international analysis and commentary

La vittoria di Putin nella Russia che potrebbe cambiare

90

Nel corso del 2011 abbiamo visto i cittadini di alcuni paesi arabi andare al voto per cambiare le cose, facendo scelte difficili ma libere. Non è così oggi in Russia, poiché quelle di domenica sono state elezioni in cui molte forze che si oppongono al governo non hanno potuto trovare spazio politico e non avranno una rappresentanza nelle istituzioni. In ciò la Russia di Vladimir Putin somiglia più all’Iran degli ayatollah che alle fragili neo-democrazie arabe. E questo dice molto sul pericolo di involuzione che corre il paese.

La staffetta con Dmitri Medvedev – pianificata a tavolino e ora realizzata in pieno con la netta vittoria dell’ex- e neo-presidente a livello nazionale – è ovviamente parte di un progetto di conservazione dello status quo, e potrà ancora garantire una qualche forma di stabilità visto che conta anche sul sostegno dei molti russi che hanno scelto in coscienza di votare per Putin. Tuttavia, queste elezioni si sono tenute in un’atmosfera ben diversa dal recente passato: per la prima volta Putin e la sua piccola squadra al comando devono tenere conto di un dissenso spontaneo, per quanto confuso e probabilmente ancora troppo minoritario per minacciarli direttamente. È comunque un tipo di dissenso insidioso, come hanno imparato a loro spese altri regimi negli ultimi mesi, perché è sostanzialmente un movimento fuori controllo. Non ci sono leader carismatici di intimidire o un vertice organizzato da demolire, ma piuttosto tante voci che cercano di formare una rete e che sarà quasi impossibile ridurre al silenzio.

Il dato anagrafico è altrettanto cruciale per il futuro: le proteste iniziate a dicembre hanno come protagonisti giovani sotto i trent’anni, e ciò suggerisce che sta emergendo una generazione fortemente insoddisfatta e frustrata che non ha di fatto beneficiato neppure del relativo miglioramento nelle condizioni di vita del periodo post-comunista. In sostanza, il tradizionale blocco di “classe media” che ha a lungo sostenuto Putin (e Medvedev) sta invecchiando, e non può assicurare a tempo indefinito una base solida per politiche puramente conservatrici. Il segnale che viene proprio dalla capitale della Federazione, del resto, è indicativo del mutamento in atto: Putin a Mosca non ha raggiunto il 50% dei voti (che su scala nazionale erano necessari per evitare il secondo turno).

È importante anche collocare la vicenda russa nel contesto internazionale. Anzitutto, le transizioni arabe hanno dimostrato che gli effetti-contagio possono avere un ritmo imprevedibilmente rapido, e soprattutto che regimi in apparenza solidi si scoprono fragili (o violenti e terrorizzati dal cambiamento) se posti di fronte a grandi manifestazioni di massa che si protraggono per settimane e mesi.

In secondo luogo, questo 2012 è una sorta di “anno super-elettorale”, con le presidenziali francesi e quelle americane, seguite dalla “successione” in Cina (dove è improprio parlare di vere elezioni): perfino nella Repubblica Popolare cinese si sta realizzando – seppure con modalità peculiari e poco trasparenti – un ricambio generazionale. Come è stato sottolineato in una conferenza di Aspen Italia tenutasi a Istanbul nel fine settimana, i leader possono realmente fare la differenza, soprattutto se riescono ad avviare processi di cambiamento e adattamento invece di subire gli eventi o (peggio) opporsi con ostinazione a forze profonde e interconnesse a trend quasi-globali.

Infine, la crisi economica ha colpito moltissimi paesi, ma ha reso ancora più chiaro che la Federazione Russa non può prosperare in un mondo fortemente competitivo restando dipendente soltanto dalla sua industria estrattiva sotto il controllo di una ristretta oligarchia. Da questa prospettiva, il tessuto economico è quello di un paese semi-sviluppato che non riesce a “decollare”; la politica estera di Mosca coltiva ambizioni da grande potenza ma poggia su una struttura economica obsoleta (tranne pochi settori industriali di eccellenza, ereditati dal periodo sovietico). D’altra parte, non è percorribile per la Russia di oggi la strada cinese, che è passata per profonde innovazioni economiche sotto la stretta ferrea di un sistema politico autoritario e centralizzato: la struttura di potere non ne ha i mezzi, e la società russa non lo consentirebbe probabilmente più.

Se il “nuovo” Putin rifiuterà ogni apertura riformista – ma anche se si limiterà a riforme cosmetiche o vaghe promesse con poca sostanza – finirà per presiedere un paese in rapido declino, invece di provare a guidarlo verso un vero rinnovamento che forse è ancora possibile.

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Il Messaggero il 5 marzo 2012.