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Le basi afgane e le scelte di Obama sul possibile ritiro anticipato

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La possibilità che il presidente Obama sia costretto a ritirare tutto il contingente americano dall’Afghanistan entro la fine dell’anno sta alimentando le preoccupazioni delle agenzie di intelligence. Il rischio è perdere le basi aeree usate per i droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui gli Stati Uniti conducono gli attacchi aerei contro Al-Qaeda in Pakistan e da cui tengono sotto controllo l’intera area.

L’allarme, lanciato da alcune fonti anonime militari, governative e dei Servizi USA (anche con rivelazioni al New York Times), non è da sottovalutare. Per molti analisti il pericolo maggiore a cui si va incontro è che, una volta svanita la presenza occidentale nel Paese, dopo 13 anni l’Afghanistan torni a vedere i talebani di nuovo forti e Islamabad in grado di esercitare nuovamente in pieno la sua storica influenza. Il gruppo fondamentalista, infatti, è nato anche grazie all’ISI, il servizio segreto pakistano; e ancora oggi, nonostante sia diventato una forza autonoma, conserva importanti legami con l’apparato di sicurezza della nazione confinante, che negli ultimi anni ha perso per Washington molta della sua affidabilità. Ben al di là dell’importanza intrinseca dell’Afghanistan, c’è il  timore di perdere colpi nella lotta al terrorismo, che è rimasta uno dei capisaldi della politica estera americana anche sotto l’amministrazione Obama. Il Pakistan, guidato da Nawaz Sharif, legato agli USA da un rapporto di dipendenza ma al contempo di scarsa armonia; a tal punto che alcuni ipotizzano perfino un tentativo americano di affidare il ruolo finora svolto da Islamabad a Teheran (qualora ovviamente gli sviluppi del percorso negoziale avviato con la nuova leadership iraniana fossero particolarmente incoraggianti).

La rinuncia agli avamposti per i droni non è però una scelta obbligata. Il futuro della presenza militare americana in Afghanistan dipenderà in larga parte dalla firma o meno del trattato sulla sicurezza tra Washington e Kabul, il Bilateral Security Agreement (BSA), che il presidente afghano Hamid Karzai rifiuta ad oggi di sottoscrivere. Il capo di Stato di Kabul non ha cambiato idea nemmeno dopo aver consultato la Loya Jirga, il Consiglio nazionale dell’Afghanistan con potere consultivo composto da circa 2.500 membri che lo scorso novembre ha dato parere positivo alla firma del BSA (addirittura chiedendone la firma “entro poche settimane”).

Karzai, che concluderà a maggio del 2014 il suo secondo mandato di cinque anni alla presidenza e che secondo la Costituzione non potrà presentarsi per un terzo, ha preferito invece rimandare la scelta al suo successore, che verrà eletto nella tarda primavera.

Alla base del rifiuto del presidente uscente ci sarebbe in primo luogo la volontà di non cedere ad alcune richieste americane, come l’immunità per le truppe statunitensi che dovrebbero restare di stanza nel Paese oltre la fine del 2014, dopo il ritiro della NATO, e che nelle intenzioni di Washington dovrebbero, in caso di problemi, essere giudicate negli USA e non in Afghanistan.

Per firmare l’intesa, ha sostenuto Karzai, gli americani non devono inoltre comportarsi come se fossero a casa loro aprendo negoziati ufficiali di pace con i talebani, con cui risulta che il presidente afghano stia già a sua volta intrattenendo trattative segrete (una strategia che ha costretto di recente gli USA a liberare 65 prigionieri dalla base aerea di Bagram).

Ma sull’ostruzionismo di Karzai sembra incidere anche la scarsa sintonia personale con Barack Obama: una tesi confermata in alcune indiscrezioni contenute in “Duty: memoirs of a Secretary at War”, il libro di fresca uscita dell’ex segretario alla Difesa, Robert Gates.

Il presidente americano, dal canto suo, fa buon viso a cattivo gioco prendendo tempo, conscio del fatto che a questo punto la decisione sulla firma dell’accordo bilaterale sarà presa quasi certamente dal nuovo presidente afghano. Ma più passano i giorni, più si avvicina lo scenario temuto dall’intelligence americana, la cosiddetta “opzione zero”: oltre al ritiro di tutte le truppe NATO dall’Afghanistan, prevista per la fine dell’anno, svanirebbero in questo scenario anche gli otto miliardi di dollari in aiuti a Kabul, e ciò significherebbe una grave perdita di influenza sul paese della sicurezza e dell’economia. La comunità internazionale si è infatti impegnata a investire quattro miliardi di dollari l’anno per l’assistenza alle forze di sicurezza afghane e altri quattro per lo sviluppo; ma non senza l’accordo con gli Stati Uniti, che diventa così il perno della futura geopolitica afgana.

La Casa Bianca giocherà certamente la carta del sostegno finanziario a Kabul, visto che l’economia afgana dipende quasi totalmente dagli aiuti esteri; ma Washington potrebbe valutare che, senza l’uso garantito delle basi, la sicurezza delle ultime migliaia di soldati americani sul terreno non possa essere garantita.

Le basi più vicine utilizzabili per i droni sarebbero comunque troppo lontane dalle montagne pachistane dove si nascondono le unità più pericolose di Al-Qaeda.

Queste valutazioni vanno lette anche alla luce dell’importanza per Washington di assicurare una stabile presenza americana in Asia centrale, che il Pentagono ritiene strategica per il contenimento della Cina ma anche per il monitoraggio costante della tradizionale competizione tra India e Pakistan. Inaspettatamente, per una volta gli interessi di Pechino e Washington sembrano in effetti convergere parzialmente: anche oltre la Muraglia, (così come in Russia e in Arabia Saudita), non sono in pochi coloro che preferiscono una presenza militare occidentale in grado di stabilizzare il Paese piuttosto che vederlo scivolare di nuovo nella frammentazione del tribalismo e, nel peggiore dei casi, in un caos interno che potrebbe propagarsi nella regione.