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La questione NSA, i programmi di sorveglianza, e il quadro politico

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Shenna Bellows non aveva mai pensato di sfidare la potente senatrice repubblicana del Maine, Susan Collins, fino a quando l’ex contractor della National Security Agency Edward Snowden non ha deciso di rivelare al mondo i programmi di sorveglianza del governo americano. Le attività di spionaggio della NSA, che riguardano non soltanto gli stranieri ma anche i cittadini americani, hanno riaperto il dibattito sul rapporto fra diritti civili e sicurezza nazionale, con l’elettorato che si arrovella attorno a un dubbio fondamentale: non è che con il pretesto della sicurezza il governo ha svenduto la Costituzione, basata sulla protezione delle libertà individuali? Un dubbio che tocca da vicino i tratti costitutivi dell’identità americana, dunque non di poco conto in chiave elettorale.

Nel nuovo clima politico provocato dalle rivelazioni di Snowden, dunque, la 38enne Bellows si è gettata nella corsa per un posto al Senato, lei che per otto anni aveva diretto la sezione del Maine dell’American Civil Liberties Union (ACLU), la più importante associazione americana per la difesa dei diritti civili. “Vincerò la sfida sulle libertà costituzionali. La loro erosione è l’esempio di come Washington si è allontanata dai valori che condividiamo come comunità”, ha dichiarato la candidata, che nel novembre scorso ha chiesto la grazia per Snowden, “whistleblower” ed eroe nazionale da celebrare. Collins, la sua avversaria, siede nella commissione intelligence del Senato, e ha sempre sostenuto il Patriot Act, la legge approvata dopo gli attacchi dell’11 settembre che ha di fatto dato il via alle massicce attività di sorveglianza.

Il caso del Maine riflette una tendenza politica più ampia, particolarmente importante in vista della sessione elettorale di midterm, a novembre, in cui gli elettori sono chiamati a rinnovare l’intera Camera dei Deputati e a eleggere 33 dei 100 senatori.

Alle intrusioni indebite della NSA nell’inviolabile sfera privata degli americani il presidente, Barack Obama, ha risposto con promesse di riforma soltanto parzialmente mantenute quando la Casa Bianca si è trovata a dover tradurre i propositi in azioni concrete. Obama, soprattutto, ha ignorato uno dei suggerimenti fondamentali della commissione bipartisan da lui istituita perché formulasse proposte per “rendere più trasparenti le nostre attività di sorveglianza”: creare un “firewall” fra il comando militare e quello civile all’interno della NSA, in modo da favorire il controllo reciproco quelle attività di monitoraggio.

Le scelte pratiche dell’amministrazione hanno generato una certa delusione tra gli americani. Un sondaggio del network televisivo ABC rivela che il 41% pensa che le riforme adottate dal presidente siano giuste, mentre il 46% è decisamente critico: tra questi una parte sostiene che il presidente ha fatto troppo, ma la maggioranza pensa che abbia fatto troppo poco. Questa percezione dell’inadeguatezza dell’azione obamiana è ancora più rilevante, in termini elettorali, se si considera che in America il dibattito sulla privacy rientra nell’ambito più generale della battaglia per i diritti civili, che sta attraversando una fase rovente con l’ondata di sentenze favorevoli al matrimonio gay. Le questioni sono molto differenti, naturalmente, ma fanno capo a principi comuni.

Il risultato è che il tema della sorveglianza ha spaccato trasversalmente gli schieramenti politici, gettando fuoco sulle posizioni più estreme e originando alleanze oblique. A partire dal fronte dei liberal delusi dall’incapacità del presidente di portare a termine quella rivoluzione per la trasparenza da lui promessa. I senatori democratici Tom Udall e Ron Wyden sono i capofila di questa corrente critica di sinistra, che si ritrova alleata, nella circostanza, con la frangia libertaria dell’universo conservatore. Del resto è stato il senatore Rand Paul, idolo dei libertari, a intentare causa contro l’Amministrazione proprio sui programmi di sorveglianza. I movimenti della sinistra liberal e della destra libertaria stanno così ridisegnando la geografia politica delle elezioni di medio-termine, invitando outsider a gettarsi nella mischia – è il caso di Bellows in Maine – oppure costringendo i rappresentanti di partito a rimodellare il proprio messaggio politico.

In Montana, ad esempio, i candidati di tutti gli schieramenti sono sostanzialmente allineati su posizioni estremamente critiche verso gli eccessi della NSA. In South Carolina il senatore Lindsey Graham, grande falco in politica estera che ha detto di essere “sollevato” dal fatto che la NSA protegge i cittadini americani, dovrà affrontare alle primarie repubblicane gli attacchi di uomini del Tea Party che non tollerano alcuna intrusione dello Stato. Rand Paul valuta personalmente le posizioni sulla NSA di tutti gli sfidanti libertari dell’establishment: a seconda di come la pensano sullo spionaggio decide se concedere o meno il proprio endorsement.

Del resto, per l’elettorato americano oggi, lo spionaggio della NSA è visto più in chiave di diritti violati che di salvaguardia della sicurezza nazionale, e la campagna elettorale del midterm si adatta di conseguenza. Gli sforzi della corrente libertaria sono peraltro sostenuti e messi a sistema anche da una serie di associazioni e think tank critici verso qualunque proposta venga dall’establishment di Washington. Fra questi spicca il Club for Growth, che prende di mira i “Rino” (Republican in Name Only) e promuove i conservatori purosangue vicini al Tea Party, inevitabilmente allineati sulle posizioni della sinistra liberal quando si tratta di giudicare l’ingerenza dello Stato, la sentina di tutti i mali, nella vita dei cittadini.

Si tratta di sommovimenti che tendono a estremizzare i termini del dibattito in un clima politico già di per sé polarizzato: eventuali compromessi sulla questione sorveglianza sono visti come poco attraenti in questa campagna elettorale che avviene nell’era post guerra al terrore e in un paese attraversato da pulsioni isolazioniste.