international analysis and commentary

L’America smarrita

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È un’America confusa e smarrita, quella che si avvia alla scadenza politica delle elezioni presidenziali.  Non si tratta di un semplice fenomeno ciclico, e nemmeno di una transitoria fase politica.  Quello che è accaduto negli ultimi vent’anni è che sono stati messi in discussione i pilastri culturali e psicologici, e non solo politici ed economici, che davano agli americani un’identità profondamente dinamica fatta di contrasti e tensioni, ma anche di irrefrenabile creatività e ottimismo.

Certo, la crisi economica spiega molte cose. Ma non le spiega tutte, e soprattutto sono le sue modalità, e non solo i semplici dati quantitativi e finanziari, a determinarne l’impatto.  Gli americani non erano certo nuovi a fluttuazioni cicliche dell’economia, ma questa volta si stanno producendo  fenomeni che sarebbe difficile definire ciclici.  

Il fenomeno centrale è la caduta della classe media, vero mito fondatore del “sogno americano”.  Tutte le statistiche, e più concretamente l’esperienza vissuta da milioni di americani, rivelano che la classe media si sta “decantando” verso l’alto (classe medio-alta) e verso il basso (classe medio-bassa).  Questo avviene in relazione alla radicale ridistribuzione del reddito, con l’aumento delle disuguaglianze,  e – vero e proprio scandalo rispetto ai principi di una società aperta, mobile, egalitaria – la caduta della mobilità sociale.  Il grande vanto dell’America rispetto al Vecchio Continente era infatti la fine del privilegio, delle caste,  e il riconoscimento del merito individuale. Un’ ideologia, certo, ma che fino a poco tempo fa corrispondeva sostanzialmente ad una realtà – una realtà che spiega la grande e positiva epopea dell’immigrazione.  

La centralità della classe media e l’ascesa sociale di grandi masse di popolazione dava al capitalismo americano un dinamismo basato su un costante ampliamento della domanda: un potere d’acquisto in crescita che si traduceva in un consumo sostenuto e quindi nel ciclo virtuoso di profitti, risparmi, investimenti, innovazione industriale.  Va detto fra l’altro che è stato proprio per ovviare agli effetti recessivi di un minore potere d’acquisto delle classi medio-basse – avviate verso un impoverimento relativo a partire dagli anni Ottanta, con il reaganismo – che si è gonfiato a dismisura, e in modo rischioso e irrazionale, il ricorso al credito, soprattutto immobiliare.  

Il mito profondamente americano delle opportunità illimitate, legate unicamente al talento e allo spirito di iniziativa,  è diventato sempre più scollegato dalla realtà.

L’identità americana, e la fiducia dei cittadini americani nel Paese e in se stessi, si  sono storicamente basate, soprattutto a partire dal XX secolo, anche su un ruolo globale di stampo esplicitamente imperiale – un impero che si presentava però come portatore di valori, e non solo di interessi.  Costa agli americani vedersi come “un Paese come gli altri”, con un potere limitato sia dal punto di vista della capacità militare che da quello della sostenibilità economica. La Guerra Fredda aveva rafforzato per decenni la convinzione di un’eccezionalità morale più che politica; e la sua conclusione, con la sconfitta del grande avversario, il comunismo sovietico, sembrava la più luminosa conferma di un rango, un ruolo, una giustificazione del potere americano con la sua proiezione globale.  Viene oggi da ricordare la sarcastica minaccia formulata alla vigilia del crollo dell’URSS da un alto funzionario dell’URSS gorbacioviana: “Vi faremo una cosa terribile: vi priveremo di un Nemico”.   Evidentemente così è stato, e anche il tentativo di George W. Bush di trovare nel fondamentalismo islamico una sorta di sostituto funzionale, e di sostituire alla Guerra Fredda la GWOT (Global War on Terror), si è abbastanza rapidamente rivelato artificioso e di corto respiro.

La sfida alla potenza americana, oggi, non viene da un avversario globale, ma da una trasformazione del sistema internazionale che ha portato alla crescita di altri soggetti, in primo luogo la Cina, i quali non si presentano come portatori di un sistema economico alternativo. Essi adottano una forma di capitalismo, anche se senza quella democrazia che secondo l’ideologia americana ne avrebbe dovuto costituire l’inevitabile corollario.   

A ciò va aggiunto il disastroso risultato del tentativo di riaffermare la passata egemonia con il ricorso alla potenza militare.  Anche se lo stesso Presidente Obama cerca in modo poco convincente di nasconderlo,  sia nel caso dell’ Iraq che dell’Afghanistan le due apparenti vittorie militari  sono state in realtà due sconfitte politiche, con conseguenze negative sia in termini geopolitici che di credibilità .

Il terzo pilastro dell’identità americana e della fiducia degli americani nel proprio modello,  era quello dei valori: il lavoro, la famiglia, l’onestà, la fede religiosa.  Valori conservatori, ma nello stesso tempo compatibili con una società aperta, con l’integrazione degli emigranti, con il dinamismo imprenditoriale, con il cambiamento della società. In questa narrativa, la classe sociale era irrilevante, e quasi inesistente,  dato che la mobilità sociale e l’assenza di privilegi assicurava che i migliori (i “capaci e meritevoli”, come dice la Costituzione italiana) potessero emergere.

Si trattava in sostanza di un’etica protestante,  anche se capace di estendere la propria egemonia ad altre culture e ad altre appartenenze religiose.  Essere americani significava, nell’immagine che i cittadini avevano di sé,  essere portatori di solidi valori e di ricavarne la realizzazione di qualunque ambizione di successo individuale, soprattutto economico.

Non è solo l’attuale crisi economica ad avere intaccato tutto questo. Fino a poco tempo fa l’opinione dominante (sebbene non sempre espressa) era quella per cui la ragione della grave e grande eccezione a questa narrativa di possibile successo in una società aperta e competitiva, quella degli afro-americani, fosse dovuta non a una mancanza di opportunità, ma a una mancanza di valori. Una sorta di devianza che portava i neri a scarso impegno individuale, promiscuità sessuale,  instabilità dei nuclei familiari.  Certo, si dimenticava la schiavitù, si dimenticava una discriminazione che, dopo essere divenuta illegale (solo negli anni Sessanta del XX secolo) era comunque rimasta nella società e nell’economia. Ma i dati sociologici lasciavano dubbiosi anche i progressisti.

Ebbene, in America sta attualmente facendo molto discutere un libro: Coming Apart. The State of White America, di Charles Murray, che distrugge un mito, sostanzialmente razzista ma finora difficile da controbattere. Secondo tutte le statistiche disponibili,  oggi la classe inferiore  bianca rivela dei “pattern” di patologia sociale e di devianza che non si discostano da quelli che hanno caratterizzato i neri americani.  Ma non basta: tradizionalmente i test di intelligenza e quelli attitudinali facevano emergere un gap fra i risultati degli studenti bianchi e quelli degli studenti neri,  con la conseguenza  di confortare le tesi non solo dei razzisti, ma anche di tutti quelli che sostenevano l’inutilità delle misure sociali tese a colmare le differenze socio-economiche.  Psicologia e sociologia (o almeno parte della psicologia e parte della sociologia) davano un responso fatalista,  conservatore, razzista – ma anche confortante per la cultura dominante, in quanto confermava la tesi fondante della società americana: se vali, andrai avanti. Ebbene, studi recenti rivelano che, mentre si è registrata negli ultimi anni una convergenza dei risultati dei test di bianchi e neri,  è fortemente aumentata la divergenza fra ricchi e poveri.

Insomma, l’America scopre che esistono le classi sociali, e non solo la razza. È una scoperta che, come dimostra l’eco del libro di Murray,  scuote profondamente gli americani: il gap fra studenti che provengono da famiglie povere rispetto a quelli provenienti da famiglie agiate è oggi il doppio di quello che esiste fra bianchi e neri.

Questa triplice sfida (caduta della mobilità sociale; fine dell’impero americano; perdita di valori fondanti) richiederebbe un profondo rinnovamento. Richiederebbe di rivedere presupposti ormai insostenibili al fine di rilanciare non solo economicamente, ma anche culturalmente e in termini di identità un Paese che potrebbe avere ancora moltissimo da dire.  L’America è in crisi, ma la notizia della sua fine è certamente prematura.

Quello cui invece assistiamo oggi, in una pre-campagna presidenziale che si può solo definire bizzarra , è il tentativo del Partito Repubblicano non solo di negare gli elementi di crisi e la necessità di un cambiamento, ma di esasperare in modo quasi caricaturale gli elementi del tradizionale “americanismo”.    Le riserve nei confronti del potere dello stato federale,  componente “hamiltoniana”  e  non secondaria della storia costituzionale e politica americana, si sono trasformate in pulsioni anarcoidi e populiste, con un candidato (Ron Paul) che propone addirittura  di abolire la Federal Reserve.   La nostalgia di una irresistibile potenza militare cerca illusorie e pericolose conferme nel coro unanime dei canditati repubblicani a favore di un attacco all’Iran.  E addirittura, cosa che in America non si era mai vista, candidati come Newt Gingrich e Rick Santorum denunciano l’esistenza di un complotto ateo (dei democratici) contro la religione, e attaccano aborto e omosessualità  con un linguaggio da cui ormai in Europa si astiene anche  la destra più estrema.

Certo, probabilmente Obama verrà rieletto, anche perché l’estremismo delle posizioni di un Partito Repubblicano la cui storia non meritava di essere preso ostaggio e dirottato dal Tea Party  spaventerà probabilmente un elettorato ancora in sostanza centrista.

Ma quello che preoccupa è che Obama e in genere i liberal americani sono sulle difensive. Obiettano al radicalismo del Tea Party,  e propongono soluzioni moderate e di buon senso ai problemi del Paese. Ma troppo spesso dicono “sì, ma”, invece che “no” agli eccessi dei bizzarri personaggi che si trovano di fronte.

Hanno perso fiducia, forse perché anche loro faticano ad ammettere la profondità della crisi e l’esigenza di abbandonare i miti del passato: ciò che una volta era lo stimolo di un’identità ottimista e di una società dinamica, è oggi la zavorra che potrebbe rendere irreversibile un declino americano cui si potrebbe ancora porre rimedio. Un declino, va detto in conclusione, di cui sarebbe per noi europei irresponsabile rallegrarsi.