international analysis and commentary

La strategia diplomatica di Papa Francesco

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Cosa tiene unite l’udienza al Presidente Vladimir Putin e la mediazione tra Stati Uniti e Cuba? La condanna del genocidio armeno e il rifiuto a incontrare il Dalai Lama? La politica estera della Santa Sede attraversa una nuova primavera dopo il lungo autunno sotto il pontificato di Ratzinger con Tarcisio Bertone, Segretario di Stato. Il suo successore, il Cardinale Pietro Parolin, diplomatico di lungo corso e di grande spessore pastorale, ha ridato smalto all’azione diplomatica del Vaticano forte della leadership internazionale conquistata rapidamente sul campo da Papa Francesco – a dispetto di alcune aspettative iniziali che si sarebbe concentrato quasi soltanto sulle riforme interne alla Chiesa.

Ma, almeno apparentemente, la politica estera di Oltretevere sembra non aver trovato ancora una sua coerenza di sviluppo. Anzi, il rifiuto a concedere udienza al Dalai Lama, per non irritare il governo cinese, e la rapidità con cui il Papa ha accettato di ricevere Putin lo espongono alla critica di concedere troppo a una “Realpolitik” che rischia di dimenticare la tutela dei diritti umani.

In realtà le cose non stanno così. Confrontando proprio la prima udienza del Presidente russo, il 25 novembre 2013, con la seconda, del 10 giugno, emerge con estrema chiarezza l’evoluzione e la progressiva definizione dell’azione diplomatica di Papa Francesco. Le due parole chiave per interpretarla sono: diritto umanitario e multipolarismo.

Se per Giovanni Paolo II la priorità in politica estera era abbattere la cortina di ferro e i regimi comunisti, mentre per Benedetto XVI era ricristianizzare l’Occidente, Francesco avverte come emergenza ineludibile porre fine alla “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” che produce migliaia di morti, rifugiati e distruzioni in tante parti del mondo. Perciò, come Bergoglio disse già nel suo primo intervento dinanzi al corpo diplomatico nel 2013, il rispetto del diritto umanitario deve essere al primo posto. E questa richiesta, netta e precisa, è stata posta subito sul tavolo dal pontefice nel colloquio con Putin.

Ma c’è poi un secondo punto molto importante: le aree di crisi vanno affrontate con un’azione multilaterale, cercando costantemente la mediazione con il supporto di tutta la comunità internazionale e delle organizzazioni che la rappresentano. Isolare uno dei contendenti non paga. Questo è il messaggio forte del Papa che unisce la sua azione a Cuba con quella in Medio Oriente e con il dialogo con la Russia sull’Ucraina.

La Santa sede non vuole che la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” si trasformi in una nuova guerra fredda. Perciò si è resa disponibile ad offrire a Putin la ribalta mediatica internazionale, all’indomani di un G7 che lo aveva visto come “convitato di pietra”, isolato e criticato. Francesco cela l’irritazione per i ritardi di Putin che si è ripresentato per la seconda volta in Vaticano con oltre un’ora di ritardo, e gli tende una mano per uscire dall’isolamento. In cambio gli chiede il rispetto dei diritti umani, l’applicazione degli accordi di Minsk2, “un sincero e grande sforzo per realizzare la pace”.

Questo è l’approccio che Bergoglio e il Cardinale Parolin chiedono anche per il Medio Oriente. Non ci sono più “gendarmi” del mondo. Certamente la Santa Sede di Bergoglio è assai meno atlantica di quella di Wojtyla e di Ratzinger. Ma ciò non significa affatto che il Vaticano si getti tra le braccia della Terza Roma. L’attuale sistema delle relazioni internazionali “multipolari” è “assai più complesso del passato” da gestire, aveva osservato Parolin nella sua prima intervista, subito dopo la nomina a Segretario di Stato. Per far questo occorre il contributo di tutti e, possibilmente, anche una riforma delle Nazioni Unite che il Vaticano auspica da tempo.

Non solo. Francesco è appena tornato da Sarajevo ed ha ancora nelle orecchie la denuncia fatta dall’arcivescovo della città, il Cardinale Vinko Puljic, sugli effetti negativi degli accordi di Dayton sulla minoranza croata cattolica. Il timore del Papa è che quel modello possa essere imposto anche altrove, in particolare in Medio Oriente. Francesco chiede un approccio diverso, più condiviso e corale, un soprassalto di coscienza e responsabilità della comunità internazionale.

Questo c’è dietro il suo ultimo colloquio con il Presidente russo. E questo, c’è da scommetterci, è ciò che il Papa solleciterà anche nel suo intervento alle Nazioni Unite il prossimo mese di settembre.