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La questione fiscale e l’anno elettorale in Germania

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Non è difficile immaginare che la prossima campagna elettorale per il rinnovo del Bundestag, la Camera tedesca dei Deputati, vedrà al centro la politica fiscale. A differenza di altre materie, sulle quali non vi sono grandi differenze fra i partiti, questa appare in grado di definire nettamente i confini di un confronto elettorale fra blocchi ben definiti: il centrodestra cristiano-liberale e il centrosinistra socialdemocratico-verde.

Decisamente in secondo piano saranno questioni che avevano rivestito un ruolo decisivo in precedenti tornate elettorali – come l’energia nucleare, i diritti civili per i gay, il modello di integrazione degli stranieri, la politica internazionale – e che ora vedono i partiti sostanzialmente concordi: la Repubblica federale non cessa infatti di essere prevalentemente una Konsensdemokratie.

Si è avuta una dimostrazione della rilevanza della politica fiscale in occasione delle recentissime elezioni in Bassa Sassonia, vinte dalla coalizione fra il Partito Socialdemocratico (SPD) e i Verdi per un soffio – appena lo 0,4%, equivalente a un seggio in più dell’alleanza fra la CDU della cancelliera Angela Merkel e il Partito Liberale (FDP). Nel corso delle settimane che hanno preceduto il voto, che possono essere considerate delle vere e proprie prove generali della campagna elettorale del prossimo settembre, il confronto verteva soprattutto sui rispettivi piani per “un fisco più giusto”. A sinistra l’accento cadeva sulla necessità di far pagare di più i ricchi, a destra sulla necessità di alleggerire i carichi fiscali per tutti. 

Intorno alle ricette per il fisco si disputa, in realtà, lo scontro sulla rappresentazione – sulla “narrazione” – di ciò che la Germania è oggi. Per la coalizione di governo guidata da Merkel è un paese economicamente in salute e socialmente in equilibrio, grazie alle misure, anche di natura fiscale, che hanno favorito il record di occupazione. Per le opposizioni, invece, è un paese con sempre maggiori diseguaglianze, che rischiano di danneggiare coesione e stabilità sociale. Gli uni evidenziano con soddisfazione che nel 2012 lavoravano 41,6 milioni di persone, una cifra-record. Gli altri insistono sul fatto che il 10% più ricco della popolazione possieda il 66% della ricchezza privata del paese e il 50% più povero ne detenga appena l’1,4%. E proprio sulla tassazione dei patrimoni emergono con grande chiarezza le differenze fra i due schieramenti.

Tanto la SPD quanto i Verdi sono favorevoli alla reintroduzione di una qualche forma di prelievo fiscale sulla ricchezza, a sedici anni dalla sospensione dell’applicazione della patrimoniale, proprio da parte del governo socialdemocratico di Gerhard Schröder. Una sospensione giunta in seguito ad una sentenza della Corte costituzionale, che aveva dichiarato la parziale illegittimità dell’imposta. Invece di riformularla, il gabinetto rosso-verde decise allora di sospenderne l’applicazione: erano i tempi della cosiddetta Terza via

Le ricette di SPD e Verdi, va sottolineato, non sono identiche fra loro. I socialdemocratici propongono che i detentori di ricchezze per un valore di oltre due milioni di euro debbano pagare un’imposta dell’1%: in questo modo – sostengono – l’erario (non dello Stato, ma dei Länder) incasserebbe 11,5 miliardi di euro l’anno. Secondo i calcoli del ministro socialdemocratico delle Finanze della Renania settentrionale-Westfalia, le persone chiamate a pagare sarebbero in tutto il paese all’incirca 145mila. Gli ecologisti, dal canto loro, prediligono un’altra strada: una tassa una tantum che sia vincolata ad uno scopo preciso, quello di affrontare l’emergenza della crescita dell’indebitamento pubblico nella fase della crisi. Il gettito, in questo caso, andrebbe per intero nelle casse dello Stato centrale.

Se cambiano i modi per concretizzarlo, il messaggio politico è comunque lo stesso. Per sostenerlo, è attiva una campagna promossa da molteplici organizzazioni, fra le quali la potente federazione Ver.Di (sindacato del settore dei servizi pubblici e privati), dal titolo UmFAIRteilen – un gioco di parole che combina l’idea di redistribuzione (in tedesco il verbo redistribuire è Umverteilen) con quella di equità (fair). Stando a un sondaggio del 2012 dell’istituto di ricerche demoscopiche Forsa, ripreso dai promotori della campagna, il 77% dei tedeschi sarebbe favorevole alla reintroduzione di una forma di tassazione sulla ricchezza. Un dato che, tuttavia, non sembra impressionare più di tanto l’attuale maggioranza di governo.

Democristiani e liberali accusano le sinistre di mettere a rischio i posti di lavoro in Germania: la tassazione dei patrimoni – dicono – colpirebbe anche piccole e medie imprese, impedendo loro di continuare ad assumere e fare investimenti. I cristiano-liberali sostengono invece che serva “alleggerire e non sovraccaricare” i cittadini di richieste dal fisco. Con questo si riferiscono anche alle intenzioni di SPD e Grünen di elevare l’aliquota più alta dell’imposta sul reddito (dai 100mila euro) dal 42% attuale al 49%. Le misure che verrebbero assunte da un ipotetico futuro esecutivo rosso-verde sarebbero dunque, secondo questo punto di vista, “nemiche del successo” economico. Chi “produce risultati”, invece, andrebbe premiato per questo e soprattutto incentivato a farlo ancora.

Forti critiche all’indirizzo delle sinistre da parte del centrodestra giungono in relazione anche ad un altro aspetto molto rilevante della politica fiscale: la lotta all’evasione. Un tema che è sotto i riflettori da quando il Bundesrat, la Camera dei Länder, ha bocciato l’accordo che il governo Merkel voleva sottoscrivere con la Svizzera in merito al rientro di capitali tedeschi illegalmente fuoriusciti. Un compromesso ragionevole, che avrebbe portato nelle casse dello Stato circa 10 miliardi di euro, a giudizio della coalizione cristiano-liberale; un condono troppo favorevole agli evasori, invece, per socialdemocratici ed ecologisti. I quali hanno potuto impedire la firma del trattato grazie a rapporti di forza nel Bundesrat che erano loro favorevoli già prima del voto del 20 gennaio in Bassa Sassonia. E che ora lo sono ancora di più.

La conseguenza più rilevante sugli equilibri politici nazionali delle elezioni regionali appena celebrate, infatti, è che nella Camera dei Länder lo schieramento rosso-verde gode ora della maggioranza assoluta: 36 membri su 69 sono espressione di governi progressisti (includendo quello del Brandeburgo formato da SPD e Linke).

Per Angela Merkel gli spazi di azione si riducono dunque molto, mentre i suoi avversari difficilmente si lasceranno sfuggire occasione per avanzare proposte che, nelle loro intenzioni, possano servire a preparare il terreno per l’agognata conquista della Cancelleria a settembre. Avvisaglie già ve ne sono nelle dichiarazioni di esponenti di primo piano della SPD, anche se inevitabilmente sono frammiste a “leali offerte di collaborazione” al governo, ancora secondo il costume tedesco che si addice a una “democrazia consensuale”.