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Il Sudest asiatico: progetti commerciali e tensioni tra le grandi potenze

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Il 31 dicembre segnerà l’inizio della Comunità economica delle Nazioni del Sudest asiatico (AEC) dopo una gestazione di 12 anni. Per i paesi che ne fanno parte, i dieci dell’ASEAN (Association of South East Asian Nations, nata nella sua prima versione nel 1967, con cinque membri fondatori), si tratta di un passo che va in una direzione precisa: la AEC, con l’abbattimento delle barriere doganali e la standardizzazione delle norme sugli investimenti, crea i presupposti per una integrazione assai maggiore rispetto a quella realizzata finora. La spinta verso un compattamento del blocco ASEAN è però un fattore che impatta sugli equilibri strategici regionali in modo complesso e contraddittorio. Non aiuta inoltre a cancellare i dubbi di chi vede nel proliferare di aree di libero scambio (FTAs, Free Trade Areas) una reazione in chiave antiliberistica alle difficoltà incontrate dal WTO e dal Doha round; o addirittura una tendenza al ritorno alla logica delle sfere di influenza e alla frammentazione in contrasto con la globalizzazione.

Le potenze grandi e medie che guardano con interesse al Sudest asiatico sono infatti chiamate a interpretare questa spinta sulla base dei loro specifici interessi e obiettivi. Non hanno motivo per sperare nell’insuccesso della AEC, non fosse altro perché questa appare aperta verso l’esterno. Lo indicano gli incroci di accordi di libero scambio concordati o in via di negoziazione tra membri del sodalizio con parti esterne: la FTA tra ASEAN e Cina entrata in vigore nel 2010, antesignana di una ormai cospicua serie di accordi nel formato 10+1; la Trans Pacific Partnership (TPP) a guida americana, i cui negoziati si sono conclusi con successo il 5 ottobre (pur mancando ancora le decisive ratifiche), che annovera tra i fondatori Malesia, Singapore, Brunei e Vietnam, ma alla quale già bussa anche l’Indonesia; la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) a guida cinese, cui l’ASEAN è interessata in blocco (la decima riunione plenaria del negoziato si è svolta in ottobre a Busan).

Ma la tentazione di guadagnare posizioni a danno degli altri alligna ovunque, da Washington a Tokyo e Pechino; e nella lista va inserita anche Bruxelles, dato che al primo posto nella classifica degli investitori nell’area ASEAN figura con 156 miliardi di dollari proprio l’Unione Europea. Le basi istituzionali per evitare una pericolosa competizione esistono, per esempio l’East Asia Summit che raccoglie, oltre ai dieci paesi ASEAN, Cina, Stati Uniti, Giappone, Russia, India, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Ma il quadro strategico regionale è attraversato da tensioni molto serie ed anzi il clima appare in via di peggioramento: l’ingresso a fine ottobre dell’incrociatore americano Lassen in quelle che Pechino considera sue acque territoriali ne costituisce un significativo indizio, nel contesto delicatissimo delle dispute territoriali incrociate su isole e isolotti. Sarà impossibile per l’AEC non esserne influenzata anche perché, sebbene la nuova comunità abbia finalità economico-commerciali, resta ad essa legato l’impegno dell’ASEAN in materia di sicurezza.

Sono tre i pilastri dell’ASEAN, che ora si riflettono sull’AEC: sicurezza, economia, e rapporti socioculturali. Sul piano economico si sta procedendo, pur tra mille difficoltà, verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Secondo l’Asian Development Bank gli elementi-chiave della integrazione – mercato unico, crescita a tassi comparabili, libera competitività, regole comuni (compresi il rispetto della proprietà intellettuale e la riduzione delle barriere non tariffarie) – sono stati realizzati per oltre il 70%. I diritti doganali sono stati ridotti, quanto meno tra Singapore, Thailandia, Malesia e Indonesia. Sul piano finanziario si è dato un segnale con l’emissione del primo cross-border bond (in realtà un bond thailandese, ma garantito da una banca giapponese, la Mizuho, emesso secondo le regole della cosiddetta cornice multivaluta di ASEAN+3, cioè Giappone, Corea del Sud e Cina). È il primo caso di questo genere e dovrebbe garantire a tutti gli eventuali acquirenti di qualunque paese dell’ASEAN di comprarlo e venderlo alle stesse condizioni, aggirando così i rischi connessi ai cambi.

Malgrado il freno rappresentato dalle grandi differenze di sviluppo, le prospettive sono buone: secondo Standard & Poor’s il Sudest asiatico non dovrebbe subire grossi contraccolpi negativi neppure da un eventuale aggravarsi della crisi cinese (pur costituendo la Cina il maggiore partner commerciale dell’ASEAN). Semmai sarebbe l’aumento dei tassi deciso dalla Fed a creare problemi.

Sul piano culturale invece la sfida è ancora tutta da affrontare perché, a differenza di quanto accaduto in Europa, il concetto di cessione graduale della sovranità non è stato preso in considerazione; ci si è piuttosto ancorati, nella tradizione diplomatica asiatica, all’assoluta non ingerenza. Difficile che la nascita dell’AEC porti a un reale, rapido cambiamento di rotta. Più velocemente l’integrazione potrebbe procedere sul terzo pilastro, la politica di sicurezza, avendo già l’ASEAN disegnato un abbozzo di coordinamento militare. I capi di Stato maggiore dispongono di organismi di consultazione, si organizzano manovre comuni (specialmente in relazione a interventi in caso di disastro naturale), e si sta studiando la possibilità di creare all’ONU un corpo di peacekeeping unificato sotto bandiera ASEAN.

Ma questi timidi passi valgono poco di fronte all’affiorare di ben precisi interessi nazionali, a loro volta influenzati da un background storico-politico fatto di grandi differenze. Dirompente è in questo momento la crisi nel Mar Cinese meridionale che determina schieramenti contrapposti. Da un lato Filippine e Vietnam hanno chiesto e ottenuto aiuto a Washington e Tokyo in chiave anticinese. Manila si è inoltre appellata alla Corte arbitrale dell’Aja (che il 30 ottobre ha dichiarato ricevibile la richiesta) suscitando l’ira di Pechino. Dall’altro la Cambogia agisce per conto dei cinesi. Altri come Singapore, Myanmar, Thailandia ritengono prioritario mantenere buoni rapporti con la Cina. L’Indonesia, che non ha contenziosi con la Cina e aspira al ruolo di paese guida del blocco regionale, gioca la carta della mediazione. Intanto l’ASEAN in quanto tale tiene aperta la porta diplomatica: si lavora stancamente con Pechino, ad esempio, alla stesura di un codice di condotta. Inoltre nei documenti ufficiali si evitano toni da ultimatum nei confronti della Cina come quelli proposti da Manila nell’ultima riunione dei ministri degli Esteri ASEAN, in agosto.

A favore di chi osteggia ipotesi di rottura con Pechino agisce anche il timore suscitato dalle scelte politiche di Tokyo. L’ASEAN deve molto al Giappone in termini di aiuti economici e i rapporti in passato sono stati ottimi, ma a causa della svolta nazionalistica di Abe Shinzo sono riaffiorati i rancori derivanti dalle vicende degli anni Trenta e Quaranta – peraltro avvertiti in modo diseguale tra i paesi invasi (Malesia, Filippine, Myanmar), quelli conquistati senza colpo ferire (Indocina) e collaborazionisti (Thailandia). Dunque, se gli Stati Uniti appaiono il naturale bilanciamento dell’assertività cinese, il rinnovato ardore della alleanza tra Washington e Tokyo semina dubbi e perplessità. Quanto al vertice trilaterale del 1° novembre Cina-Giappone-Corea del Sud, più che avviare una fase di appeasement, sembra confermare lo scollamento tra aspetti politici ed economici (molta ambiguità sugli strascichi storici della vicenda delle comfort women o sui contenziosi bilaterali, ma comune volontà di dare avvio a una FTA che da sola vale un quinto del mercato mondiale).

Anche per questo la parola d’ordine in ambito ASEAN resta “moderazione”, col risultato che spesso si finisce col subire le iniziative delle potenze esterne. La Cina ad esempio, pur entrando nel negoziato sul cosiddetto “Codice di condotta” (una serie di parametri condivisi per ridurre i rischi di incidenti militari) e facendosi promotrice di cooperazione in campo militare, non si smuove dalla sua posizione: i contenziosi sul Mar Cinese meridionale vanno risolti a livello bilaterale perché non devono turbare il rapporto multilaterale Pechino-ASEAN. Inoltre non si deve confondere la questione della sovranità con la libertà di navigazione – essendo quest’ultimo un principio che la Cina intende difendere quanto e forse più degli stessi Stati Uniti. La linea strategica di fondo cinese nei confronti del Sudest asiatico è determinata infatti dalla psicosi della chiusura, in caso di guerra, dello stretto di Malacca e delle altre vie d’acqua della zona da parte di potenze nemiche. L’antidoto è la creazione di una serie di linee di comunicazione (strade, ferrovie, oleodotti, porti) che colleghino la Cina occidentale all’Oceano Indiano proprio attraversando l’area AEC. Parlando di infrastrutture dunque gli interessi cinesi collimano con quelli della AEC. La differenza sta nell’obiettivo, che per l’una è lo sviluppo economico, per l’altra sono le ambizioni da grande potenza.

È qui che entrano in gioco gli Stati Uniti. L’ASEAN non avrebbe ragione di preoccuparsi della strategia del Pivot to Asia data la sua tradizionale politica filo-occidentale (cui ha aderito anche il gruppo di paesi ex-comunisti). Ma ha molto da perdere se le si chiede una scelta netta tra Stati Uniti e Cina. Perciò il “fronte dei moderati” che l’ASEAN intende essere sembra volersi appoggiare a una sorta di “non allineamento” aggiornato alle necessità del momento. Unico mezzo peraltro, oggi come ai tempi di Nehru e Tito, per consentire alla integrazione economica di progredire mantenendo inalterato il principio della non ingerenza.