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Come gli Stati Uniti guardano a Sud: le sfide per il presidente rieletto

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L’America Latina ha accolto con sentimento positivo la vittoria di Barack Obama. Durante il primo mandato del presidente democratico l’interscambio commerciale tra USA e America Latina è cresciuto a ritmi da record; sono entrati in vigore i trattati di libero commercio con Colombia e Panama; i rapporti tra le diplomazie sono più distesi, rispetto ai tempi tormentati di George W. Bush.

Tuttavia, i paesi della regione sono convinti che le relazioni interamericane debbano essere rilanciate con più decisione. Queste sono state penalizzate negli ultimi anni dalla crisi economica globale, dalle priorità della politica estera di Washington e da un dibattito politico interno statunitense che si è concentrato sulle criticità e non sulle opportunità del rapporto con la regione. Da parte loro, gli stati latinoamericani aspirano ad essere trattati come partner affidabili – nel caso del Brasile, da pari a pari – e non come potenziali fonti di problemi. Anche perché oggi, rispetto ai tempi della guerra fredda, possono diversificare i propri interlocutori economici e diplomatici.

La crisi ha influito in vari modi sui rapporti tra Stati Uniti e America Latina. All’inizio del suo mandato, Obama ha dovuto dare la priorità alle difficili questioni economiche interne, trascurando i rapporti con la parte centro-meridionale dell’emisfero. D’altra parte, alcuni paesi latinoamericani hanno saputo resistere a questa congiuntura negativa meglio di quanto abbiano fatto in analoghe situazioni passate; mentre per il Centro-America il danno è stato duplice – riduzione della domanda nel principale mercato di sbocco delle esportazioni e calo delle rimesse dei concittadini emigrati negli USA e in Europa – in Sud-America la situazione è stata diversa. Le finanze dei paesi della regione si erano rafforzate grazie al boom del prezzo delle materie prime (di cui essi sono grandi esportatori) registrato fino all’estate 2008, e hanno continuato a godere dell’afflusso di investimenti diretti esteri anche dopo. Il peggioramento delle condizioni internazionali le ha interessate solo relativamente.

In questo caso, è stato decisivo il commercio con l’Est asiatico – in particolare con la Cina. Pechino ha continuato a crescere anche mentre gli Stati Uniti erano in recessione, e la sua domanda di commodity sudamericane non si è arrestata. In questi anni la Repubblica popolare cinese è diventata il primo partner commerciale del Brasile, del Cile e del Perù. La buona tenuta dell’America Latina ha in effetti tolto agli Stati Uniti un incentivo ad occuparsi della regione, dato che questa non rappresentava un potenziale pericolo per gli interessi statunitensi – a differenza per esempio di quanto accadeva durante la crisi del debito degli anni Ottanta.

Infine, la crisi ha influito sulla politica estera dei paesi latinoamericani. Ad esempio, il Venezuela di Hugo Chávez, che era stato il rivale più accanito degli USA durante la presidenza di George W. Bush e aveva perfino l’ambizione di contrastare l’influenza di Washington nell’emisfero, ha dovuto rivedere i suoi piani. Il calo del prezzo del petrolio (che rappresenta il 12% del PIL del paese) ha reso più difficile finanziare il network di alleati di Chávez, compreso nell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba) e in PetroCaribe, un consorzio di paesi centroamericani che ricevono l’oro nero venezuelano a prezzo sussidiato.

Inoltre, una figura popolare come quella di Obama è più difficile da attaccare rispetto a Bush jr.
D’altra parte la retorica chavista può solo nascondere un dato di fatto: la relazione economica tra Stati Uniti e Venezuela è solida ed è più importante per Caracas che per Washington. In una fase in cui le casse venezuelane sono meno piene che in passato, Chávez non può non tenerne conto.

Il Brasile invece è uscito più o meno indenne dal primo quinquennio di crisi globale (2007-2012) e ha ampliato il raggio d’azione della propria politica estera, allo scopo di elevare il proprio status regionale e internazionale. Brasilia si è avvicinata agli altri BRICS (Russia, India, Cina e Sud Africa), con i quali ha in comune la battaglia per un “nuovo ordine mondiale” più attento ai bisogni e alle indicazioni dei paesi in via di sviluppo: malgrado tra i BRICS vi siano divergenze non indifferenti su molte questioni strategiche, il gigante sudamericano ha sfruttato questo gruppo per dar prova di indipendenza rispetto agli Stati Uniti.

D’altra parte, i rapporti con Washington non sono stati idilliaci in questi ultimi anni: politicamente, gli USA non vogliono accordare al Brasile l’importanza che riconoscono – per esempio – all’India; economicamente, le decisioni di politica monetaria prese dalla Federal Reserve hanno indirettamente contribuito all’apprezzamento del real (la valuta brasiliana), ripercuotendosi negativamente sulla crescita del paese.

Un fattore di continuità rispetto al passato è l’influenza del dibattito politico interno statunitense nelle relazioni interamericane: questo risale almeno alla fine della guerra fredda. Allora, l’America Latina perse importanza strategica agli occhi di Washington, non più preoccupata dall’eventuale avanzata ideologica, politica o militare dell’Unione Sovietica. Nel nuovo millennio questa tendenza è stata confermata e alimentata da una scelta di priorità, come l’emergenza dell’11 settembre o – nel caso di Obama – il containment nei confronti della Cina e le cosiddette primavere arabe.

Dai tempi degli interventi a Panama (1992) e ad Haiti (1994), narcotraffico e immigrazione clandestina sono le due lenti principali attraverso le quali gli USA guardano al Sud. Gran parte della droga consumata negli Stati Uniti è prodotta nei paesi andini e arriva tramite quelli centroamericani; l’immigrazione clandestina segue la stessa rotta. Complice un Congresso diviso dal 2010 (maggioranza democratica al Senato e repubblicana alla Camera) e che tale rimane dopo il voto del novembre 2012, nel suo primo mandato Obama non è riuscito a fare passi avanti sulle due questioni: la riforma migratoria è stata riposta nel cassetto, mentre a livello locale gli Stati più coinvolti dal fenomeno, come l’Arizona, non hanno esitato ad approvare leggi in controtendenza con le idee espresse dal presidente.

La richiesta di alcuni paesi di aprire il dibattito sulla possibile legalizzazione delle droghe (richiesta che Messico, Colombia e Guatemala hanno anche inoltrato alle Nazioni Unite) è stata respinta, mentre Washington ha accusato Bolivia e Venezuela di non combattere con la necessaria cura la produzione di stupefacenti. Parimenti ignorate le lamentele del Messico riguardo alla facilità con cui le armi acquistate negli USA oltrepassano la frontiera verso Sud per essere usate nella guerra di narcotrafficanti che ha fatto oltre 50 mila morti a pochi chilometri da California, Arizona e Texas.

Nel complesso, l’America Latina ha l’impressione che gli Stati Uniti non siano interessati ad ascoltare le sue ragioni. In quest’ottica una risposta puramente militare al problema del narcotraffico rischia di avere gravi ricadute politiche, economiche e sociali sui paesi latinoamericani e di non essere perseguibile nel lungo periodo.

In Sud-America le sfide del secondo mandato di Obama sono altre: riallacciare le relazioni con Bolivia ed Ecuador (paesi in cui l’ultimo ambasciatore statunitense è stato espulso) e soprattutto decidere che importanza attribuire al rapporto con il Brasile: partner di riferimento nella regione o solo primus inter pares per via delle sue dimensioni?

L’embargo cinquantennale nei confronti di Cuba isola gli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina. Obama ha già fatto delle piccole aperture nei confronti di L’Avana, e potrà consolidarle in questi quattro anni: non dovrà più corteggiare i voti della lobby anti-castrista della Florida.

Secondo Latinobarómetro, Barack Obama è il leader più popolare in America Latina – oltre che tra i latinos degli Stati Uniti, che l’hanno votato a grande maggioranza (solo tre su dieci hanno scelto Romney). Il presidente rieletto ha altri quattro anni per dimostrare che Washington non guarda a Sud del Rio Grande-Rio Bravo solo in caso di emergenza, ma che crede che una maggiore cooperazione interamericana sia un’opportunità per tutto l’emisfero.