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Le opzioni di Pechino e i progressi della Trans Pacific Partnership

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Dopo il raggiungimento a inizio ottobre di un’intesa finale sul TPP (Trans Pacific Partnership) da parte di 12 nazioni, guidate dagli Stati Uniti, i giornali cinesi vicini al Partito Comunista si sono affrettati a sminuire l’importanza dell’accordo. Prima sostenendo che escludere la seconda economia più grande del mondo e la prima dell’Asia orientale è stato un errore, poi sottolineando che la Cina potrebbe comunque soddisfare i criteri del patto in ogni momento ma che per il momento non ne ha l’interesse. Al di là delle dichiarazioni di rito della stampa ufficiale, Pechino ha accusato il colpo e non è un caso che abbia accelerato i negoziati per concludere il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership).

Quest’area di libero scambio è stata concepita nel 2013 e nelle intenzioni di molti dovrebbe essere istituita prima della fine dell’anno dai 10 membri dell’ASEAN più alcuni importanti partner regionali quali Australia, India, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud – e appunto Cina. Se sette paesi, tra cui Australia, Vietnam e Giappone, fanno parte anche del TPP, altri come India e Corea del Sud ne sono rimasti fuori e vogliono recuperare il terreno perduto. Se verrà firmato, l’accordo regionale creerà un blocco economico di 3,4 miliardi di persone, per un volume commerciale di quasi 10,6 miliardi di dollari, pari al 30% del commercio mondiale.

Anche se l’accordo non è nato all’ombra della Città proibita, la Cina ne è diventata il principale sostenitore per diversi motivi. L’esclusione dal TPP, secondo uno dei capo-economisti della Banca popolare cinese, Ma Jun, costerà alla Repubblica Popolare un mancato aumento del PIL del 2,2% e una competitività minore di quella del Vietnam. Non solo: nel documento integrale sulle proposte per la formulazione del nuovo piano quinquennale (2015-2020), emesso il 3 novembre durante il quinto plenum del Comitato centrale del Partito Comunista, è indicato come obiettivo che la Cina cresca di almeno il 6,5% all’anno fino al 2020, quando il prodotto interno lordo e il reddito medio pro-capite dovranno essere raddoppiati rispetto al 2010.

Il presidente e segretario del Partito, Xi Jinping, spera anche di sollevare dalla fascia di povertà 70 milioni di cittadini che vivono con meno di 2300 yuan (370 dollari circa) all’anno. “Una delle sfide più difficili” che si parano davanti alla Cina è proprio l’eliminazione della povertà nelle aree rurali. Nonostante dal 2013 i servizi siano diventati la prima voce del PIL cinese, per raggiungere gli obiettivi prefissati Pechino ha bisogno di migliorare il suo rendimento sia nel settore delle esportazioni, che resta debole a seguito della crisi mondiale, sia in quello delle importazioni, calato quasi del 20% rispetto a un anno fa a causa della scarsa domanda interna.

Per questo il governo vuole accelerare la conclusione del RCEP, e per farlo è disposto anche a superare le divisioni con paesi rivali come Giappone e India. I rappresentanti di Cina, Corea del Sud e Giappone, incontrandosi a Seoul il 1° novembre, hanno ribadito l’intenzione di raggiungere un accordo entro la fine dell’anno, anche se questo avverrà più probabilmente a fine 2016. Considerato che anche in caso di firma, i vantaggi economici per ogni singolo paese dipenderanno da quali e quante liberalizzazioni per il commercio i governi saranno disposti a fare, la firma di un patto “di qualità” nell’arco di pochi mesi non è così semplice.

Due nazioni su 16, India e Indonesia, hanno tardato a fare le proprie proposte per quanto riguarda la liberalizzazione delle tariffe. Secondo alcuni analisti, New Delhi potrebbe anche ricredersi sulla propria offerta di rimuovere i dazi sul 42,5% delle merci che commercia con Cina, Australia e Nuova Zelanda. Un altro problema è dato dalla protezione della proprietà intellettuale: i paesi la gestiscono in modo diverso e non hanno ancora raggiunto un’intesa soddisfacente su criteri di base validi per tutti. Come assicurare poi l’origine di un prodotto? Secondo l’Australia dovrebbe essere sufficiente un’auto-certificazione dell’esportatore, l’India vorrebbe garanzie più forti. Peraltro, sono tutte problematiche che hanno delicate ripercussioni interne, come ben sanno i paesi firmatari del TPP e quelli che stanno faticosamente negoziando l’accordo transatlantico, il TTIP.

Il RCEP è visto per lo più come l’alternativa o la risposta cinese al TPP americano, ma potrebbe essere piuttosto la chiave per entrare a far parte di un accordo ancora più significativo: un’area di libero scambio per l’Asia-Pacifico (FTAAP) che potrebbe unire TPP e RCEP. L’idea circola da almeno 10 anni ed è già stata avanzata da molti economisti e leader politici. Secondo il ministro del Commercio australiano, Andrew Robb, potrebbe vedere la luce entro il 2025. Uno studio commissionato dall’APEC (Asia Pacific  Economic Cooperation, il foro di consultazione più vasto della regione pacifica con i suoi 21 membri, inclusi USA e Cina) per delineare lo scheletro di un simile patto sarà presentato entro la fine dell’anno come “la via più pratica per raggiungere un ambiente inclusivo e sostenibile”. E, soprattutto, economicamente vantaggioso per tutti.

La Cina non può che essere favorevole a un simile mega-accordo. È da due decenni che il partito comunista ha capito che una potenza può far sentire la sua voce molto più efficacemente con il linguaggio dell’economia che con quello delle armi. Il Giornale del popolo lo ha ricordato proprio all’indomani dell’intesa raggiunta sul TPP: “La Cina continua a credere che la cooperazione e l’apertura siano conformi a questo momento storico. Solo lo sviluppo comune, il reciproco beneficio e la cooperazione win-win possono essere una soluzione positiva per nuove regole commerciali”. L’ostacolo più grosso in questo senso, però, è rappresentato dalle crescenti tensioni nel Mar Cinese meridionale tra Pechino e Washington. Gli Stati Uniti non hanno intenzione di permettere alla Cina di espandersi indebitamente nell’arcipelago delle Spratly, e le navi da guerra americane inviate entro le 12 miglia nautiche da uno degli isolotti rivendicati da Pechino lo dimostra. L’America ha dalla sua il diritto internazionale, ma in un editoriale il Global Times di Pechino ha annunciato che “l’esercito cinese si alzerà e userà la forza per fermarli”. Dichiarazioni che non fanno certo bene agli affari.