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La questione Okinawa negli equilibri asiatici

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La scarsa simpatia degli abitanti di Okinawa nei confronti dei marines americani ospitati sull’isola  non è una novità. La recente elezione di un sindaco ostile alla presenza statunitense nella cittadina di Nago, dove dovrebbe essere spostata la contestata base di Futenma, si coniuga ora con il nuovo assetto politico giapponese a livello nazionale. Potrebbe derivarne la necessità di una revisione dell’intero sistema di sicurezza impostato da Washington nello scacchiere dell’Asia orientale. La difficoltà per l’Amministrazione Obama di definire una chiara strategia nei confronti del colosso cinese rende particolarmente fluida la situazione. La Casa Bianca è sottoposta a spinte contraddittorie, con la necessità di compromessi in chiave economico-monetaria con Pechino, l’imperativo di non rinunciare alla difesa dei diritti umani, i contrasti con la Cina sulla politica ambientale evidenziatisi a Copenaghen, fino alla sempre più contorta questione di Taiwan.

Nell’ottica della strategia americana, Giappone, Ryukyu (l’arcipelago di cui fa parte Okinawa) e Taiwan costituiscono un bastione di contenimento e di controllo delle ambizioni cinesi. Qualsiasi modifica nel loro ruolo di sostegno alla linea americana richiederebbe un riequilibrio generale, oggi particolarmente difficile considerando le sfide con le quali gli Usa devono confrontarsi a causa delle due guerre in corso in Iraq e Afghanistan.

Comprensibile allora che Washington cerchi di tenere tutte le pedine il più possibile ferme nel grande scacchiere dell’Asia orientale, dove malgrado la perdurante crisi nordcoreana la diplomazia sembra in grado di lavorare con costrutto.

Da un lato, come i fatti degli ultimi giorni indicano, in nome della continuità il Pentagono sta prendendo seriamente in considerazione l’idea di fornire a Taiwan i caccia F16 di nuova generazione per sostituire gli obsoleti F5, e mantenere ai livelli del passato le potenzialità difensive dell’isola. La qual cosa ovviamente ha provocato nuove tensioni con Pechino, che già accusa Washington di ingerenza nei suoi affari interni  per l’incontro tra Obama e il Dalai Lama. Dall’altro gli americani insistono a chiedere al Giappone di rispettare gli accordi sottoscritti nel 2006 per il riposizionamento della base okinawana di Futenma. Tali accordi, stipulati con il partito Liberal-democratico che era allora al potere a Tokyo, non comportavano né seri esborsi finanziari da parte americana né alcuna sostanziale riduzione del numero di soldati. Servivano solo a placare il malcontento degli abitanti di Ginowan, la città dove si trova la base, che doveva semplicemente essere spostata un po’ più a Nord.

Ma ora anche Nago, dove la base dovrebbe essere reinstallata, dice un chiaro no. Intanto, il 24 febbraio l’Assemblea della prefettura di Okinawa ha adottato all’unanimità una risoluzione in cui si chiede proprio di spostare Futenma in un’altra isola. La questione non è di competenza delle autorità locali: implicando la sicurezza nazionale e il rispetto di trattati internazionali, è di esclusiva responsabilità del governo centrale. Ma oggi tale governo è composto dal Partito democratico di Yukio Hotayama, il quale ha detto e ripetuto di volere tenere nel debito conto la volontà degli okinawani, e dopo il trionfo dell’estate scorsa è già in grave calo di popolarità. Di fronte agli importanti test elettorali che lo attendono nei prossimi mesi (con il rinnovo parziale del Senato), il premier non può permettersi scelte che passino sulla testa dell’opinione pubblica. Per di più della coalizione al potere fa parte il Partito socialdemocratico, che minaccia di passare all’opposizione se l’accordo del 2006 su Okinawa non verrà rivisto.

Hatoyama ha promesso agli americani  non meno che ai giapponesi che un’intesa sarà raggiunta entro fine maggio. Ma sembra dovere conciliare l’inconciliabile. L’unica idea che il comitato incaricato di trovare una soluzione al dilemma ha saputo escogitare consiste nel sostituire l’aeroporto da costruire a Nago – che avrebbe negative ricadute ambientali – con un più modesto eliporto – che ne avrebbe di meno gravi. Un’idea che sostanzialmente non soddisfa nessuno, visto che gli americani non rinunciano a cuor leggero a un aeroporto a pista lunga. Si sta cercando comunque di spostare alcune esercitazioni da Okinawa, alle isole della prefettura di Kagoshima. Ma resta il fatto che il negoziato fatica a decollare.

Le tensioni di questi mesi costituiscono un precedente da non sottovalutare, anche se è plausibile che Hatoyama abbia solo cercato di usare il malumore degli okinawani come “arma di pressione” sugli americani, per indurli a concessioni in altri settori come quello commerciale. Non è da escludere infatti che Tokyo tema davvero un vuoto di potere in Asia in seguito all’appannamento del ruolo di unica superpotenza mondiale degli Stati Uniti: logico allora correre ai ripari impostando nuove forme di dialogo con la Cina e altri Paesi dell’area, non necessariamente in perfetta sintonia con l’alleato strategico.

Su Sentaku, mensile di approfondimento politico, si ricorda che Hatoyama, nell’incontro con Obama in novembre, ha lanciato lo slogan “fidati di me”, per dare l’impressione di sapersi muovere tra la “piccola politica” degli ecologisti di Nago e la “grande politica” degli equilibri mondiali. Ma Hatoyama ha deluso Obama– continua l’analisi di Sentaku  – e ha sbagliato quattro volte: ha sottovalutato il ruolo della “autostima” degli americani, che non sopportano venga messa in dubbio la loro leadership; non ha creato buoni rapporti personali con gli esponenti-chiave dell’amministrazione; non ha tratteggiato una strategia di lungo termine per i rapporti con gli Usa; non ha sufficientemente valutato quanto pesante potrebbe essere per il Giappone il costo del ritiro delle truppe americane dal Paese.

Michael Green, ex direttore per gli Affari asiatici del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, in una intervista al quotidiano Yomiuri Shinbun ha evocato rappresaglie da parte di Washington, a cominciare dal rifiuto di pagare i costi del trasferimento di soldati da Okinawa all’isola americana di Guam. Il mancato rispetto dell’accordo del 2006 significa a suo parere “una rottura così profonda nei rapporti di fiducia che diventa impossibile impostare un nuovo negoziato”. Lo stesso Green ammette che già in passato la questione di Okinawa aveva provocato seri screzi, l’ultima volta nel 1995. Ma ora ci si trova in una fase di grande instabilità: se crolla il livello di fiducia, il Giappone potrebbe cessare di essere il partner privilegiato in Asia.

Su Foreign Affairs, Kent Calder, direttore del Centro studi sull’East Asia della Johns Hopkins University, afferma che sarebbe esagerato attribuire ad Hatoyama sentimenti antiamericani. Resta basilare per Tokyo l’ombrello protettivo militare – anche nucleare – americano: lo confermano le preoccupazioni seguite alla decisione del Pentagono di mettere in disarmo i missili Tomahawk (forniti di testate atomiche), ossatura della deterrenza contro attacchi al territorio giapponese. A fare sì che la divaricazione nelle prospettive di fondo tra Tokyo e Washington rimanga sottotraccia potrebbe bastare una qualche maggiore duttilità in sede negoziale da parte degli interlocutori americani, che finora non c’è stata.

Certo sarebbe utile, perché il clima si rasserenasse, che i giapponesi non sentissero più toni alla MacArthur come quello usato di recente dal comandante dei marines del Pacifico in un’intervista alla stampa nipponica: ‘’I miei uomini sono pronti se necessario a morire per la sicurezza del Giappone – ha detto Keith Stalder – mentre i giapponesi non hanno una analoga responsabilità di difendere gli Stati Uniti. Ma hanno l’obbligo di provvedere alle basi e alle necessità dei soldati americani”. Affermazione tecnicamente non sbagliata, ma neppure utile a distendere i rapporti.