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La Santa Sede di papa Francesco di fronte ai dilemmi siriani

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Appena salito al soglio di Pietro, papa Francesco si è trovato a misurarsi con l’escalation della crisi siriana. Un banco di prova per la diplomazia vaticana e per misurare la capacità di leadership a livello mondiale del nuovo pontefice venuto “dalla fine del mondo”.

Certamente la Santa Sede e papa Bergoglio hanno superato la “sufficienza”, ma non mancano ombre e qualche profilo che ha bisogno di essere approfondito.

“Quanto sangue è stato versato! E quante sofferenze dovranno essere ancora inflitte prima che si riesca a trovare una soluzione politica alla crisi?”, così chiede papa Francesco nel Messaggio Urbi et Orbi, pronunciato il giorno di Pasqua (31 marzo), ad appena due settimane dalla sua elezione. Senza aver neppure avuto il tempo di consultare approfonditamente esperti e collaboratori per la politica estera, Bergoglio imbocca quasi istintivamente una strada di non ritorno destinata a rompere definitivamente i ponti anche con alcune posizioni assunte in passato dalla Santa Sede.

In sintesi, è il rifiuto netto e a priori di qualsiasi teoria della “ingerenza umanitaria” che invece aveva caratterizzato, non senza polemiche, la posizione della Santa Sede in occasione dell’intervento della NATO in Serbia nel 1999 per il conflitto del Kosovo. Mentre nel primo e nel secondo conflitto del Golfo (1991 e 2003) la condanna vaticana del ricorso all’azione militare era stata nettissima.

Papa Francesco archivia in poche settimane una discussione secolare in seno alla Chiesa cattolica sulla guerra giusta e propone la soluzione politico-diplomatica come unica via percorribile. Lo ribadisce ancora nel discorso pronunciato in occasione del 50mo anniversario dell’enciclica di Giovanni XXIII “Pacem in terris” (3 ottobre). Documento attualissimo, secondo Bergoglio, poiché sgombra il campo da qualsiasi nostalgia per il famoso detto “si vis pacem para bellum” e indica invece i veri obiettivi da perseguire se si vuole costruire un futuro di pace: la giustizia, lo sviluppo economico, l’istruzione, il buon uso delle risorse.

In questo quadro il “no” all’intervento armato in Siria assume una straordinaria valenza politica che va ben oltre la crisi di Damasco. Non è il frutto di una valutazione contingente o di un tatticismo di convenienza, piuttosto è l’indicazione della linea che da questo momento la diplomazia vaticana seguirà senza incertezze anche nei rapporti con gli Stati: “Mai più la guerra”. E non si tratta di una semplice affermazione di principio, il Papa la carica di contenuto operativo e propositivo promuovendo una sorta di grande alleanza delle religioni chiamate a condividere un gesto che in qualche modo le unisce tutte, pur con significati e sfumature diverse: il digiuno. In occasione della veglia in Piazza San Pietro, il 7 settembre, Francesco chiama a raccolta tutte le religioni a digiunare e pregare per la pace.

Dal punto di vista politico la posizione della Santa Sede sulla Siria ricalca quella assunta a suo tempo anche nei confronti dell’Iraq (nel 1991 e 2003 sotto papa Wojtyla): difesa dell’integrità territoriale, mantenimento dell’unità nazionale, no alla costituzione di enclave cristiane o alla creazione di zone separate per le diverse componenti etniche e religiose del Paese. Il deciso “no” del Papa all’intervento armato in Siria è motivato anche dal grave timore di una reazione a catena che provochi un’escalation a livello regionale del conflitto. Come affermato il 2 settembre in un’intervista alla Radio Vaticana dal segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, monsignor Mario Toso: “Il conflitto in Siria contiene tutti gli ingredienti per esplodere in una guerra di dimensioni mondiali”.  

Tuttavia, colpisce la mancanza nella posizione del Vaticano di una chiara e netta presa di distanza da Assad. Nel briefing agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, svoltosi il 5 settembre, il Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti, si guarda bene dall’esprimere un’esplicita condanna nei confronti del regime siriano. Le ragioni principali sono due: non mettere in pericolo i cristiani che si trovano nelle zone controllate dalle truppe governative, come Aleppo assediata dai ribelli, e cercare di difendere a tutti i costi lo status ottenuto in Siria sotto il regime, grazie a quelle norme sugli “statuti personali”, di derivazione ottomana, che negli anni hanno garantito ai cristiani un relativo benessere unito a un’invidiabile sicurezza.

Anche gli appelli del Papa e dei suoi collaboratori affinché venga liberato il gesuita padre Paolo Dall’Oglio e gli altri due vescovi cristiani rapiti in Siria, evitano accuratamente di segnalare le posizioni che queste figure avevano espresso in merito alla crisi, in particolare padre Dall’Oglio: una decisa condanna del regime di Assad e una forte richiesta di avviare in autentico processo democratico. Ma la Santa Sede sceglie di non spingersi fino a tal punto: il timore è quello di venire travolti dalle eventuali elezioni democratiche, ritrovarsi sopraffatti dalla componente islamica e messi al margine della società. Anche rispetto allo scontro che sta infiammando la componente sunnita del mondo islamico e che sta deflagrando in Siria, il Vaticano si tiene prudentemente al di fuori.

Forse inconsapevolmente, oppure con una buona dose di realismo politico, il pontefice argentino ripropone così intatta una costante della diplomazia vaticana degli ultimi decenni: in Medio Oriente solo i regimi autoritari si sono dimostrati capaci di garantire la sopravvivenza ai cristiani, pertanto è necessario trovare opportune forme di convivenza con essi senza cercare di annientarli. Una posizione che viene ulteriormente sorretta dalle Conferenze episcopali locali le quali a gran voce chiedono la protezione dei cristiani messi in serio pericolo dal conflitto.

E l’attenzione alla posizione delle Chiese locali in futuro è destinata a rafforzarsi. Fino ad oggi, infatti, la politica estera della Santa Sede è stata segnata da un forte centralismo, appena mitigato dalle consultazioni dei pontefici o dei segretari di Stato con i nunzi e con gli episcopati locali. Probabilmente, presto non sarà più così, visto che  il nuovo segretario di Stato, Pietro Parolin è convinto che al centralismo diplomatico di un tempo, debba seguire in Vaticano una nuova stagione segnata da un forte decentramento o, meglio, da un “policentrismo” dei centri di esercizio dell’autorità che permetta di ascoltare meglio le voci del territorio. Lo ha dichiarato lui stesso in un’intervista rilasciata prima di partire dal Venezuela al Diario cattolico: “Penso che oggi, evidentemente, l’obiettivo fondamentale sia raggiungere la pace nel mezzo della diversità che abbiamo in un mondo multipolare. Non ci sono più i blocchi come prima. Questa è un’analisi di geopolitica comune (…). Ci sono diversi poteri. Sono sorti diversi poteri, con tutti i problemi che implicano”.

È chiaro che l’orizzonte multipolare del XXI secolo è molto più complesso da gestire per la Santa Sede. E soprattutto rende ancora più difficile riuscire a definire una linea politica unitaria e coerente. Non basta il pur legittimo obiettivo di arginare a tutti i costi la fuga dei cristiani dalle terre in cui è vissuto Gesù a soddisfare le attese rivolte alla politica estera del Vaticano in Medio Oriente (in Siria i cristiani erano più di 800.000, ma più della metà sono fuggiti). Occorre una politica di più ampio respiro e non c’è più tempo da perdere, anche perché l’imminente visita di papa Francesco in Israele, Palestina e Giordania, in programma entro marzo 2014, impone risposte diplomatiche adeguate e tempestive nei confronti dei diversi attori in gioco nello scenario mediorientale.

In questa prospettiva saranno molto importanti anche i contatti e il confronto che la Santa Sede e papa Bergoglio sapranno riallacciare con gli Stati Uniti e con il presidente Barack Obama. I cardinali statunitensi sono stati tra i grandi elettori del Papa argentino. Ora si attende di capire come si muoverà il pontefice nei confronti di Washington. Tanto più che nell’autunno del 2015 è atteso il viaggio del Papa a Philadelphia, per l’incontro mondiale delle famiglie, che sarà probabilmente accompagnato anche dal discorso di Bergoglio dinanzi all’assemblea generale delle Nazioni Unite.