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Le incertezze sui mercati e la linea economica di Obama-bis

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Giudicare gli esiti elettorali in base alle oscillazioni di borsa nel breve termine è attività che si presta a forzature e inesattezze. Non fa eccezione a questa regola neanche il voto statunitense del 6 novembre. Nelle ventiquattro ore successive alla riconferma del presidente in carica, Barack Obama, Wall Street ha iniziato a perdere quota.

Che cosa vuol dire? Forse poco, di per sé. Già la prima elezione di Obama, nel 2008, fu accolta da uno dei peggiori crolli dell’indice Dow Jones. Poi però, osservando l’indice delle borse mondiali (MSCI All-Country World Index) nei successivi quattro anni di presidenza, gli analisti di Bloomberg hanno registrato guadagni “tra i migliori del mondo”, con gli Stati Uniti che hanno fatto meglio di 16 dei 24 paesi sviluppati presi in considerazione. Se il 6 novembre avesse vinto il Repubblicano Mitt Romney, hanno scritto invece gli analisti di Capital Economics, avremmo forse potuto assistere a un temporaneo boom dei listini, non foss’altro perché tradizione statistica vuole che i presidenti repubblicani – almeno nel loro primo anno alla Casa Bianca – spingano verso l’alto gli indici azionari più di quanto riescano a fare i colleghi democratici. Ma, anche questa volta, sarà soprattutto il medio-lungo termine a pesare sull’andamento dei mercati. A questo proposito, Sören Hettler, analista dell’istituto tedesco DZ-Bank, ha esaminato il legame esistente tra l’andamento del dollaro rispetto alle valute europee e il colore politico del presidente in carica, a partire dal 1972, e ne ha tratto questa conclusione: se il dollaro potesse votare, in realtà voterebbe democratico. Mentre infatti apprezzamenti e deprezzamenti del biglietto verde durante le presidenze democratiche sostanzialmente si equivalgono, il bilancio a guida repubblicana è negativo. Addirittura, con Ronald Reagan e poi con George W. Bush, il dollaro si è deprezzato di circa il 50%.

Certo è che ogni epoca storica ha le sue peculiarità e andrebbe analizzata separatamente; e quella attuale è particolarmente critica. Tanto è vero che, come hanno osservato alcuni analisti, anche in caso di vittoria repubblicana la borsa avrebbe reagito con una certa prudenza, viste le criticità dell’ambizioso programma di contenimento della spesa pubblica presentato da Mitt Romney e dal suo vice, Paul Ryan. Negli Stati Uniti pesa, infatti, la minaccia del cosiddetto fiscal cliff: se Congresso e Casa Bianca non si metteranno d’accordo, dal primo gennaio aumenteranno automaticamente le tasse (ovvero scadranno gli sgravi fiscali dell’era Bush) e allo stesso tempo sarà tagliata leggermente la spesa pubblica. L’effetto sarebbe equivalente a quello di una manovra restrittiva di quasi 5 punti percentuali del PIL.

Così, in poco tempo, per Obama rimarrebbe una ben magra consolazione quella di essere stato eletto – unico dai tempi della rielezione di Franklin Delano Roosevelt prima della seconda guerra mondiale – con un tasso di disoccupazione al 7,9% (cioè piuttosto elevato per gli standard americani). Già oggi infatti l’incertezza generata dall’avvicinarsi del fiscal cliff sta spingendo molte imprese americane a rinviare le decisioni di investimento; intanto i capitali stanno dirigendosi pian piano al di fuori degli Stati Uniti. Se poi l’intesa con i Repubblicani dovesse mancare, gli effetti recessivi di questa dose improvvisa di austerità sarebbero inevitabili: verrebbero per esempio messe a rischio sia la ripresa dei consumi sia la risalita dei prezzi delle case, dicono un po’ tutti gli analisti.

Le conseguenze andranno ben oltre i confini nazionali della prima economia del pianeta, tanto che il Fondo monetario internazionale in ottobre ha affiancato il “dossier fiscal cliff” a quello della crisi dell’eurozona tra i maggiori rischi per la ripresa globale. Di qui anche le oscillazioni sulle borse europee che temono che la recrudescenza della crisi americana possa scaricarsi sull’economia già provata del vecchio continente. Ma sul dato negativo proveniente dai listini europei hanno pesato anche le parole del presidente della BCE, Mario Draghi, secondo il quale la crisi avrebbe ormai raggiunto anche la Germania.

Obama comunque ha già fatto intendere che non accetterà alcun accordo che non contempli l’aumento delle tasse per gli americani con reddito più alto. Il presidente dovrà però convincere un Congresso che, anche dopo il voto del 6 novembre, rimane ancora diviso tra una Camera bassa in mano ai Repubblicani (favorevoli ai tagli di spesa, non agli incrementi di pressione fiscale) e un Senato in mano ai Democratici. Il confronto tra potere esecutivo e parlamento, poi, caratterizzerà anche le trattative per non sforare il tetto legislativo all’indebitamento pubblico del paese. Un braccio di ferro sullo stesso argomento, già nell’estate 2011, fece temere il peggio agli investitori internazionali e convinse l’agenzia di rating Standard&Poor’s (per la prima volta nella storia) a togliere la “tripla A” assegnata ai Treasury Bond. A tal proposito, all’indomani della conferma di Obama alla Casa Bianca, anche l’agenzia di rating Fitch ha minacciato di privare Washington della “tripla A” se il presidente non presenterà presto proposte alternative per ridurre deficit e debito.

La strada per l’amministrazione è dunque tutta in salita? Non esattamente, quantomeno perché la rielezione di Obama garantisce che la Casa Bianca potrà continuare ad avvalersi della potenza di fuoco della Fed. La politica monetaria espansionistica e perfino creativa del governatore della Fed, Ben Bernanke, ha consentito in tutti questi mesi al governo statunitense di indebitarsi corrispondendo agli investitori tassi contenutissimi (ai livelli di quelli tedeschi in Europa). Altro che problemi di spread come quelli che abbiamo in Europa, insomma. Per questo, Repubblicani e liberisti più ortodossi hanno accusato più o meno velatamente Bernanke di essere un alleato occulto e potentissimo del presidente democratico. La vittoria di Romney avrebbe comportato un cambiamento di rotta, perlomeno a partire da inizio 2014 quando scadrà il mandato di Bernanke. La riconferma di Obama scongiura invece una svolta restrittiva della politica monetaria: la Fed potrà dunque tenere il tasso di riferimento vicino allo zero fino a metà 2015, come già annunciato, e sostenere in questo modo l’economia. Una politica espansiva, di norma sempre cara ai mercati finanziari, rischia tuttavia nel medio periodo di danneggiare la tenuta del dollaro, e di depotenziare il naturale incentivo al risanamento fiscale. Sono i pro e i contro della linea-Obama in politica economica.