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La vera politica energetica di Obama – e di Romney

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L’energia è entrata prepotentemente nella campagna presidenziale americana. Ci sono almeno quattro ragioni: i mutamenti strutturali nell’approvvigionamento energetico avvenuti negli ultimi anni; la promessa di lanciare un “green deal” che fu un elemento qualificante del programma obamiano nel 2008; l’intrecciarsi, almeno nella percezione, tra energia e politica estera; e l’attenzione dei candidati per le constituencies dei green workers, degli independent producers, e degli ambientalisti.

Ma che differenza c’è, nel concreto, tra il Democratico Barack Obama e il Repubblicano Mitt Romney sui temi energetici? La distanza tra i due è a prima vista significativa, ma sembra riguardare soprattutto aspetti retorici, questioni relativamente marginali, e le modalità di regolazione dei mercati. Non pare esserci, invece, una reale discussione sul tema che è costantemente al centro del dibattito pubblico sull’energia, ossia l’evoluzione del mix delle fonti. Infatti, entrambi i candidati sono ben consapevoli, da un lato, che intervenire con mutamenti di breve termine è tra il difficile e l’impossibile (o il molto costoso), e dall’altro che sono in atto cambiamenti di tale portata da determinare i fondamentali del mercato anche a prescindere dalle loro scelte immediate.

La stessa performance dell’amministrazione Obama è significativa: se si pulisce l’aria dal fumo delle promesse, si osserva un approccio probabilmente diverso da quello che avrebbe avuto un presidente espressione del GOP – più orientato ai sussidi “verdi” e meno allo sfruttamento delle risorse nazionali – ma certo segnato da un profondo realismo.

Qualche numero sul passato recente e il futuro prossimo può essere utile. Secondo l’ultima edizione dell’Annual Energy Outlook – il rapporto annuale dell’ufficio studi del Dipartimento per l’energia, la Energy Information Administration – fatto 100 il livello del 2009 (primo anno di Obama), il consumo totale di energia sarà a 103 nel 2015 (in discesa rispetto ad oggi) per risalire a 105 nel 2020, quindi resterà sostanzialmente stagnante. Nello stesso periodo di tempo, però, la produzione nazionale di petrolio aumenterà del 27%, quella di gas del 22%, quella di rinnovabili (esclusi idroelettrico e biomasse) dell’84% e le biomasse cresceranno del 41%. Potrebbe apparire come un trionfo delle fonti “verdi” ma così non è: infatti, nel 2020 la produzione nazionale di greggio e gas (esclusi quindi gli idrocarburi importati) coprirà il 40% del fabbisogno nazionale mentre le rinnovabili (escluso idro) e le biomasse faranno poco più del 7%. Nel 2009, petrolio e gas “domestici” valevano il 34%, mentre rinnovabili e biomasse il 5%. Se poi consideriamo anche il carbone prodotto sul territorio USA – la cui produzione è destinata a calare lievemente – la quota fossile domestica al 2020 sale al 61% (contro il 57% del 2009).

(Clicca qui per visualizzare una tabella riassuntiva che fornisce i dati in valore assoluto.)

Nessuno dei due candidati, al di là della differente sensibilità e dei messaggi cofidicati per parlare a elettorati specifici, mette in dubbio questi trend o pretende di cambiarli. Lo stesso Obama, dal quale ci si potrebbe attendere un atteggiamento più critico, è del resto reduce da un fallimento in politica ambientale – non è riuscito a ottenere l’approvazione del Congresso, quando era a maggioranza democratica, sul suo cap and trade – e non si è distinto per la durezza con cui ha contrastato l’esplorazione petrolifera o l’utilizzo delle tecniche del fracking per estrarre petrolio e gas non convenzionali.

Questo non significa che non vi siano differenze anche profonde relative, però, più all’approccio – cioè al metodo – che al risultato. Un articolo di Ken Green ed Elizabeth DeMeo su The American distingue tre aree dove è possibile percepire questa diversità. Sull’organizzazione dei mercati – inclusa la regolamentazione ambientale – Romney appare maggiormente orientato ad affidarsi ai mercati, mentre Obama sembra voler attribuire a Washington un ruolo forte (in Italia diremmo “creare un cabina di regia”). Sulla “energy affordability” si osserva una distanza incolmabile, almeno in teoria (la pratica è, naturalmente, più sfumata): Romney vuole massimizzare un obiettivo economico (l’efficienza del processo di mercato e quindi la riduzione dei prezzi), mentre Obama ha in testa obiettivi prevalentemente extraeconomici (ambientali, sociali, eccetera). Sulla “energy independence” Romney vuole valorizzare le risorse minerarie nazionali – e quindi alleggerire il peso delle restrizioni alle attività esplorative ed estrattive, anche offshore e in alcune aree protette – Obama invece punta soprattutto sulle fonti verdi. Inoltre per Romney “indipendenza” ha un significato “geopolitico” – quindi prevede una maggiore integrazione coi paesi “amici”, a partire dal Canada – mentre Obama declina il termine in un’ottica più attinente ai confini nazionali e alla produzione domestica.

In conclusione, l’energia sarà un terreno di battaglia principalmente retorico, attraverso il quale i due candidati cercheranno di galvanizzare i propri supporter e difficilmente riusciranno a pescare l’uno nell’elettorato dell’altro o a smuovere gli indecisi. In realtà, la distanza tra i due – che pure c’è ed è rilevante – riguarda prevalentemente aspetti tecnici legati alla regolazione dei mercati o alle modalità di rilascio delle concessioni esplorative ed estrattive, o al massimo si sfogherà su aspetti di “fine tuning” (per esempio da chi a chi redistribuire sussidi). Paradossalmente, il tema più controverso nel dibattito e nell’immaginario pubblico – cioè il greening del paese contro lo sfruttamento intensivo delle risorse nazionali – è invece ciò che unisce i due candidati, i quali, a dispetto del differente imprinting ideologico, saranno forzati a convivere in un comune solco dettato dalla realtà.


Nota: Questo articolo nasce dalle note preparate per un intervento tenuto nell’ambito del Working Group sulle elezioni americane a VeDrò 2012. Ringrazio Mattia Diletti, Ken Green, Roberto Menotti e Carlo Rizzi per gli utili spunti.