti possibili al proprio operato, gli analisti del FMI devono ammettere l’infondatezza di molti assunti alla base del piano di prestiti, cui l’organizzazione ha preso parte con ingenti risorse (30 miliardi, cioè il maggior sforzo finanziario cui sia mai stato chiamato a partecipare. Questi gli errori che appaiono più gravi: la sistematica sottovalutazione degli effetti recessivi dei tagli imposti ai bilanci greci, con un moltiplicatore fiscale di appena 0,5; la speranza mal posta di un veloce riequilibrio della bilancia commerciale in assenza di qualunque flessibilità nell’uso della leva monetaria; l’errata previsione di un rapido aumento della competitività del settore privato; la mancata ricostruzione di un clima di fiducia che mettesse fine alla fuga dei capitali e al crollo del prezzo dei titoli di Stato.

Altrettanto forzate sono risultate le stime dei ricavi delle privatizzazioni imposte: a fronte dei prestiti, alla Grecia erano richieste dismissioni di aziende statali e del patrimonio immobiliare per oltre 50 miliardi entro il 2015. Ad oggi, indipendentemente dalla scarsa volontà della classe politica ellenica di cedere questi beni, il raggiungimento di tale cifra non è nemmeno ipotizzabile: la stessa debolezza complessiva dell’economia greca ha finito per contribuire al crollo delle stime degli asset in mano al governo, a cui oggi si attribuiscono valori nettamente minori rispetto a pochi anni fa.

Purtroppo l’agonia della Grecia è il fedele specchio della debolezza dei meccanismi di solidarietà europea: fin qui abbiamo assistito ad interventi sistematicamente insufficienti per volume, attuati in ritardo, sottoposti ad estenuanti trattative e condizionati da ogni scadenza elettorale dei paesi creditori. Proprio per queste criticità, e nonostante gli ingenti sacrifici richiesti fin qui alla popolazione greca, lo scenario “Grexit” (uscita dall’area euro e definitiva ancarotta) non può ancora dirsi scongiurato. Il destino del paese, ben lontano dal riacquistare una parvenza di autonomia decisionale in economia, a meno di clamorosi cambiamenti nell’arena politica, resta legato all’approvazione di nuovi aiuti nel breve e medio termine.