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Le due filosofie – americana e tedesca – dopo il G20 coreano

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Il recente vertice del G20 ha prodotto ben pochi risultati concreti, e ha generato reazioni contrastanti. Alcuni l’hanno visto come un passo avanti: i paesi membri hanno esplicitamente accettato la necessità di lavorare assieme per una graduale riduzione degli squilibri macroeconomici globali, affidando come al solito al Fondo monetario internazionale l’arduo e spinoso compito di definire gli obiettivi principali e di monitorare i progressi. La reazione più diffusa, però, è stata di delusione: in buona sostanza i leader del G20 non sono riusciti ad andare oltre una molto generica dichiarazione d’intenti, senza alcun impegno concreto per quanto riguarda le rispettive strategie di politica economica.

La seconda, e più cinica, chiave di lettura è purtroppo anche la più corretta. Per il momento, tutti i diversi paesi principali continuano a perseguire le rispettive strategie, nonostante l’aspro scambio di critiche reciproche: la Cina non ha intenzione di accettare una più rapida rivalutazione del renmimbi, gli Stati Uniti continuano con il quantitative easing, e la Germania continua a perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni.

Che la Cina rimanga arroccata sulle sue posizioni non sorprende più di tanto. Stupisce di più, invece, il duro contrasto tra Germania e Stati Uniti. Rappresentanti del governo di Berlino hanno usato parole forti per criticare il nuovo piano di quantitative easing della Fed, definendolo sconsiderato e pericoloso. D’altra parte, è anche vero che la chiara esortazione americana ai paesi con surplus commerciali perché stimolino maggiormente la domanda interna è chiaramente rivolto alla Germania quanto alla Cina—anzi, spostando l’enfasi dai tassi di cambio ai livelli di domanda, implicitamente sposta il mirino quasi più sulla Germania.

Stati Uniti e Germania si trovano in questo momento prigionieri di problemi interni che purtroppo rendono lo scontro pressoché inevitabile. Nel caso degli Stati Uniti, il problema è la debolezza della ripresa economica, che implica la persistenza di un elevato livello di disoccupazione cui il paese è socialmente, economicamente e politicamente impreparato. L’imperativo di accelerare la crescita è preponderante. Questo spiega perché i policymaker americani abbiano ignorato quasi del tutto le diffuse critiche internazionali al nuovo quantitative easing. Del resto, l’amministrazione americana e la Fed si rendono ben conto che accelerare la crescita dell’economia interna è compito improbo: una robusta letteratura accademica dimostra in maniera convincente che la ripresa economica dopo una crisi finanziaria tende ad essere molto più debole del solito. La risposta può quindi solo venire dalla domanda esterna, e dato che le esportazioni rappresentano una porzione non cospicua del PIL americano (date le grandi dimensioni di quel mercato), la domanda esterna dal resto del mondo dovrebbe aumentare in misura sostanziale per risollevare l’occupazione americana.

Gli Stati Uniti hanno ragione nel far osservare che una forte crescita globale senza un nuovo aggravamento degli squilibri macroeconomici globali è possibile solo se i paesi con grandi avanzi commerciali accettano di stimolare la loro domanda interna. Il consumatore americano ha trainato la crescita globale troppo a lungo prima della crisi, e grazie a un indebitamento che si è rivelato insostenibile e che non può certo ripetersi nel breve periodo.

Perché dunque la Germania non assume un atteggiamento più cooperativo, accettando la tesi americana ed impegnandosi a stimolare la domanda interna? Dopotutto la Germania si trova in una posizione forte dal punto di vista dei conti pubblici, e un’accelerazione dei consumi interni potrebbe far comodo ora che la dinamica delle esportazioni sembra destinata ad indebolirsi dopo il primo rimbalzo “a forma di V” del commercio internazionale. Invece, la Germania continua ad affermare che la strategia di contenimento dei costi e di forte crescita della produttività è l’unica giusta, e che gli altri paesi dovrebbero a loro volta perseguire una più forte competitività. L’argomentazione appare poco convincente: per definizione, non tutti i paesi possono vivere di esportazioni; l’economia globale non può, almeno per ora, puntare ad un avanzo commerciale complessivo nei confronti del resto della galassia…

Anche la posizione della Germania è probabilmente influenzata in maniera determinante dai suoi problemi interni, che in questo caso sono le tensioni che affliggono l’intera area dell’euro. Gli squilibri macroeconomici nell’ambito dell’eurozona, con un forte avanzo commerciale in Germania e forti disavanzi nella maggior parte dei paesi cosiddetti periferici (ad eccezione dell’Italia) sono alla radice della crisi del debito pubblico che continua ad affliggere il vecchio continente.

Come per gli Stati Uniti l’imperativo è di ridurre la disoccupazione, così per la Germania l’obiettivo primario è di salvare la coesione dell’area euro, rafforzandone al contempo l’assetto istituzionale e garantendo più forti incentivi alla disciplina fiscale e macroeconomica. È a questo scopo che la Germania sta spingendo in maniera decisa per un meccanismo di ristrutturazione del debito pubblico che, in caso di crisi, imponga un costo agli investitori privati. Non si tratta soltanto di una manovra politica mirata a mantenere il supporto della popolazione per interventi di salvataggio come quello per la Grecia. Si tratta anche di imporre un meccanismo di disciplina credibile. Il Patto di Stabilità, anche se rafforzato, è destinato a rimanere inadeguato e inefficace perché sembra impossibile garantire che le sanzioni vengano effettivamente imposte. Se così è, l’unica alternativa è di sfruttare la disciplina del mercato, sperando che siano gli investitori a richiedere un premio al rischio superiore, e quindi maggiori rendimenti, quando un paese permette un eccessivo allargamento del disavanzo pubblico. Perché ciò accada, è necessario che gli investitori affrontino un rischio credibile di perdite sugli investimenti.

Per questo la Germania ha accettato il rischio di scatenare un aumento della volatilità e dell’instabilità sui mercati, al punto che l’Irlanda ora difficilmente potrà evitare l’aiuto finanziario del Fondo monetario internazionale e dell’Unione Europea. E sempre per questo la Germania si è ancora una volta attirata le critiche di altri paesi europei, venendo accusata di non comprendere i mercati finanziari e di comportarsi come un elefante in una cristalleria. In tale situazione, sarebbe ben difficile per la Germania accettare l’idea di stimolare un aumento dei consumi privati tramite un’espansione fiscale: Berlino ritiene più che mai di dover dare l’esempio nel momento in cui esorta i partner europei a maggiore disciplina fiscale e salariale, e ad uno sforzo per aumentare la competitività.

Come per gli Stati Uniti è essenziale ridurre la disoccupazione nel breve periodo, così per la Germania è essenziale garantire la disciplina fiscale e quindi la stabilità finanziaria dell’area euro nel lungo termine.  Germania e Stati Uniti rimangono così in rotta di collisione.  Questo è forse uno dei più seri ostacoli ad una ripresa della cooperazione internazionale, perché è un conflitto quasi tra due opposte filosofie, che va quindi oltre la semplice lotta per quote di mercato.