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L’America che cambia: matrimoni omosessuali e gun control

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Negli ultimi mesi, due importanti questioni sociali tengono acceso il dibattito politico negli Stati Uniti: il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la politica di controllo sulle armi da fuoco. Questioni tra loro lontane eppur interconnesse e che rientrano nella più ampia discussione sui diritti civili.

Il prossimo 26 marzo la Corte suprema si pronuncerà sulla costituzionalità di “Proposition 8”, ovvero il bando alle nozze omosessuali in California deliberato con un referendum che gli oppositori ritengono incostituzionale. Il giorno seguente, i nove massimi giudici americani affronteranno il caso di “DOMA”, il Defense of Marriage Act (nella fattispecie la causa Stati Uniti v. Windsor), cioè la legge federale approvata a metà degli anni ‘90 che definisce il matrimonio come sola unione di un uomo e una donna.

Il presidente Barack Obama ha chiesto alla Corte, con un documento ufficiale di 40 pagine presentato dal dipartimento di Giustizia (a cui si sono aggiunte anche le lettere di 13 stati e 100 politici repubblicani), di dichiarare incostituzionale la legge californiana perché viola la tutela dell’uguaglianza. Ai sostenitori di Proposition 8 – esponenti del GOP e diverse organizzazioni religiose come la “Chiesa dei Santi degli ultimi giorni” e i Mormoni, tutti raccolti ufficialmente sotto il più ampio gruppo ProtectMarriage.com –, l’amministrazione Obama ha ricordato che le domestic partnerships, le unioni civili già presenti in alcuni stati americani tra cui la California, non conferiscono quella speciale autenticazione della relazione tra due persone che solo l’istituto del matrimonio è in grado di dare. E in merito a DOMA, il presidente si è schierato contro gli stessi interessi (legali) della nazione che è citata in giudizio dalla signora Edith Windsor, costretta a pagare 360mila dollari in tasse di successione alla morte della moglie, perché il suo matrimonio, contratto in Canada nel 2007, non è riconosciuto come tale negli USA.

In altre parole, facendone una questione fondamentale nel discorso di insediamento e in quello sullo Stato dell’Unione, Obama ha riconosciuto implicitamente che esiste una forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali negli Stati Uniti. Si tratta della prima volta che un presidente si schiera così apertamente a favore del diritto dei gay di sposarsi.

Se la Corte farà propri i pareri depositati dagli oppositori di DOMA e di Proposition 8, il matrimonio tra persone dello stesso sesso (il “matrimonio egualitario”) diventerà legale in California, e – di conseguenza – in altri sette Stati: Delaware, Hawaii, Illinois, Nevada, New Jersey, Oregon and Rhode Island. Da lì, il passo verso il riconoscimento dei matrimoni tra individui dello stesso sesso a livello costituzionale potrebbe seguire rapidamente, anche sulla base della sconfessione di DOMA da parte dell’ex presidente Bill Clinton, che firmò la legge nel 1996, e dell’orientamento dell’opinione pubblica americana sempre più a favore dei matrimoni gay.

Dal 2004 al 2012, infatti, i favorevoli ai matrimoni omosessuali sono cresciuti del 16% (secondo i dati del Pew Research Center), giungendo nel 2012 al un 47% e a una maggioranza assoluta del 54% a gennaio 2013 (dati Quinnipiac University).

Non altrettanto, invece, per quel che riguarda il controllo e l’uso delle armi, su cui ha influito negli ultimi 20 anni un’interpretazione più rigida e letterale del secondo emendamento.

L’anno scorso, (ci dice sempre il Pew), il 49% degli americani sosteneva l’importanza di garantire il diritto al possesso di armi, mentre il 45% riteneva più importante aumentare i controlli. Va detto che questa polarizzazione si è intensificata a ridosso della prima elezione di Obama. Dal 1993 al 2008, infatti, una maggioranza di americani riteneva più prioritario il controllo sull’uso delle armi che il diritto al loro possesso.

Questo orientamento generalmente più conservatore a livello nazionale si scontra ora con l’accelerazione degli sforzi della Casa Bianca di passare una legge che regoli più rigidamente il mercato delle armi, il primo vero intervento legislativo in proposto negli ultimi due decenni. È questa una riforma evocata da tempo soprattutto dalla sinistra, ma percepita come ancora  più urgente dal ripetersi di tragedie che hanno colpito in particolare giovani e perfino bambini.

Obama ha già firmato 23 ordini esecutivi di portata minore per meglio interpretare le leggi esistenti sul controllo della vendita delle armi. Il suo piano, che potrebbe essere modificato o respinto dal Congresso, intende bandire le armi d’assalto e i caricatori oltre un certo numero di colpi, estendere i controlli sulla fedina penale di chi detiene o acquista un’arma, migliorare la protezione nelle scuole – non semplicemente con le guardie armate, come vorrebbe la National Rifle Association (NRA) – e l’assistenza e il monitoraggio di coloro che hanno disturbi mentali.

La commissione sugli affari giuridici del Senato ha approvato, con formula bipartisan, la proposta di legge per sanzionare gli straw purchasers, cioè coloro che comprano armi per conto di terzi i quali sono interdetti all’acquisto; ma il dibattito sembra procedere a rilento a causa del veto repubblicano e anche della NRA, che ha promesso di farne la battaglia del secolo. Questa organizzazione gode dell’appoggio dei deputati repubblicani oltranzisti: nel solo 2012 ha finanziato le campagne di ben 236 candidati del GOP e solo 25 Democratici. Dal 1990 ad oggi, poi, la NRA ha donato oltre 4 milioni di dollari ai rappresentanti del Congresso, di cui il 90% è andato ai Repubblicani, oltre a sostenere finanziariamente studiosi, università e istituti di ricerca che l’hanno aiutata a riportare al centro del dibattito costituzionale e della ricerca universitaria l’idea di un diritto individuale al possesso di un’arma. La situazione è resa ulteriormente complessa anche dai rappresentanti (Repubblicani e Democratici) di quegli stati come Wyoming, Alabama, Missouri, Montana, South Carolina e Texas che hanno una lunga tradizione di porto d’armi e hanno già dichiarato di voler ignorare il piano obamiano qualora dovesse passare. E da tutti quei candidati democratici che preferirebbero evitare di prendere una posizione netta sul tema in concomitanza con la campagna di mid-term 2014.

Le difficoltà tecniche peraltro non mancano. Secondo il direttore del National Institute of Justice (un istituto che dipende dal Dipartimento di Giustizia), Greg Ridgeway, il gun control rischierebbe il flop: ad esempio la “repressione” della vendita legale delle armi semi-automatiche potrebbe essere un incentivo all’acquisto per i criminali che già riescono ad evitare i controlli con gli acquisti in rete e alle fiere (o gun shows).Posizione questa sostenuta anche da molti Repubblicani.

Intanto qualche buon segnale arriva dal Colorado, famoso per la passione per le armi da fuoco dei suoi residenti ma anche la strage del luglio scorso alla prima di un film su Batman. Il Senato statale ha recentemente convalidato cinque stringenti misure sul gun control sulla scia dello stato di New York, che ha approvato un piano analogo nel gennaio scorso. Infine, recentemente mentre i ciclisti del “Team 26”, come il numero delle vittime della Sandy Hook, pedalavano in direzione di Capitol Hill per dimostrare il proprio sostegno al piano di Obama, in commissione al Senato di Washington è stata approvata la proposta di legge Boxer-Collins per far ripartire il programma di sicurezza nelle scuole.

Ma la fiducia della nazione sul gun control, secondo i più recenti sondaggi del Washington Post-ABC, non è ancora tutta nelle mani di Obama.