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La svolta parziale del nuovo governo tedesco

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L’ingresso dei socialdemocratici come partner di coalizione insieme alla CDU-CSU, in sostituzione dei liberali – puniti dall’elettorato dopo quattro anni di litigioso condominio con i democristiani – conferma che Angela Merkel è stata l’unica a raccogliere sostanziosi frutti politici da questi anni al governo. Il passaggio potrebbe far presagire un netto cambiamento di rotta della Cancelleria, a cui la leader della destra tedesca accede per la terza volta. Questa svolta ci sarà, in alcuni campi. Tuttavia, sembra mancare riguardo alle questioni europee, proprio dove era più attesa.

Anche se nel patto di coalizione siglato dopo lunghi negoziati dalle due forze politiche si dichiara che l’integrazione europea “è il compito più importante della Germania”, questa affermazione è contenuta in un capitoletto dal tono vago e blando, verso la fine del tomo di 185 pagine che costituisce il testo dell’accordo. Il Koalitionsvertrag contiene soprattutto disposizioni di politica economica e sociale interna, come il salario minimo, un trattamento pensionistico più favorevole, maggiori investimenti in istruzione, ricerca e infrastrutture: in queste si esaurisce il potenziale di novità introdotto dall’ingresso dell’SPD nel governo. Per quanto riguarda le politiche comunitarie, si rimane sul solito binario: competitività e consolidamento dei bilanci sono indicati come gli unici strumenti in grado di garantire sostenibilità all’Europa.

Resta deluso dunque chi ai quattro angoli del continente attendeva le elezioni tedesche, tenute in settembre, come il passaggio decisivo nella risoluzione dei delicatissimi problemi attorno a cui si gioca il presente e il futuro d’Europa. In un certo senso, sembra che né la Cancelliera, né i partiti alla base dell’esecutivo che la sostiene, mostrino sufficiente consapevolezza del loro ruolo internazionale – una critica che viene ormai diffusamente rivolta alle élite politiche tedesche.

Si rafforza il sospetto che l’attendismo esasperato mostrato da Angela Merkel al momento di intervenire sulle questioni europee (il ritardo, che ha provocato la crisi degli spread, nel concedere aiuti alla Grecia è uno dei tanti esempi) non fosse in realtà dovuto alla complicata ricerca del compromesso interno e del consenso presso l’opinione pubblica. A produrlo potrebbe invece essere una visione politica che non contempla, o che rifiuta, la possibilità di una vera leadership tedesca responsabile.

Eppure si tratta di uno scenario, quello europeo, in cui l’azione di un paese come la Germania non può chiaramente limitarsi a una scelta più o meno favorevole alla rigidità di bilancio dei membri dell’UE, o al puro pragmatismo come sistema decisionale. Non solo le scelte effettuate a Berlino e a Francoforte hanno ormai tutte effetto ben al di là dei confini nazionali; ma anche la condizione politico-economica dei singoli stati non è più da tempo riconducibile ai singoli interessi nazionali – a maggior ragione alla vigilia di un anno tanto decisivo per il nostro continente come il 2014.

Il rinvio del cambiamento da parte della Germania avrà dunque le sue conseguenze, a cominciare dalla Grecia. Il debole governo di larghe intese greco, sempre meno capace di obbedire agli ordini della troika, aspettava dopo il voto di settembre un segnale di discontinuità che aumentasse le proprie possibilità di sopravvivenza; va ricordato infatti che ad Atene, la dinamica politica attuale vede un probabile disfacimento dei socialisti del PASOK, la conseguente caduta del governo e un voto anticipato che potrebbe premiare la sinistra radicale di SYRIZA. Un esecutivo guidato da Alexis Tsipras, favorevole all’euro ma eletto per farla finita con l’austerità, aprirebbe un contrasto tra Berlino, Bruxelles e la Grecia dagli esiti molto incerti e dalle conseguenze imprevedibili.

Anche il resto del fronte mediterraneo – a cui può aggiungersi la Francia alle prese con problemi contabili seri, con un crescente scontento interno e con un pessimismo sociale che ha assunto un’ampiezza inedita – chiede a Berlino un cambiamento di passo, almeno poco più che simbolico, nel contesto di una ripresa sì alle porte ma dalle proporzioni apparentemente davvero modeste. In assenza di risposta, persistendo invece il disagio delle opinioni pubbliche, le richieste dei governi di questi paesi potrebbero radicalizzarsi, e la frattura con chi, come Austria o Finlandia, è fautore di un maggiore rigore, allargarsi ancora.

Inoltre, Parigi auspicava dalle urne tedesche un risultato ben diverso; se era ormai chiaro che il socialdemocratico Peer Steinbrück non avrebbe vinto come si poteva pensare un anno fa – e come François Hollande sperava per ammorbidire con lui le regole di bilancio europee – la debacle dell’SPD era imprevista. Francia e Germania, l’asse su cui regge la costruzione europea, hanno ora l’obbligo di concordare una strategia di compromesso, di cui però non si vede ancora l’ombra. Al contrario, la frattura si è già materializzata tra due fronti: da una parte, chi spinge per stipulare tra l’UE e ogni paese dei veri e propri contratti che costringano a rispettare un certo calendario di riforme, in cambio delle quali si accederà ai finanziamenti; dall’altra, chi preferisce, come Francia, Italia e Spagna, partire con gli eurobond per offrire capacità di spesa ai paesi indebitati – un tempo idea condivisa anche dall’SPD.

D’altro canto, anche il Regno Unito aspetta risposte da Berlino. Il premier David Cameron, alle prese con una crescente corrente contraria alla permanenza nell’Unione, vorrebbe da Bruxelles una flessibilizzazione delle strutture comunitarie. Tale posizione ha isolato Londra negli ultimi due anni dalla politica europea; Cameron potrebbe però approfittare delle divisioni interne all’eurozona per riuscire, grazie al sostegno di uno dei due fronti o di un gruppo di paesi “terzi”, a indebolire i progressi ottenuti finora, come l’unione bancaria o il federalismo di bilancio. E il primo ministro inglese non rimarrà neppure estraneo al processo di autodeterminazione in corso in Catalogna. Cameron potrebbe proporsi come padrino democratico della causa catalana a Bruxelles – offrendo una sponda ai partiti separatisti, attualmente piuttosto isolati. Il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy ha già escluso un ingresso automatico di una Catalogna indipendente nell’UE. La conseguente instabilità economica – la Spagna è uno dei membri più fragili dell’eurozona e la secessione le farebbe perdere in un sol colpo il 17% del suo PIL, con gli annessi rischi di crolli in borsa e soprattutto di contagio – e anche politica potrebbe non dispiacere a Londra. Complicherebbe di certo ulteriori progressi nell’integrazione europea, a cui il Regno Unito si oppone.

Un tale quadro, la cui gestione richiederebbe una capacità di leadership al tempo stesso ferma sul piano strategico e flessibile su quello tattico, evidenzia invece la riluttanza e la rigidità tedesca. Una delle clausole non scritte del patto tra Angela Merkel e l’SPD infatti prevede, dopo il voto europeo del maggio 2014, che alla testa della nuova Commissione venga eletto Martin Schulz, esponente socialista tedesco e attuale presidente del parlamento di Bruxelles, con il benestare dei Popolari. La nomina di Schulz dovrebbe preludere a una Commissione più politica e meno tecnica, che ammorbidisca in qualche misura il dogma dell’austerità ora in vigore. L’opinione pubblica in Germania, specialmente quella conservatrice, non vorrebbe una tale svolta, anche se un rilancio dei consumi in Europa meridionale favorirebbe le aziende esportatrici tedesche. Se la decisione fosse presa a Bruxelles, per di più ispirata da un socialista, Merkel avrebbe un doppio vantaggio: ne godrebbe gli effetti economici durante il proprio mandato, e allo stesso tempo non sarebbe considerata, dai cittadini più contrari, come l’autrice di un clamoroso voltafaccia a vantaggio dei paesi  “spendaccioni”.

Oltre ad essere di portata molto limitata, questo è un calcolo miope e già discutibile in partenza. Perché sia legittimo, le elezioni per il Parlamento europeo dovrebbero sorridere ai partiti della sinistra tradizionale: un evento altamente improbabile, data la condizione dei socialisti in molti paesi a cominciare proprio dalla Francia e dalla Germania, e data la grande portata che avrà il voto generalmente di protesta o direttamente euroscettico.

Di fronte a un parlamento in cui aumenterebbe il numero di deputati anti-UE o comunque oppositori dell’Unione come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni, Angela Merkel e la politica tedesca saranno chiamate a dare una risposta non facile, che potrebbe richiedere un’assunzione di responsabilità maggiore dell’attuale, nell’elaborare una chiara guida politica dell’Unione. Il grado di impegno, di coinvolgimento e di successo di Berlino sarà in grado di condizionare il futuro del nostro continente.